Il castello di Arechi II: un monumento che narra tutte le fasi della complessa vicenda storica salernitana. Un ambiente propizio e ameno, ricco di eremi e affacciato su di un golfo meraviglioso,  un palazzo di bellezza straordinaria.

Arechi II, partiamo dal protagonista. Duca e poi principe di Benevento, si unì in matrimonio con Adelperga, figlia del re Desiderio. Fu capace di resistere alla conquista del regno longobardo a opera di Carlomagno, elevando, a seguito di tale evento, il ducato di Benevento a principato indipendente (774). Obbligato a giurare fedeltà a Carlomagno (788) e a garantire cessioni territoriali alla Chiesa, morì mentre cercava un riavvicinamento con Bisanzio.

Salerno vanta un centro storico di impianto medievale, sito proprio a ridosso del ripido colle in vetta al quale s’innalza il castello di origine romana, ma che deve il suo nome al duca longobardo Arechi. Il castello è un monumento che può narrarci tutte le fasi della complessa vicenda storica salernitana.

Nella configurazione urbanistica di Salerno non è facile seguire, mediante testimonianze dirette, l’avvicendarsi delle varie epoche […] Mentre la rievocazione dell’età romana e preromana resta affidata quasi per intero alle fonti scritte, abbastanza ricchi, invece, sopravvivono i segni dello straordinario sviluppo cui pervenne la città nel periodo longobardo-normanno. (R. Mormone)

Torri, colonne, chiese, palazzi e archi, quante e quanto dense le memorie medievali nelle quali ci si può imbattere camminando lungo le strette vie della parte nord-occidentale di Salerno.

Il resto della città, verso la costa e verso oriente, , con epicentri rispettivamente nella chiesa dell’Annunziata e in Portanova, rivela un aspetto più moderno, con una non vistosa architettura tardo rinascimentale e barocca, sorta a partire dal Cinquecento. (R. Mormone)

Castello di Arechi

Il castello, che si mostra a chiunque capiti in città, stando a Strabone fu edificato dai Romani assieme ad altri bastioni per contrastare la rivale Picentia appoggiata da Annibale. Non bastasse, anche Tito Livio allude ad un castrum Salerni. La rocca fu di sicuro ampliata dai Longobardi, in quanto Salerno divenne in quel tempo piuttosto importante, essendo, presumibilmente, il solo porto sul Tirreno del ducato di Benevento. È da qui che i Salernitani riuscirono ad opporsi alle offensive dei Saraceni, comprese quelle sotto la guida del feroce Abdila che qui fu sconfitto e ucciso. In seguito alla disfatta del re dei Longobardi Desiderio, ecco entrare in scena Arechi II: dapprima elevò il ducato longobardo di Benevento a principato indipendente, poi, battezzatosi principi, si stabilì a Salerno consolidando il castello. Presso la sua corte, addolcita dalla presenza  della sposa Adelberga, furono adunati dotti e letterati insigni, fra cui Paolo Diacono il quale redasse alcuni versi affinché fossero incisi sulle pareti della fortezza.

Un cenno storico, ben delineato dalle parole di Francesco Barra, può chiarirci ancor meglio quanto stava accadendo.

Capitale della Longobardia meridionale, che nel periodo del suo massimo fulgore comprese la maggior parte del Mezzogiorno, fu Benevento, l’antica colonia romana, da cui Zottone, il primo Duca, irradiò le sue conquiste. Salerno, occupata intorno al 630, cominciò invece a emergere soltanto nella seconda metà dell’VIII secolo, quando Arechi II vi trasferì la sua corte, ne ristrutturò profondamente l’urbanistica e la munì di fortissime mura e di un formidabile castello.

Era la premessa del dualismo e della rivalità tra le due città campane. A partire dalla metà del IX sec., con il conflitto che sancì la scissione tra Salerno e Benvento (849), ovvero l’inizio della decadenza longobarda, si fa strada un irreversibile processo di disgregazione del quadro politico meridionale, in cui vita facile ebbe l’inserimento dei Saraceni.

Frattanto, tra il X e l’XI secolo, mentre tramontava la potenza longobarda, emerse e si affermò, come grande forza commerciale e marittima, Amalfi, liberatasi dall’iniziale soggezione al ducato di Napoli. Gli stretti e mai interrotti vincoli con l’Impero bizantino costituirono la base fondamentale delle fortune di Amalfi, che fu per qualche secolo un essenziale tramite tra l’Occidente franco, il mondo musulmano e l’Oriente bizantino.

Un ambiente propizio e ameno, ricco di eremi e affacciato su di un golfo meraviglioso: l’intervento di Arechi II fu di quelli importanti, commissionando un palazzo di bellezza straordinaria con l’annessa chiesa consacrata agli apostoli Pietro e Paolo, ampliando l’impianto urbano e munendolo di possenti fortificazioni. Paolo Diacono, autore della celebre Historia Langobardorum, non poté che farne lode sfrenata in un’apposita lirica. Il princeps realizzava una sorta di riproduzione di Benevento. La sua decisione non era figlia della casualità, Salerno rappresentava in effetti un nodo essenziale per le comunicazioni costiere e interne: oltre a consolidare la tenue presenza longobarda sul Tirreno, permetteva infatti di controllare le vie terrestri tra Calabria, Sicilia e Napoli, e di sorvegliare sui traffici marittimi di Bizantini e Amalfitani. In più, costituiva un riparo piuttosto sicuro dall’Appia, che congiungendo troppo rapidamente Roma con Benevento esponeva il fianco della Longobardia minor alle possibili incursioni del papa o dei Franchi di Pipino (come nel 791, 793, 801 e 802).

Arechi II

Fu senz’altro la minaccia di Carlo Magno a convincere il principe Arechi a fortificare l’antico Castrum e a dotarlo di quattro torri connesse tra loro, ciascuna delle quali possedeva il parapetto munito di merli: i suoi successori provvidero ad edificare altre torri sui colli limitrofi e a irrobustire maggiormente il maniero, che difatti fu in grado di contrastare per quasi un anno le infuriate di Roberto il Guiscardo. L’ultimo principe longobardo fu Gisulfo II, il quale difese la sua indipendenza dalla prepotenza dei Normanni di Guiscardo detto lo Scaltro, cognato dell’Altavilla.

Successivamente il bastione passò nelle mani di Gregorio VII, che vi allestì la prima crociata contro i Turchi; Ildebrando di Soana fu poi tumulato nella chiesa di San Matteo. Durante il periodo della dominazione sveva, il castello di Arechi, ricostruito dopo la distruzione figlia delle lotte tra Tancredi ed Enrico VI, fu oggetto di particolari attenzioni da parte di Federico II di Svevia che ebbe a provvederlo di armi e munizioni. Anche sotto gli Angioini non mancarono provvedimenti garanti della funzionalità della sua torre maggiore: fu infatti Carlo I a disporre che fossero conseguite cospicue riparazioni sia alle torri che alle mura, facendole eseguire a carico dei cittadini salernitani e dei paesi convicini, nominando castellano Giovanni Pagano. Carlo II vi dimorò in numerose occasioni; qui venne alla luce nel 1275 il principe Ludovico avviato alla santificazione e raffigurato da Simone Martini nella nota pala di Capodimonte, da Tino da Camaino sul fregio della tomba nella chiesa di Santa Maria Donnaregina a Napoli e da un non noto pittore del Trecento ne chiostro della badia di Cava.

È qui che Giovanni Boccaccio, stando alla tradizione, trovò ispirazione per la narrazione della quarta giornata del suo Decamerone, nel quale Fiammetta, riferendo degli amori infelici, rammenta quello drammatico di Ghismonda e Guiscardo e la vendetta del principe Tancredi, che pentito, dispose poi che le sue vittime fossero sepolte con i doverosi decori, facendo realizzare per loro un sepolcro.

Non solo.

Il castello di Arechi servì anche d’ispirazione al grande poeta Ugo Foscolo, per la sua tragedia, la terza già pensata forse nel 1811; quella sua prediletta tragedia, calma e mossa, dinamica e veramente tragica che è la Ricciarda d’argomento medievale, tutta furente e ruggente e spasimante di un tremendo odio familiare e di un irresistibile amore contrastato. (Armando Ciollaro)

Un castello che appartenne anche ad una famiglia a dir poco leggendaria, i Quaranta, entrati nella storia di Salerno per merito di un personaggio che si aggiudicò questo nome dopo una straordinaria impresa compiuta.

Si narra, infatti, che mentre un nobile salernitano era alla difesa di una porta della città attaccata dai Saraceni, gli si presentarono quaranta pellegrini che venivano dalla Terra Santa chiedendo di combattere contro i musulmani. Il cavaliere li accolse a braccia aperte e quando la vittoria gli arrise insieme ai pellegrini fu chiamato «Cavaliere delli Quaranta». (Giovanni Liccardo)

 

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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