Cosa fa del caffè quella ricchezza ambita da re e imperatori che oggi troviamo ovunque al mondo? Quale l’origine della pianta? Come giunge fino a Napoli?

Il caffè deve averne scritte di pagine di storia, con il suo carico di leggende, fatti, misfatti, miti e malefatte, una vita longeva e straordinaria, da vino d’Arabia a bevanda del diavolo, da carica del rivoluzionario fino alla cuccuma e alla moka.

Una celebre canzone napoletana dell’inizio secolo scorso intonava più o meno così: coi vostri modi, Brigitta, sembrate una tazza di caffè: con lo zucchero sotto, ma amara di sopra. Lode a una ragazza ritrosa e all’ambiguo vino d’Arabia, il caffè,  se da un lato paleserebbe dolcezza, dall’altro invece riserverebbe l’amaro mistero della sua natura…

Ma cu sti mode, oje Brìggeta, tazza ‘e cafè parite: sotto tenite ‘o zzuccaro, e ‘ncoppa, amara site…

Il caffè, inebriante ‘pozione’, tanto da far ritenere che nei suoi fondi possa svelarsi il futuro, sempre seducente (troppo, talvolta!), al punto che la Chiesa decretò il caffè come  “bevanda del diavolo“, mentre, da un’altra parte del mondo, i sultani ne preclusero la fruizione alle donne,sebbene a lungo ne usufruirono i musulmani nei riti religiosi: i mistici sufi se ne servivano per rimanere svegli nel corso delle veglie di preghiera.

Cosa fa del caffè quella ricchezza ambita da re e imperatori che oggi troviamo ovunque al mondo?

Quale l’origine della pianta? C’è chi la vorrebbe nativa dell’Africa.  Che il caffè fosse bevanda così esaltante lo testimoniava già la sua dicitura araba, qahwa, che appunto vale a dire eccitante. Stando ad altre fonti, però, l’espressione proverebbe dall’area d’origine della pianta (e della bevanda): un’alba attorno alla quale sono sbocciate nel tempo numerose leggende.

«La provenienza dell’arbusto Coffea arabica, da cui si raccolgono i chicchi di caffè, è ancora dibattuta», dichiara Giovanni Spadola, presidente e fondatore della storica azienda di torrefazione Caffè Moak (Modica, Ragusa). «Pare che le prime piante siano state trovate a Caffa– da cui il nome – in Etiopia. Da quelle terre, tra il XIII e il XIV secolo, gli etiopi portarono il caffè nello Yemen durante le loro campagne militari. Qui le piantine trovarono terreno fertile e prosperarono nei giardini e nelle terrazze, per proseguire il loro cammino verso nord lungo la costa orientale del Mar Rosso, fino alla Mecca e a Medina (Arabia), dove già alla fine del XV secolo sorsero luoghi di degustazione in cui ci si riuniva appositamente per berlo.»

Tra i primari centri di distribuzione e diffusione del caffè, fin dal XVI secolo, celebre fu Il Cairo, in Egitto, da dove mercanti e pellegrini lo esportarono lungo importanti itinerari. «La diffusione fu favorita soprattutto dalla propagazione della religione islamica, che proibiva di bere vino, sostituito dal caffè. Ma un grande contributo lo diede anche l’espansione dell’Impero Ottomano, che forniva caffè in grandi quantità fino alle porte di Vienna, eludendo ogni disposizione doganale.»

Nel XVII secolo “il vino d’Arabia” fece tappa infine in Europa, anche se già da un secolo a Venezia era possibile fare esperienza dei semi della Coffea arabica, venduti dagli speziali a prezzo piuttosto alto, come medicamento.

Bastò poco tempo per consegnare al caffè la nomea di bene di consumo agevolmente rinvenibile, apprezzato prima da aristocratici e intellettuali, poi anche dal popolo. A Istanbul, intorno al 1554, si ersero le prime caffetterie, le quali figliarono celermente in tutta la città con il nome di qahveh (o khaveh). «Nel XVII secolo anche in Europa si ebbe il boom delle botteghe del caffè: già verso la fine del ‘600 nel Regno Unito se ne potevano contare oltre tremila, Parigi e Londra all’inizio del ‘700 ne vantavano almeno 300, mentre Vienna soltanto 10», prosegue Spadola. Spettò a un veneziano, Pietro Della Valle, comunicare per primo l’inaugurazione di un emporio di caffè in Italia: era il 1615. Un secolo dopo, nel 1720, in piazza San Marco spalancava le sue porte il celebre caffè Florian, che tutt’ora conta quell’ascendenza e il titolo di “caffé più antico del mondo“.

LA BEVANDA DEL DIAVOLO. L’inarrestabile successo ottenuto dalla nuova bevanda concorse, nel XVIII secolo, a far superare in modo definitivo i pregiudizi che per secoli  asfissiarono il caffè – basti pensare solo come in principio la Chiesa tentò di confinarlo ai margini della vita sociale.

L’incriminazione? Si ritenne che fosse un diabolico raddoppiatore dell’io, in grado di rendere vigili, troppo prolissi e disinvolti persino le personalità più equilibrate. Una mitizzata conferma giungeva dalle narrazioni del frate maronita Antonio Fausto Nairone, teologo alla Sorbona (Parigi) fra il Sei e il Settecento. Stando a una leggenda riferita da questo religioso della Chiesa siriana, l’arcangelo Gabriele offrì il caffè al profeta Maometto, il quale dopo averlo gustato “disarcionò in battaglia ben quaranta cavalieri e rese felici sul talamo addirittura 40 donne“.

Preoccupata dalle maldicenze sul ipotizzabile potere erotico della bevanda, la Chiesa ebbe dunque a condannare seduta stante quello che ormai era appellato vino d’Arabia bollandolo come bevanda del diavolo – che del resto (svela la leggenda) pare fosse amata da papa Clemente VIII, il quale all’inizio del XVII secolo respinse l’ordinanza della proibizione, come invece richiesto i suoi consiglieri.

Lunga vita ebbe, invece, il pregiudizio che accostava i consumatori di caffeina a una vita notturna corrotta e sregolata. Non è un caso se ancora nel 1732 il compositore tedesco Johann Sebastian Bach compose una cantata il cui testo narrava l’angoscia di un padre desideroso di guarire la figlia dalla passione del caffè, passione condivisa peraltro dalla maggior parte delle fanciulle di Lipsia.

DALLA TAVERNA ALLA BOTTEGA. In origine taverne (così furono definiti dal filosofo inglese Francis Bacon nel suo trattato di storia naturale Sylva sylvarum), i caffè seppero sempre mantenere una duplice anima. «Da un lato erano luoghi di aggregazione e convivialità disimpegnata, dall’altro divennero spesso sedi di dibattito», chiarisce Giovanni Spadola. «Chiamati anche “scuole di saggezza”, questi locali erano per lo più frequentati da uomini colti e da letterati, che si davano appuntamento per conversare e bere caffè fino a tarda notte, tenuti svegli dalle proprietà eccitanti della caffeina. Col tempo, i caffè divennero anche luoghi dove si alimentava la contestazione politica, tanto che nel 1676 il procuratore generale di Londra, temendo che si trasformassero in covi di potenziali insurrezionalisti, decise di far chiudere tutte le coffee house.»

Il provvedimento non riscosse particolare successo, e sempre più di frequente chi volle discutere i valori e le politiche dei governi si diede appuntamento proprio presso i caffè. In Francia, l’esempio di riferimento divenne un locale aperto nel 1686 da un siciliano, Francesco Procopio, proprio di fronte al teatro della Comédie Française e che prese il nome dal suo fondatore. Il Café Le Procope, ritrovo di filosofi, artisti, uomini politici e scrittori, si trasformò così famoso in Europa da divenire emblema di circolo letterario. Un secolo dopo i caffè letterari furono celebrati da un gruppo di intellettuali liberali italiani (e clienti abituali di caffè) guidati dal filosofo Pietro Verri, che denominò Il Caffè la rivista da lui fondata, la quale consegnò un contributo importantissimo alla diffusione dell’Illuminismo in Italia.

ALL’ITALIANA. In Italia i consumi di caffè si affermano a meno della metà rispetto al Nord Europa, ma il caffè è quasi da sempre un emblema nazionale. In un primo momento l’ex vino d’Arabia si presentò come protagonista a teatro. Il commediografo veneziano Carlo Goldoni già nel 1750 consacrò alla causa una commedia di successo, La bottega del caffè. Undici anni dopo l’abate gesuita e scrittore Pietro Chiari bissò con un dramma giocoso, Il caffè di campagna.

Quelli erano gli anni in cui cominciava la sua carriera la tazzulella ‘e cafè proclamata da numerose canzoni napoletane. Fin dal XVIII secolo a Napoli si attestò una variabile al caffè turco (o alla turca): invece di cuocere la polvere dei chicchi macinati, come avviene ancora oggi in Turchia e Nord Africa, diluendola in acqua in un bricco di rame poggiato su braci o sabbia calda, ebbe diffusione la cottura napoletana. Il nuovo procedimento attendeva il filtraggio dell’acqua bollente, colata dall’alto tramite la polvere di caffè: è il principio che fa funzionare la cuccumella.

C’è chi sostiene, forse con un pizzico di esagerazione, che la storia di Napoli, nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, sia stata decisa ai tavolini dei numerosi Caffè partenopei. Non è certo così, ma non si può negare l’importanza che questi luoghi d’incontro hanno avuto nello sviluppo delle lettere, della poesia, della pittura, della musica e di tutta la cultura napoletana nonché nella determinazione di alcuni avvenimenti storici, fondamentali perla città. (Filiberto Passananti)

I Caffè dilagarono imponendosi negli usi e nei costumi della società napoletana nella prima metà del XIX secolo, numerosi com’erano lungo l’asse stradale principale della città: almeno da trenta da piazza Mercatello (attuale piazza Dante), passando per via Toledo, arrivando a piazza San Ferdinando (oggi piazza Trieste e Trento). Un cenacolo di letterari, punto d’incontro tra artisti e uomini di cultura, habitat naturale di nobili e alto borghesi, amati anche dal popolo: questo furono i napoletani Caffè ottocenteschi.

Nel 1902, a Milano, prese vita invece l’espresso, grazie all’intuizione dell’ingegner Luigi Bezzera: una macchina che sfruttò l’alta pressione per filtrare il macinato. Nella moka, infine, conseguita dall’imprenditore Alfonso Bialetti nel 1933, l’acqua portata a ebollizione sale dal basso.

Per garantire l’aroma del caffè il grande attore e drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo rammentava un sistema casalingo a suo dire impeccabile: il coppitello, un cono di carta da infilare nel beccuccio della caffettiera al momento del filtraggio. Se avete l’intenzione di sperimentarne l’efficacia abbiate a mente le parole del filosofo Montesquieu: «Il caffè ha la facoltà di indurre gli imbecilli ad agire assennatamente». Identificate la vittima, offritegli una caffettiera con coppitello e attendete fiduciosi i risultati.

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