Nel cuore del Vallo di Diano, lo splendido mare lungo la costa cilentana dell’antica Palinuro forma grotte suggestive per i colori, le forme e le leggende popolari legate a ciascuna di esse.

Chi sceglie di trascorrere le proprie vacanze in quella zona del Cilento che va da Ascea a Marina di Camerota, dove le colline cariche di olivi e fichi digradano dolcemente nel mare solcato fin dall’antichità da avventurosi marinai, non può sottrarsi al fascino dei miti che lì hanno dimora e inevitabilmente fanno riaffiorare lontani ricordi scolastici o rinfocolano costanti passioni per la letteratura greca e latina. Su queste coste il pio Enea pianse la morte del nocchiero Palinuro, lungo queste coste si aprono grotte che incantano il visitatore e stimolano la fantasia di chi ha la fortuna di nascere nella terra amata degli dei. Una visita alle grotte è d’obbligo, ma può trasformarsi in un piacere da ricordare se a condurvi non è la solita barca a noleggio turistico, ma un pescatore del luogo che vi ospita a bordo del suo “gozzo”, la barca tipica che a maggio vive il proprio momento di gloria, in occasione della pesca delle “alici di menaica”. Ho la fortuna insperata di incontrarne uno, che mi regala un’indimenticabile mattinata di grotta in grotta, di storia in storia.

Si parte dalla spiaggia del porto di Palinuro, e subito la mia guida mi indica il Faro, narrandomi le vicende del Murat che in queste terre si recò appunto ad ispezionare i fortini, restando ammaliato dalla bellezza dei luoghi, tanto da immaginare un ambizioso progetto che la morte cruenta gli impedì di portare a termine. Per evitare alle navi di doppiare il pericoloso promontorio, ipotizzò di costruire un canale navigabile che, partendo dalla spiaggia della Marinella e seguendo il corso del fiume Lambro, sarebbe sfociato nelle Saline, rendendo così Palinuro un’isola, che egli giudicava superiore per bellezza a Capri. La Grotta Azzurra ci accoglie, con le pareti colorate dal riverbero azzurro creato dalla luce del sole che vi penetra da un tunnel sottomarino. Capisco perché il Murat preferisse questi luoghi a Capri! Siamo sul fianco settentrionale di Punta della Quaglia, presso Cala Guarracini, che nel nome ricorda la presenza della torre saracena. Questi lidi, infatti, sono stati nel tempo approdo e dimora dei vari popoli succedutisi nella dominazione della Campania. A punta della Quaglia, dove oltre agli uccelli che le danno il nome nidificano poiane, falchi pellegrini, gheppi e gabbiani, succede la punta che fu la tomba del giovane Palinuro, reso immortale dal racconto che della sua morte fece Virgilio. Sulla sua sommità ha sede la Stazione Meteorologica, installata nel vecchio faro della Marina militare. Doppiata Punta Spartivento, si arriva prima alla Grotta d’Argento, cosiddetta dall’intensa colorazione dovuta all’acqua sulfurea, e dove le formazioni calcaree danno vita a due sculture dette La Madonnina e il Dito, e poi alla Cala della Lanterna, sormontata dal Faro. La successiva Grotta del Sangue, a dispetto del nome, non cela storie cruente, ma si tinge di rosso grazie alla presenza di un minerale ferroso che ne colora le pareti.  Anche qui le formazioni calcaree inducono al gioco delle somiglianze, e vi si scorgono la testa di un coccodrillo e una conchiglia. La presenza di Astroides Calycularis, una specie vegetale marina dall’intenso colore arancione che vive aggrappata alle pareti rocciose, accentua i toni sanguigni di questo tratto di costa fino a Punta Mammone, che ospita ancora la Grotta dei Monaci.Le formazioni stalagmitiche danno vita ad un immaginario gruppo di monaci in preghiera, che investe la grotta di un’energia quasi arcana, appena smorzata dagli intensi colori dei “pomodori di mare”. Doppiata Punta Mammone si arriva a Cala Fetente, che ospita una grotta che la presenza di esalazioni sulfuree sconsiglia di visitare all’interno. Ci avviciniamo però il più possibile, per ammirare l’insolita unione fra la forza del minerale che ribolle dal fondale e dalle pareti, e l’acqua del mare che accoglie l’energia della terra. Cala Fetente, alla base di un massiccio calcareo di origine vulcanica, è sovrastata dall’Architiello, un’architettura naturale modellata dai venti che si incrociano in quel punto in forma di finestra ad arco e che, guardata da un punto preciso, centra il bianco faro di Palinuro. Superiamo la Grotta delle Ciavole (o taccole, cornacchie), che qui lanciano il loro stridulo verso, e scorgiamo la pigra sagoma del coniglio accovacciato nell’omonimo scoglio, che sorveglia la Baia del buon dormire, una delle spiagge più belle della costa, raggiungibile solo via mare. A ridosso della foce del Lambro, la Spiaggia della Marinella prelude alla Cala delle ossa, forse il punto più suggestivo dell’intero itinerario. Grotta preistorica, risalente all’epoca quaternaria, conserva nelle pareti frammenti di ossa animali e forse umane, e nel tempo è stata ed è tuttora oggetto di studi paleoantropologici e scientifici.

Il tempo è volato, siamo già in vita del famoso Arco Naturale, presso la foce del fiume Mingardo, che nasce dal Monte Cervati e muore sull’altopiano dell’antica Molpe, l’insediamento più antico di Palinuro. La bellezza del luogo toglie il fiato, ma non posso fare ameno di notare le strutture turistiche che ne deturpano la fisionomia. Chiedo spiegazioni alla mia guida, che mi rincuora: solo nei mesi estivi l’Arco nasconde la propria bellezza per accogliere mercatini, noleggi di barche ed altre amenità artificiali che attirano e soddisfano le richieste del turismo di massa. Dall’autunno e fino a tutta la primavera, le strutture turistiche scompaiono, e l’Arco Naturale torna ad essere patrimonio inestimabile degli abitanti di Palinuro e di quanti apprezzano le opere che solo la Grande Madre sa generare.

Maddalena Venuso, nasce a Napoli e, sebbene viva a Marigliano, l'impronta della città natale le resta appiccicata come un francobollo. Poliedrica, fantasiosa, ricca di sfumature. Liceo Classico, Lettere Antiche, esperienza come Archeologa a Napoli e Pompei fino al 1994. Docente presso il MIUR dal 1994, insegna Italiano e Latino al Liceo Scientifico. Traduce la passione per l'archeologia in passione per il territorio, raccontando il gusto e le bellezze delle Terre di Campania e d'Italia. Giornalista indipendente, ha collaborato, fra gli altri, con ItaliaPiù, Italia a Tavola, l'Espresso Napoletano, Oliovinopeperoncino. Mantiene sempre viva la curiosità per il nuovo, accogliendo con piacere ogni opportunità che ritenga valga la pena sperimentare.

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