Viaggiando tra i castelli irpini, rubrica sull’approfondimento delle rocche della provincia di Avellino

Castello Lancellotti, maniero del comune di Lauro, un’imponente e caratteristica fortezza irpina. Una delle  più belle e maestose di tutto il territorio avellinese, un  antico castello, facente parte delle oltre 70 rocche, fortezze e i castelli di epoca longobarda, normanna o risalenti ad altri periodi presenti sul territorio avellinese.

Questa rubrica è realizzata in collaborazione con la pagina facebook del Museo Dei Castelli di Casalbore.

Durante le diverse vicende storiche della Campania, Lauro con il suo castello rappresentò un importante feudo marchesale, soprattutto per la sua posizione strategica al centro di importanti vie di comunicazione. Il primo proprietario del castello fu un certo Raimondo. Dopo essere stato un possedimento normanno, il castello divenne proprietà di diverse nobili famiglie succedutesi nelle varie epoche. A partire dal 1632 il castello passò alla famiglia Lancellotti, assumendone il nome e restando loro proprietà ancora oggi. Dopo l’incendio del castello ad opera delle truppe francesi che nel 1799 giunsero a Lauro per sedare i tumulti che seguirono all’instaurazione della Repubblica Partenopea, il principe Filippo Massimo Lancellotti ne curò la ricostruzione. L’attuale struttura, inaugurata il 25 agosto 1872, si caratterizza per il particolare e composito stile architettonico ricco di elementi gotici, rinascimentali, barocchi e neoclassici che ancora oggi stupiscono e affascinano. L’intero complesso si presenta a pianta trapezoidale dotato di un circuito di mura merlate e torri con finestre barocche, feritoie e altri elementi. Al castello si accede attraverso un portale ad arco che immette in un ampio cortile. Sulla destra si trova la scuderia, mentre sul fondo un piccolo portale introduce al secondo cortile. L’interno si distingue per la ricchezza degli ambienti, tra cui si segnalano la sala della musica, la cappella, la sala
d’armi, il salone rosso, la farmacia e la biblioteca.

L’articolo continua sul sito del Museo Dei Castelli

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