Francesco Caracciolo fu uno sfortunato protagonista della Repubblica Napoletana del 1799: non fu ammesso nella celebre capitolazione del 21 giugno – mediante la quale il cardinale Ruffo risparmiò la vita agli ultimi difensori della Repubblica – per pronunciata volontà della regina e del re.

All’ammiraglio Francesco Caracciolo abbiamo consacrato una delle strade napoletane più celebri al mondo, una via che prese vita da una colmata di mare. Una intitolazione decisamente simbolica, un evidente richiamo alla vicenda storica del personaggio e ad una puntuale vocazione della città protesa sull’acqua.

Francesco Caracciolo fu uno sfortunato protagonista della Repubblica Napoletana del 1799. Nacque nel gennaio del 1752 a Mergellina ed entrò giovanissimo nella marina da guerra. Nel 1784 fu nominato capitano di fregata dirigendo lo sciabecco “S. Gennaro il Vigilante” nella guerra contro i pirati algerini. Il 12 agosto 1790 fu promosso capitano di vascello, e alla guida del “Tancredi” dal 1791 proseguì a dare la caccia ai pirati barbareschi. Nel maggio 1792 affondò due sciabecchi algerini nella rada di Cavalaire in Provenza, in acque territoriali francesi. Ne conseguì un grave incidente diplomatico: il governo napoletano lo sottopose a processo, la sentenza sancì la reclusione nella fortezza di Gaeta dall’agosto al dicembre 1792. Liberato, fece parte della squadra borbonica inviata in appoggio alla flotta inglese negli scontri che opposero la prima coalizione europea alla Francia rivoluzionaria.

Nel 1793 condusse alcuni vascelli napoletani che, sotto i comandi dell’ammiraglio Hoed, battagliavano contro i francesi: prese parte alla presa di Tolone e allo sbarco in Corsica. Nel 1795 combatté con onore nuovamente contro i francesi a Capo Noli, costringendo alla resa due vascelli nemici. Il 10 gennaio 1797 fu promosso brigadiere. In seguito alla morte del padre (3 febbr. 1797) e alla rinunzia del fratello Giuseppe Maria, notevolmente ammalato (morirà nell’agosto successivo), alla primogenitura e al patrimonio ereditato anche dalla madre onde evitare la separazione dei beni, l’ammiraglio Caracciolo divenne duca di Brienza e fu chiamato a corte dal re come maggiordomo di settimana e gentiluomo di camera con entrata. Nell’ultima fase della sua milizia borbonica guidò una divisione, costituita dal vascello “Sannite” e dalle fregate “Aretusa”, “Cecere” e “Sirena”, con cui diede la caccia ai corsari barbareschi dal marzo al dicembre 1798. Il 23 dicembre fece salire a bordo sul “Sannite” la maggior parte della corte e i familiari del ministro Acton, mentre la famiglia reale s’imbarcò sull’ammiraglia inglese: dopo una tormentata traversata la corte borbonica sbarcò, tra il 26 e il 27, a Palermo. Il “Sannite” realizzò altri due viaggi, nel gennaio 1799, da Palermo a Messina e infine il 4 febbraio venne posto in disarmo.
La distruzione della flotta partenopea a Napoli (28 dicembre 1798; 8 gennaio 1799) avvenuta su ordine dell’ammiraglio inglese Horace Nelson per evitare che i rivoluzionari se ne impadronissero, lo colmò di amarezza e, obbligato  a ridurre gli armamenti del proprio vascello ammiraglio a Messina, implorò il re Ferdinando di concedergli di potersi recare a Napoli per provvedere al suo ingente patrimonio. Giunto a Napoli, poche settimane dopo la proclamazione della Repubblica Napoletana, il 21 gennaio 1799, accettò di porsi a capo della marina repubblicana.

Al comando di pochi barconi, adattati a cannoniere, guerreggiò con le navi inglesi e siciliane a Procida il 17 maggio.

Sciolsero dal Porto di Napoli i Repubblicano lieti all’impresa, benché tre contro dieci, e valorosamente combattendo un giorno intero, arrecarono molte morti e molti danni, molti danni e molte morti patirono; e più facevano, e stavano in punto di porre il piede nella terra di Procida, quando il vento che aveva soffiato contrario tutto il dì, infuri nella sera, e costrinse le piccole navi della Repubblica a tornare in porto: non vincitrici, non vinte, riportanti lodi dell’audacia e dell’arte. (Pietro Colletta)

Gli accordi siglati dal cardinale Fabrizio Ruffo e dai rappresentanti delle potenze straniere prevedevano l’assoluta incolumità di Francesco Caracciolo che, dopo la battaglia, si era ritirato presso il proprio palazzo di via Santa Lucia.

Il 13 giugno 1799 il cardinale Ruffo sferrò l’attacco finale, vincendo l’ultimo disperato tentativo di resistenza dei repubblicani asserragliati a Castel dell’Ovo e a Castel S. Elmo. I lazzari di Napoli, unitisi ai sanfedisti, tornarono a sfrenare la loro violenza, sfuggendo al controllo dello stesso Ruffo Ebbe inizio una vera e propria caccia al “giacobino”. Il 21 giugno 1799 fu firmata la resa dei due castelli. La capitolazione garantiva ai repubblicani una resa onorevole e la possibilità di imbarcarsi su navi francesi mettendosi così in salvo dalla reazione borbonica. (Cattaneo, Canonici, Vittoria)

L’ammiraglio Nelson, tuttavia, non badò ai patti avviando le ricerche dell’ammiraglio per arrestarlo. Inizialmente trovò riparo nei pressi di un ponte di Chiaiano, che da allora ne ha preso il nome; nonostante ciò, il suo rifugio venne scoperto dagli uomini di Scipione La Marra che avevano pedinato un suo servitore. La Marra, in realtà un diplomatico della regina Carolina al seguito del cardinale Ruffo, consegnò il prigioniero agli uomini dell’ammiraglio inglese. Un’ampia letteratura vorrebbe il palazzo ducale di Calvizzano come luogo della sua cattura; altri hanno sostenuto che l’arresto sia avvenuto in via Case Nuove, presso la proprietà del suo fido nocchiero Antonio Chiapparo. In ogni caso, fu denunziato ai Borbone da un certo Gaetano Carandente. Pare certo che sia stato Nelson in persona a volerlo giudicare per sfogare la sua rabbia contro chi l’aveva in parte umiliato. La decisione di processarlo a bordo del proprio Foudroyant era dovuta al timore che, se il processo si fosse svolto su di un bastimento napoletano l’equipaggio si sarebbe ribellato tanto che Caracciolo era ammirato da tutta la marina.

Il Caracciolo non fu ammesso nella celebre capitolazione del 21 giugno – mediante la quale il cardinale Ruffo risparmiò la vita agli ultimi difensori della Repubblica – per pronunciata volontà della regina e del re che, in due lettere del 19 e del 20 giugno al Ruffo, bollavano il destino dell’ammiraglio.

Il 29 giugno, alle nove di mattina, fu scortato a bordo del Foudroyant, la nave ammiraglia inglese, dove Nelson dispose al conte Thurn di riunire e coordinare un consiglio di guerra composto da cinque ufficiali borbonici per il giudizio. Stando ad una testimonianza, il Caracciolo azzardò una difesa ribaltando sul re fuggiasco l’accusa di tradimento, ma il tribunale a maggioranza gli impartì la condanna a morte per impiccagione. Su ordine di Nelson, il Thurn fece attuare alle cinque pomeridiane l’impiccagione del Caracciolo all’albero di trinchetto della fregata “Minerva” e ne fece gettare in mare il corpo, che, venuto in superficie qualche giorno dopo, fu sepolto nella chiesa di S. Maria della Catena a S. Lucia.

L’ammiraglio Nelson poté beneficiare anche di un premio impiccagione: fu ricompensato dalla regina con il titolo di duca di Bronte, piccolo centro alle pendici dell’Etna.
Un peso determinante nelle vicende che causarono la fine dell’ammiraglio ebbe Emma Lyon, passata alla storia come Lady Hamilton, una cameriera e ballerina di taverna, maritata con un lord inglese ambasciatore a Napoli, la quale non solo divenne “intima” della regina, ma riuscì anche a sedurre Nelson, al quale diede pure una figlia. Grazie alla sua originale amicizia con la regina Maria Carolina, ispirò la tremenda repressione ordinata da Ferdinando IV di Borbone contro i patrioti repubblicano nel 1799.

Era nata a Great Nest, nel Cheshire, da una famiglia molto povera. Lasciata la scuola, giovanissima fu prima commessa in un negozio di alimentari, poi cameriera in un bar, poi ballerina in una taverna al porto. Vantava delle bellissime gambe, seni enormi, occhi e sguardo incandescente, il tutto immortalato quando compì vent’anni da un pittore che ne aveva ventinove più di lei e che fu il suo primo amante. Giunse a Napoli passando dapprima per Londra: nella City passò dal pittore al ministro Charles Greville, il quale, non ancora quarantenne, nobile e ricco, le mise a disposizione un’accogliente villetta con servitù, abiti, gioielli, viaggi. Ma il sogno ebbe fine quando il ministro decise di sposarsi: Emma, da poco venticinquenne, fu spedita a Napoli nel 1790 presso la casa di uno zio illustre del ministro, ambasciatore e funzionario plenipotenziario alla corte di Ferdinando IV di Borbone, il suo nome era Lord Hamilton. Si trattava di un sessantottenne colto e raffinato, dai tanti interessi, che si prestava alla politica, alla vulcanologia, all’arte e … al prato all’inglese che la regina Maria Carolina voleva realizzare nella reggia di Caserta. Ed è qui che avvenne l’incontro tra le due donne: da quel giorno furono inseparabili. La dama sofisticata, ammiratissima, elegante e corteggiata da dignitari e ufficiali dell’esercito, finì per sposare il lord inglese, a Londra, il 6 settembre 1791, diventando così Lady Hamilton, la nuova “padrona” dell’ambasciata inglese a Napoli.

Quando giunse a Napoli Horace Nelson, l’11 settembre 1793, fu subito colpo di fulmine. Un amore che per avrebbe potuto rafforzare senz’altro i legami già forti della lady con la corte di Napoli. Sarà lei a convincere Nelson a trasferire con la propria nave la famiglia reale a Palermo; e sempre lei sarà, d’intesa con la regina, una volta domata la rivolta, a pretendere dal re la pena capitale dei capi. Entrambe disprezzavano i napoletani, entrambe odiarono l’ammiraglio Caracciolo, da sempre in contrasto con la regina. Sarà lui ad essere impiccato per primo.

Furono quindi la corte borbonica e Nelson, con l’appoggio dell’ambasciatore inglese Hamilton e l’ambiguo ruolo svolto dalla sua giovane mogli Emma, confidente della regina, i responsabili della carneficina che fece seguito a Napoli alla caduta della Repubblica. Ruffo, offeso e deluso, lasciò ogni incarico politico e militare. Con la restaurazione borbonica furono ben 120 i giustiziati a Napoli, più di 2000 i condannati all’esilio, tra trenta e quarantamila le persone arrestate e detenute per cause politiche in tutto il Regno. (Cattaneo, Canonici, Vittoria)

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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