Quali sono i significati meridionali di festa che ad oggi possiamo ritenere prevalenti? Itinerario tra gli appuntamenti festivi del calendario tradizionale del Mezzogiorno

«In nessun paese del mondo il popolo celebra le feste come a Napoli» (E. Rocco): il calendario delle ricorrenze festive a Napoli è strettamente connesso alle celebrazioni religiose, allo scorrimento del tempo e delle stagioni, ai momenti fondamentali della produzione agricola.

La (pretesa) allegria dei napoletani e la fama di certe feste non sono estranee allo stereotipo della città. Oltre i luoghi comuni, c’è il fatto che Napoli aveva, e ha, un modo di trattare il tempo. Come ogni città, del resto, se con questa parola non si indica un insieme di pietre, ma una rete di luoghi abitati: di spazi dove vivono persone associate; di oggetti intorno a cui si condensano dicerie e pure, proiezioni e rimozioni… Se la città è questo, «cosa umana per eccellenza», per stare a una definizione celebre, il ciclo delle feste dice qualcosa sui ritmi urbani, sui modi con cui una città organizza e rappresenta fatti naturali e cicli vitali. (D. Lepore)

Quali sono i significati meridionali di festa che ad oggi possiamo ritenere prevalenti? Senz’altro quello trasgressivo e quello penitenziale: da un lato il Carnevale, dall’altro i riti pasquali (ma talora anche natalizi), appaiono paradigmi pregnanti per una penetrazione del fenomeno. Nella trasgressione ciò che importa è la rottura dei vincoli psicologici, di inibizioni consapevoli e sub-liminari, sociali ma anche ancestrali, collettive ma anche individuali, comportamentali ma anche mentali. Non ci si limita ad un mero gioco di maschere o di comportamenti leciti e meno leciti.
La trasgressione è considerata il passaggio di una linea di freno sociale: si spezza il cerchio della miseria, la ruota della povertà. Il rito della festa vede nella parentesi alimentare la sua apoteosi e il suo fine: è finale, in ogni senso, la rottura dall’angustia in cui il vivere quotidiano è incatenato all’indigenza, dalla condizione di carestia perpetua che è la realtà degli umili. Questa trasgressione psicologica, «questa alterazione esistenziale», procede al conseguimento di un fine, il termine della festa, cioè la sovralimentazione festiva.

Nel Carnevale napoletano è il saccheggio della Cuccagna: se la Cuccagna è l’eccezione, lo è pure, anzi lo è di più, l’autorizzazione al saccheggio, e in ciò, sostanzialmente, è attuata la trasgressione, e da qui al consenso ad altre illiceità, come quelle sessuali, è un attimo. L’interpretazione data al Carnevale condiziona quella di altre festività, istituendo una sociologia della festa densa di accezioni altre rispetto all’ordine sociale corrente e alla religione e alla cultura ufficiali, andando a plasmare elementi che dettano permanenze e identità plurisecolari o millenarie.

Un inglese vede con meraviglia tante migliaia di persone così pacificamente radunate. A Londra in un’occasione di tanta allegria la metà della gente sarebbe ubriaca, la si vedrebbe bisticciarsi, azzuffarsi, magari buttar nella folla qualche gatto morto, per accrescere la confusione. Però mi pare che il popolaccio napoletano, per diabolico che sia quando è inquieto, si dimostri più contenuto della nostra plebe quando è di buon umore. (S. Sharp)

Nel filone dei riti penitenziali in primo piano ecco la liturgia del sangue. Tali riti adombrano, in questa prospettiva, un modello «dolore-riscatto», nel quale è essenziale l’«elemento del sangue», un elemento che per filiazione diretta rientra negli ingranaggi del potere. Nelle numerose manifestazioni tradizionali, a cui accenniamo o faremo riferimento, il sangue va a rappresentare una sorta di alternativa al potere. Il sangue viene percepito come una realtà dalla forte funzione simbolica, realtà in grado addirittura di “parlare al potere”.

La collocazione cronologica delle feste è di fondamentale importanza. I cicli festivi non sono casuali, le feste si chiamano l’un l’altra, il loro andamento ciclico ha un senso. Nel Mezzogiorno il grumo calendariale festivo è fissato nell’estate, ove si intenda quella stagione che si apre con lo sciogliersi dell’acris hiems e si chiude con l’avvento dell’autunno, comprendendo, quindi, in una se unica il periodo primaverile estivo.
L’anno dei napoletani contempla solo due stagioni: vierne e a staggione. Dualità stagionale equivale, a partire dell’età cristiana, a dualità di celebrazioni. L’inverno è la stagione dei riti, l’estate è il tempo della festa, un rapporto che risponde a fattore di intensa complementarietà. Il rito comporta una celebrazione orientata alla commemorazione, al raccoglimento, alla pietà, alla preparazione e all’attesa. La festa, d’altro canto, è la cerimonia dell’attualità, dell’esultanza, della glorificazione, della realizzazione, della raccolta. La corrispondenza – anche di significati – col ciclo agrario è ben evidente. Attinenza anche sul piano liturgico, alla serie Avvento-Natività-Passione-Resurrezione segue Resurrezione-Ascensione-Pentecoste-Assunzione.

Il ciclo calendariale meridionale, con la sua propensione alle feste estive, abbraccia, dunque, una fase che parte con la commemorazione dei defunti ai primi di novembre e si chiude in primavera, laddove la Pasqua partecipa ad entrambi i cicli, è sia rito che festa.
Per le celebrazioni del culto dei morti occorre far riferimento alla dottrina cristiana della resurrezione dei corpi e del giudizio universale e finale. La ritualità meridionale oltre i defunti di cui onora le tombe, in prima istanza ricorda le «anime purganti». Nella devozione e nei relativi riti il purgatorio, al riguardo, una rilevanza non da poco: il legame col defunto è ora vissuto come il più naturale seguito dei rapporti mantenuti in vita.

Il culto dei morti si manifesta, quindi, essenzialmente con l’accensione di candele, la visita alle tombe, l’offerta di fiori, la celebrazione di messe, la recitazioni di orazioni ad hoc, il colloquio sulla tomba come se il defunto fosse vivo, la ripetizione sulla tomba di gesti di dolore e di disperazione, l’osservanza di lunghi periodi di lutto improntati a una certa varietà di divieti e di norme. (G. Galasso)

Le celebrazioni natalizie non mancano di egual verve, pietà e raccoglimento rientrano nel dna dei riti del Natale. Una cifra devozionale ben espressa dall’immensa fortuna del presepe in tutte le aree del Mezzogiorno. L’influsso francescano sulla religiosità meridionale si mostra notevole, ma lo stesso è bilanciato da una decisa “meridionalizzazione” della pratica. Intorno al presepe prendono forma rappresentazioni drammatiche che, nel caso ad esempio della Cantata dei Pastori, caratterizzano profondamente l’area napoletana, divenendo una tradizione popolare tra le più vive, note e vissute. Si sviluppa anche una serie di figurazioni canoniche, per cui la grotta viene a configurarsi come fulcro di un «universo parallelo», come specchio del mondo agricolo e pastorale contemporaneo.

Non vi ha famiglia napolitana, patrizia o plebea, che non abbia l’avita consuetudine di fare il presepe, vale a dire con fantocci di stucco o di creta rappresentare la scena del Betlemme, e il Nascimento del Divo Bambino. Il tugurio, in cui nacque il Salvatore del mondo, le montagne adiacenti, le capanne de’ pastori tutto è rappresentato con pezzi di sughero acconciatamente disposti e ordinati. I personaggi, che devono figurare sul presepe, e che in Napoli vengono addimandati pastori, sono talvolta di finissimo lavoro, e di abili artisti. (F. Mastriani)

Nelle celebrazioni dell’Avvento non vi è traccia di elementi ciclici cosmologici: la venuta del Messia e la sua passione sono avvenuti una sola volta nell’economia del cosmo, quelle annuali altro non sono che celebrazioni commemorative, aventi funzioni di rendimento di grazie, di esortazione etico religiosa e di augurio, ragion per cui lo stesso presepe ha dimensione consapevolmente allegorica e simbolica. Tutto questo esalta l’effettiva unicità e irripetibilità della vicenda sia storica che religiosa.

Nell’anno liturgico rientra a tutti gli effetti il Carnevale: tutta la celebrazione vede il suo culmine nella morte violenta del Carnevale. Non solo il fattore alimentare, ma anche il rimando al significato negativo del periodo calendariale (di felicità che non può aversi, di vita che non può viversi) che non per nulla giunge infine nella Quaresima prima, nella Passione poi. Nel caso meridionale, la versione ridicola e buffonesca del personaggio del Carnevale rappresenta uno slancio vitale, una volontà di vivere e di godere, che, però, sin dal principio appaiono non credibili, rifiutati con la rappresentazione stessa che se ne fa. Il lamento funebre per Carnevale, moribondo o morto, altro non è che plateale e ammiccante sberleffo del personaggio.

Con Pasqua ci si avvia verso la fase ascendente del ciclo annuale, allorché la dimensione delle celebrazioni si capovolge.

Alle scadenze primaverili, si intrecciava il ciclo mobile di Pasqua. I rigori della Quaresima, le sfilate dei cari e le cupe e sfarzose processioni del venerdì santo, il lutto delle chiese decorato da piante di grano bianche, cresciute al buio, e poi il trionfo di alimenti colorati e grassi in vista del sabato trionfale, quando, a mezzogiorno, si sarebbe «sciolta la Gloria». Dopo i pranzi di rito, il lunedì, la scampagnata fuori porta. In città, chiudeva il ciclo pasquale un solenne festeggiamento del Corpus Domini, istituito dai sovrani angioini nel XIII secolo. (D. Lepore)

La festa prevale sul rito. Sono i mesi dei grandi pellegrinaggi, della gran parte delle feste patronali, di diverse celebrazioni connesse ad eventi storici determinanti (i Saraceni, le epidemie, le reliquie, la storia locale). Sono i mesi in cui il fondo contadino del paese e della sua storia si rivela con più immediatezza e pregnanza.

Lungo il calendario tradizionale non mancano ovviamente altri appuntamenti, tra tutti le feste e le celebrazioni di Sant’Antonio Abate, di San Giuseppe, di San Gennaro, della Madonna dell’Arco e di Piedigrotta, San Silvestro.
Una ciclicità che cela qualcosa di importante, che non passa inosservato nemmeno a noi, abitanti di metropoli e città contemporanee. Sebbene sia l’incertezza a dominare, le città, gli uomini del Mezzogiorno e non solo, non hanno mai smesso di cercare modi, quasi e a dir poco terapeutici, di trattare il dramma dell’inesorabilità e indecifrabilità del tempo. Che si faccia festa.

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