A Montella c’è un meraviglioso complesso monumentale di epoche e stili diversi. Un luogo meraviglioso pieno di ricordi e bellezza.

Ognuno di noi ha un proprio posto del cuore. Un luogo dove tornare anche solo con la mente, per riviverne le atmosfere, le sensazioni di benessere lì provate, rivedere paesaggi spettacolari che in qualche modo ci hanno toccato. Insomma, un posto significativo sia per i ricordi legati ad esso, sia per la grande bellezza del luogo.

Personalmente il posto al mondo che più mi è caro, è il Monte. Più correttamente si deve dire: “Il Complesso Monumentale del Monte”, ed è sito in Montella, Avellino. Un luogo incredibilmente bello, affascinante, che sa di quiete, nostalgia ed indignazione.

Il Monte lo trovi sullo stemma del mio paese, insieme alle altre due più importanti montagne. Ma, mentre per guardare il Salvatore” basta che da ogni angolazione alzi gli occhi verso l’alto e lo vedi, immenso, imponente, protettore instancabile. Il Monte, invece è un po’ più nascosto e deve essere cercato. Ogni mattina lo cerco, dal balcone della camera da letto, dovendomi sporgere un po’ per vederlo nella sua straordinaria interezza: i resti dell’agglomerato longobardo, l’imponenza del monastero e la Chiesetta della Madonna delle Neve, che anch’essa ci guarda e dice: “sono qua e vi sto proteggendo”.

Parlare del Monte, per me e per qualsiasi montellese, è come parlare di una cicatrice ancora aperta, che fa male. Perché avrebbe dovuto rappresentare una bellezza positiva, mentre in realtà è una ferita che gronda. La storia è sempre la stessa, e si ripete: si tratta di “cattedrali nel deserto”, opere bellissime nate nel posto sbagliato, lasciate sole, abbandonate a se stesse.

Eppure, il complesso del Monte è unico. Tra le tante bellezze che offre, il giardino, i ruderi e le infinite pietre, svettano: il Castello Angioino (IX-XIV sec.), il Monastero francescano (XVI sec.), la Chiesa Santa Maria del Monte (o della Neve, risalente al XVI sec), buona parte della cerchia di mura tardo medioevali, Il Cisternone e gli acquedotti, tutto pervenuto in ottime condizioni ed immerso nello splendore dei castagneti.

Ma tale bellezza, purtroppo, resta sempre chiusa. Chiusa nel periodo estivo, quando il paese si riempie di turisti/emigranti, chiusa in inverno, chiusa in primavera, chiusa durante il periodo della sagra quando a Montella si registrano oltre 150.000 presenze, chiusa a pasquetta, chiusa anche le sere d’agosto.

Questo splendido e dimenticato luogo è sempre chiuso. Eppure, lì, qualcuno ci vive, c’è un custode che se ne prende cura. Anche la chiesa viene aperta solo il 5 di agosto, in occasione della ricorrenza della madonna della Neve, a cui poi deve il nome. Per il triduo della festa religiosa, il tutto è visitabile per tre giorni.  Nella chiesa aperta si possono ammirare tutte le opere d’arte di grande valore artistico che lì sono custodite. Per esempio, le icone lignee del XVI secolo arricchite da bassorilievi policroni in legno sempre del XVI secolo e le altre statue lignee dei santi.

Obbligatoria una visita nel monastero. Innumerevoli volte ho sperato di rimanervi chiusa dentro. Per quanto è meraviglioso, supera in bellezza persino la Certosa di Padula e quella di San Martino. Qui gli affreschi, la sala mensa, le cellette, la tintoria, i bagni sono tutti perfettamente mantenuti, anche perché restaurati da poco. Solo i faldoni dei documenti originali dell’epoca sono stati “trasferiti”.

Infine, sarebbe un crimine non farlo, un giro nei resti del villaggio longobardo. 

La cisterna è stata completamente rimessa a nuovo e, salendoci, offre un panorama spettacolare. Poi ci sono i resti, le “pietre” delle abitazioni e delle tombe. Si narra che in una di esse fu ritrovato lo scheletro di una donna di quasi due metri.

Insomma, un posto meraviglioso dove hanno vissuto e soggiornato le più importanti famiglie nobili del passato. A cominciare da Carlo II d’Angiò, i D’Aquino, Alfonso il Magnanimo e lo stesso Conte Garcia Cavaniglia. Se non fosse ancora chiaro, il Monte è davvero una chicca per il patrimonio culturale della zona. Qualche giorno fa, lessi una frase di un maestro del “muretto a secco”, uno di quelli che inconsapevolmente sorreggono l’Italia, diceva: “Le pietre sono come le persone, ognuna deve trovare il suo posto”. In verità, il Monte un posto ce l’ ha, purtroppo, mancano le persone, o meglio, l’umanità e la voglia di farlo scoprire.

 

Zaira Varallo, irpina DOC, ha conseguito la maturità scientifica per poi studiare Psicologia e diventare educatore. Scrivere è da sempre il suo ossigeno. Si interessa attivamente di poesia, cinema, arte; ha scritto diversi articoli giornalistici, pubblicati su “il Cassanese” e sul “Quotidiano del Sud” ( Edizione Irpinia). Alcune sue poesie sono state raccolte nella collana “Impronte” e nell’ antologia “Il Federiciano”. Nel Dicembre 2014 e in quello 2016 é stata premiata al Campidoglio, in Roma, II classificata nel Concorso Internazionale d’ Arte e Cultura dell’ Accademia G.G. Belli , nella sezione articolo giornalistico. Nel giugno successivo è stata premiata con menzione di merito al concorso internazionale di poesia Madre Claudia Russo. Importante esperienza è stata intervistare l’ attrice hollywoodiana Maria Elena Bello . Lo scorso agosto, si è classificata terza nel Premio letterario “ versi sotto gli irmici” a Piaggine ( SA); poi un'altra menzione d’ onore nel premio letterario “ Ex allievi di Don Orione” ( Macerata) ed a Ottobre risulta tra i finalisti in “emozioni di carta in bianco e nero”, Poggio Imperiale ( Foggia). Il 2017 si apre con una menzione d’ onore nel premio letterario “ Il Canto delle Muse” , Bellizzi (SA). Naturalista convinta. Con la penna riporta sul foglio tutte le sfumature dell’ essere che nella vita s’incontrano.

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