Continua la nostra vetrina per i talenti campani. Ecco Tigre bianca (Terza parte), un racconto di Valentina Barile

Otto di mattina. Suona la sveglia. Mi ficco sotto la doccia e quasi bagnato mi vesto. Sto in ritardo. Ho il colloquio del rientro con Feriha.

Arrivo alla Yilmaz. Non sono più il Toni della partenza. Entro incazzato nero nella segreteria dell’ufficio e pretendo di vedere subito Feriha.

Suna me lo impedisce. Aspetto. Passa un’ora ma nessuno esce da quella porta. Mi alzo e non fa in tempo a fermarmi. Entro in ufficio. Impallidisco. Feriha è seduto per terra e beve tè con Cafer. Quel Cafer Kaya che mi aprì la porta alcuni anni fa. Non so se ridere o piangere.

«Caro Toni, entra. Unisciti a noi.»

«Scusa, Yilmaz! Buongiorno a lei, signore.»

«Figliolo caro, non chiamarmi signore… avvicinati.»

«Cafer, il mondo è piccolo.»

«Vieni, Toni. Che notizie mi porti?»

«Yilmaz, ho tanto lavoro in ufficio. Passo più tardi. A presto, Cafer!»

«Figliolo, questa è casa tua. Vado via io. Feriha, a stasera. Puntuale.»

Cafer mi cede il suo posto e si allontana verso la porta. Sono le quarantotto ore più intense della mia vita.

«Toni… cosa ti affanna?»

«Feriha, non so fino a quando riuscirò a fare questo lavoro. È troppo stressante.»

«Toni, ti capisco. La vita è questa. Pensa a cosa hai in cambio e ti passa.»

Mi dice questo con una tale calma che resto colpito. Non mi chiede nient’altro. Io non gli dico di più. Me ne ritorno sopra e dopo qualche minuto mi arriva la telefonata di Suna.

«Toni, sei desiderato dal capo.»

«Suna, adesso ho portato le mie chiappe sopra. Sei sicura che vuole me?»

«Sì, Toni.»

Poso la cornetta. Faccio le scale saltandole a due a due. Trovo la porta aperta, Yilmaz è fermo dietro il suo enorme tavolo e ha le mani tra le carte.

«Toni, domani hai l’aereo per Catania.»

«Catania?»

«Da Catania andrai all’isola. Devi controllare gli arrivi. Resterai solo un giorno, non ti preoccupare.»

«Feriha… devo andare in ferie. Sto esaurito.»

«Vatti a fare questa trasferta. Ne riparliamo quando torni.»

«Va bene! Yilmaz… Cafer è una mia vecchia conoscenza.»

«Toni, ti ho seguito prima di farti entrare nel mio impero aziendale. Te l’ho già detto. So tutto di te.»

Gli lascio il mio verbale del sopralluogo a Monastir, e me ne vado. Salgo a prendere le mie cose in ufficio e ritorno a casa. Non ho svuotato del tutto la valigia. Rimetto quello che ho tolto e mi addormento vestito.

 

Aeroporto. Saluto il mio autista e vado a imbarcarmi. Spero solo di non dover sopportare quella merda di Tigre bianca e quei residui umani senza denti.

Finalmente arrivo a destinazione. Ho l’ansia. Esco dall’aeroporto e una macchina nera con i finestrini scuri mi si avvicina.

«Toni!»

«Sì, sono io. Prego?»

«Sali. Ti accompagno al porto.»

Senza chiedere altro, capisco e salgo. Hanno tutti la stessa faccia quelli che lavorano per Yilmaz. L’autista mi chiede se voglio un aperitivo, ma gli dico di no. Non voglio perdere tempo.

«Don Tereso ti aspetta al porto.»

«Chi è Don Tereso?»

«Oggi tu devi incontrare Don Tereso.»

«Vuoi dire Tigre bianca?»

«Qua è Don Tereso. È una persona importante. Lo rispettano tutti.»

«Sì. Immagino come si faccia rispettare.»

«Toni, non fare lo spiritoso.»

«Muoviti a guidare questa macchina. Le persone per bene non sono come Tigre bianca.»

«Non ti conviene parlare così.»

«Ah sì?»

Arriviamo. Scendo dalla macchina al volo e vado a prendere il traghetto. Il mare è agitato. Dopo un paio di ore comincio a vedere l’isola. Mi dicono che c’è un tipo che mi aspetta fuori dal porto per andare dall’altra parte.

 

Sono a terra. Vedo due uomini bruni che mi fanno strada. Mi guardano e non parlano. Comincio a credere che sono i miei ultimi minuti di vita. Apro lo sportello, entro e appoggio le mie cose. Non mi rivolgono la parola per tutto il viaggio. Figli di puttana.

Destinazione raggiunta. Mi trovo davanti il piccolo porto. Nessuno lavora. Sono le sette. È già il tramonto. Vedo tre guardiole. Il logo della Yilmaz che spicca su quella di mezzo. La luce accesa. Vado spedito. Mi avvicino alla scrivania che sta contro il vetro. Ma qualcosa non va. Sento puzza. Mi giro. Lo spettacolo è orribile.

Sangue dappertutto. Continua a scorrere diramato sul pavimento. Un uomo seduto dietro la scrivania in fondo. Immobile. Con la faccia frantumata e piena di sangue. Gli occhi spalancati. Un cappello in testa. Guarda verso il monitor del computer. Esco dalla guardiola per chiedere aiuto ma sono completamente solo.

«Che cazzo avete fatto? Qui c’è un uomo ucciso.»

Ritorno dentro, mi avvicino. È lui. Ne ho la conferma dai vestiti che indossa.

«Tigre… Tigre! Che cazzo ti hanno fatto… », mentre sto per muoverlo mi afferra il polso e vuole dirmi qualcosa con l’ultimo filo di voce che gli resta, ma mi cade addosso.

Lo lascio per terra. Vado al telefono e trovo i fili spezzati. Esco. Non rischio col mio cellulare. Mi allontano velocemente. Vedo un tizio da lontano e gli corro incontro. Gli spiego che non deve preoccuparsi e mi faccio dare il telefono per allertare i carabinieri.

«Ho trovato un morto… »

«Chi parla. Mi spieghi meglio dove si trova.»

«Al porto vecchio. Le Palme.»

«Arriviamo. Stia fermo lì e non tocchi il cadavere.»

Calmo il gentile signore che mi ha fatto telefonare e gli consiglio di non seguirmi. In questi pochi minuti che mi restano, cerco di capire. Ritorno in guardiola. Giro sul lago di sangue. Trovo un anello. Mi prende un colpo. L’ho già visto. Lo riconosco. Più avanti, la lama del coltello sotto la finestra, verso l’angolo.

Vado da una parte all’altra e trovo il cd che ho portato l’altro ieri a Monastir sotto la tastiera del computer. Lo prendo e me lo metto in borsa. Mi avvicino al cadavere e gli do l’ultimo messaggio:

«Tigre, te la sei cercata. Pensavi di fottere Yilmaz. Dovevi stare a guardare me.»

Mi giro e vedo i miei colleghi. I carabinieri di Lampedusa. Non posso dirgli tutto.

«Sono un collega…», mostrandogli il distintivo.

«Perché non lo ha detto al telefono?»

«Il telefono non era mio… ho incontrato un tizio per strada.»

«Ah… ecco!»

«Che ci fa da queste parti?»

«Sono in vacanza con la mia famiglia e facevo una passeggiata. So quello che succede in questo porto. Ho visto una luce accesa e sono sceso.»

«Gli sbarchi ci sono la notte, ma non sempre. Spesso gli emigranti vengono abbandonati lontano dalla riva e non riescono tutti a raggiungere il porto. Gli uomini della Guardia costiera fanno un lavoro enorme. La maggior parte delle persone si salva grazie a loro. E la Guardia di finanza è sempre presente.»

«Lo so. Ma credo ci siano altre cose grosse sotto.»

«Abbiamo allertato il Comando provinciale di Agrigento. Saranno qui tra poco. Intanto, ha bisogno di qualcosa?»

«No, grazie.»

Arriva l’elicottero con i colleghi. Scendono il capitano e il maresciallo. Mi avvicino mentre il brigadiere continua il suo lavoro. Sono tutto sporco di sangue. E non mi guardano molto bene finché non tiro fuori il distintivo.

«Sono del Ros, maresciallo Lanfranchi.»

«Salve, sono il capitano Agostini, comandante del nucleo investigativo. Dobbiamo parlare.»

«Voi fate quello che dovete. Sto aspettando il comandante della mia sezione. C’è una indagine in corso. Sono infiltrato da qualche anno.»

«Ah… bene. Allora facciamo quattro chiacchiere nel frattempo.»

I colleghi mettono l’area sotto sequestro e coprono Tigre bianca. Il maresciallo cerca ulteriori indizi e riporta quanto ha verificato.

«Signor capitano, resta da perquisire il cadavere. Nell’attesa del dottor De Bellis e del magistrato voglio farle vedere cosa ho trovato.»

«Fammi vedere.»

Gli mostra la lama del coltello senza impugnatura. E l’anello.

«Vede… c’è una figura di donna. Non mi sembra una immagine sacra. Devo chiedere alla mediatrice culturale.»

«Aspettiamo il medico legale e vediamo cosa troviamo addosso al cadavere. Mi pare sia un grosso imprenditore.»

Il capitano torna verso di me e ci scostiamo. Mentre mi dà una pacca sulla spalla e sta per dire qualcosa, vedo arrivare da lontano il mio superiore. Gli corro incontro sollevato e ci abbracciamo. Non lo vedo da un anno anche se l’ho sentito ogni giorno.

«Toni, sei vivo?»

«Sì, comandante.»

«Alla fine lo hai beccato…»

«Non è stata poi una scena così romantica.»

«Tutto a posto con i colleghi?»

«Sì. Gli ho detto che ti aspettavo.»

«Andiamo. Li saluto.»

«Vorrei stare lì e vedere la faccia di Feriha quando scoprirà tutto. Fottiti, Yilmaz.»

Arrivano il medico legale e il magistrato e si procede all’ispezione cadaverica. Il comandante Agostini mi chiede se ho bisogno di qualcosa e ci allontaniamo a fare dei passi poco più in là.

«Toni, allora? Hai notizie fresche?»

«Sono dei figli di puttana. Sono dei trafficanti. Di esseri umani e di droga. Sono dei grandi industriali. Hanno un impero commerciale, ma sono soldi sporchi. Le mogli navigano nell’oro. Riducono in puttane le ragazze che hanno bisogno di lavorare. Mi fanno pena, comandante. E sono coinvolte anche le istituzioni ministeriali. Ho viaggiato nelle loro macchine. Schifosi! Anche le persone pulite ho visto nell’ufficio di Feriha. Come quel Kaya che ti dissi un po’ di anni fa. Ha legami dappertutto quel pezzo di merda. È una ragnatela intessuta alla grande su tutto il sud-est europeo. Ci sono di mezzo tutti. Col cazzo che la faranno franca. Ma io dovrò andarmene. Quelli mi faranno fuori.»

«Toni, chi ha ucciso Tigre bianca?»

«Lo scafista. Quello meno infame. Aveva bisogno di soldi. Anche se quell’anello l’ho visto pure al dito dell’altro. Però lì lo tengono tutti. È il ritratto di una donna con i costumi tradizionali. È il loro modello di donna. Ce l’hanno come portafortuna.»

«Ma sei sicuro che sia stato lui?»

«Comandante, quel giorno che sono entrato in ufficio e di botto mi sono trovato quel Kaya davanti ho avuto la conferma che Tarek doveva fare qualcosa di importante per loro. Il giorno prima stava a Monastir. La sera era a cena con Yilmaz e Kaya a Istanbul. Gli fecero trovare un abito decente, gli misero a nuovo la faccia e andarono nel più lussuoso dei ristoranti italiani. È stato lui, Tarek.»

«E quella Nadia?»

«Nadia è una puttana al servizio della Yilmaz. E sono convinto che hanno cominciato a tenermi a distanza perché avevano inteso che ci fosse sotto qualcosa. Non che io sia infiltrato, ma l’ultima volta Feriha non mi ha visto tanto per la quale. Diciamo così. Ero molto confuso e turbato. Lui mi ha osservato parecchio quel giorno e mi ha mandato in trasferta per tenermi lontano da quei movimenti. Ne sono convinto. Inconsapevole che mi avrebbe spedito nel focus di questa storia.

«Piuttosto, sei preparato a tutto quello che dobbiamo affrontare? Indagini sulle ambasciate coinvolte, sui pezzi grossi che stanno in questo giro, testimonianze che dovrai fare. Credo che usciranno dei nomi molto noti. Saremo il bersaglio della criminalità internazionale, nonché di quella locale, come se non bastasse. E poi non dimentichiamoci della stampa.»

«Col cazzo! Non vedo l’ora… »

«Da questo momento in poi sei sotto protezione. Adesso che torniamo scordati di andare dai tuoi familiari. Dobbiamo verbalizzare. Diamo fine alle indagini e acchiappiamo sto Tarek. Poi, ci occuperemo degli altri.»

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