Svettano alte ed imponenti, fino a toccare il cielo con la punta, le vette più rappresentative dei monti Picentini: le montagne montellesi.

La montagna è come una bella donna matura, t’ammalia e ti tiene in bilico, sospeso nell’aprirti le porte del paradiso e farti toccare il cielo con un dito, oppure, può farti sprofondare negli inferi e farti scivolare nel più avverso dei destini.

Così, è la montagna, per questo, la devi conoscere, amare e soprattutto, rispettare. Non si deve lasciarsi ingannare dalla posizione dormiente, quasi adagiata, che il verde sembra cullarsi sull’orizzonte, ma pensare che oltre gli spettacolari paesaggi naturalistici, la montagna può nascondere anche tante insidie, e per chi non è esperto, pericoli.

Così, sono anche le meravigliose montagne irpine, polmone verde della Campania, e tra esse spiccano le vette delle montagne montellesi. 

Innanzitutto, il Comune di Montella, deve il suo nome proprio al fatto che è circondato dai monti. Una sorta di riparo naturale, che nei secoli l’ha protetto dalle intemperie, dalle invasioni, dai dissesti, e soprattutto, gli ha fornito tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere, bene.

Montella è ricca di montagne. Solo nello stemma c’è ne sono tre: Il Monte, San Martino e il Torriello. Ma quelle che l’hanno resa famosa agli estimatori delle alture, degli incantevoli panorami incontaminati, nonché delle passeggiate ecologiche e delle escursioni, sono le vette dei Monti Picentini ed in particolare: il monte Acellica, il monte Terminio e Sassosano. 

Il monte Acellica, ribattezzato in dialetto “la Cellica” è un massiccio posto tra la provincia di Salerno e di Avellino. Le sue pendici toccano i comuni di Acerno, Giffoni Valle Piana e Montella; la vetta ne segna proprio le linee di confine. È alto 1660 metri s.l.m. Ha un ruolo primario perché è uno dei bacini idrici più importanti d’Europa, in quanto le sue pendici costituite da calcare fungono da spugna per tutte le precipitazioni nevose e piovose e raccolgono tutta l’acqua che poi confluisce in tutte le sue numerose sorgenti, dando vita al fiume Calore Irpino, al più grande degli affluenti del Volturno, poi al Picentino e al Tusciano sul lato salernitano. La vegetazione che lo ricopre è prevalentemente disegnata da bosco ceduo misto, quercieti, leccio, macchia mediterranea alternata a castagneti da frutto. Parte del versante meridionale è sotto l’egida del WWF, come Oasi Monte Acellica.

Ai montellesi, invece, è particolarmente caro per il suo picco centrale, “il Ninno”, ossia il “criaturo”, il bambino piccolo, che sta lì, fiancheggiato da due costoni laterali, i suoi genitori che lo vegliano e sorreggono, e tutti gli altri che invece, lo coccolano e vezzeggiano. È una delle mete più ambite per le escursioni, il percorso è irto e lungo, ma dopo 4-5 ore di cammino, dopo aver lasciato la statale verso Acerno, il panorama ripaga da ogni sudore. Però, il Ninno è una meta solo per gente esperta ed equipaggiata. 

Punta di diamante della catena montuosa è poi, il Monte Terminio che con i suoi 1806 metri è la seconda cima più alta, dopo quella del Cervialto, situo però nei territori di Bagnoli Irpino e che, anche se solo di tre metri, lo supera in altezza. Questo monte unisce i confini di Montella e Volturara Irpino. Nel gergo locale è conosciuto come il “Montagnone”, ed è sicuramente la montagna più conosciuta, vissuta ed amata dai montellesi. In effetti, a questo monte si deve il concepimento del 95% degli antenati del paese. I montellesi lo amano soprattutto perché gli offriva vitto e lavoro. Anche la vegetazione del Montagnone è costituita prevalentemente da querceti, lecci, macchia mediterranea, tanti castagneti e a partire dai 900 metri s.l.m., anche da fitti faggeti. Inoltre non mancano le sconfinate distese per il pascolo di bestiame. Da qui, si evince che il Montagnone negli anni ha funto un po’ da bancomat a cui tutti hanno attinto per vivere. Naturalmente racconta la storia di una civiltà contadina-montanara, dedita anche alla produzione di carbone e all’allevamento. Il Monte Terminio offre innumerevoli spunti paesaggistici, piccoli angoli di paradiso nascosti dalle fronde, e custodisce ancora tante specie di animali autoctone, diverse anche in via d’estinzione, come per esempio, il simbolo stesso dell’Irpinia: il lupo. Per parlare dei suoi tesori, si può partire dal Rifugio Principe di Piemonte, per raggiungere sempre seguendo la statale, la Piana delle Acque Nere alimentata dall’omonimo torrente, nell’ampia distesa destinata principalmente al pascolo. A pochi passi, si arriva alla Grotta dei Candraloni, un inghiottitoio dove precipitano le acque dell’omonimo ruscello. Invece, nella località Acqua degli Uccelli, si giunge al bivio della diramazione della statale, dove si raggiunge dopo circa 3800 metri di percorso, la piana di Campolaspierto( 1280 m.), rinomata per il maneggio e il campo pic-nic.

Il pezzo forte del Terminio è l’Altopiano di Verteglia, in passato ridente zona turistica e ora palcoscenico ideale, in estate, per concerti e area camping. Personalmente, la parte che più mi piace di questa montagna, sono le Ripe della falconara, una rupe, un belvedere a picco che sovrasta gran parte dell’avellinese. Quando il cielo è terso e l’aria nitida, da lì si può vedere anche il mare, altrimenti lo spettacolo è lo stesso meraviglioso. C’è una lunga staccionata che delimita il confine tra la terra ed il cielo, e alle spalle invece, un albero concavo che si apre in due fusti completi, due braccia che è come se ti afferrassero per tenerti ancorato, trascinarti alla realtà, legarti alla vita. La vista è spettacolare, le sensazioni che suscita uguali. Negli anni, purtroppo è stato scenario anche di misfatti; non sono poche le persone che qui hanno cercato una “via di fuga” ad una vita, erroneamente, non ritenuta degna, o i malavitosi che qui hanno cercato di eliminare qualche loro “nemico”, o più semplicemente, non sono poche le persone che sono venute al Terminio per fare un’escursione e poi si sono perse. Qui il telefonino non prende e ne devi conoscere bene i vari sentieri.

Più giù, invece, c’è la “Bocca del Dragone”, un esempio di fenomeno carsico a 670 metri di altitudine, costituisce uno degli inghiottitoi che convogliano, attraverso le falde del sottosuolo, le acque meteoriche verso le sorgenti di Serino. Inoltre, da alcuni scorci sulla vetta, sono visibili il Golfo di Salerno ed il Vesuvio. Infine, un po’ meno slanciato è il Monte Sassosano, in gergo “Sassetano”, che non supera i 1439 metri s.l.m.. Sicuramente offre una traversata più agevole, che comincia con i castagneti e finisce con i faggeti. Si parte con una stradina sterrata e dopo trecento metri porta al Complesso monumentale del Monte, con tanto di castello longobardo e chiesa cinquecentesca annessi. Si continua attraverso boschi, castagneti e poi faggeti per arrivare alla radura erbosa, nota come Piano Pizzillo (1230 metri). Da qui, i più indomiti possono proseguire lungo una stradina molto pendente con un dislivello di 200 metri ed arrivare alla cima del monte Sassosano. Anche qui, la natura è generosa in paesaggi che sono dei veri e propri capolavori d’arte. Bisogna sempre avviarsi equipaggiati e se non si conosce la zona, farsi accompagnare da una guida esperta.

Uno degli aforismi più celebri sulle montagne, recita: “le montagne sono le grandi cattedrali della Terra, con i loro portali di roccia, i massicci di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle”. (John.Ruskin). Ed è vero. Le montagne sono bellissime, tanto ti possono dare la vita, quanto togliertela; sono delle chiese e sta a noi decidere che cerimonia vogliamo che  celebri.

Zaira Varallo, irpina DOC, ha conseguito la maturità scientifica per poi studiare Psicologia e diventare educatore. Scrivere è da sempre il suo ossigeno. Si interessa attivamente di poesia, cinema, arte; ha scritto diversi articoli giornalistici, pubblicati su “il Cassanese” e sul “Quotidiano del Sud” ( Edizione Irpinia). Alcune sue poesie sono state raccolte nella collana “Impronte” e nell’ antologia “Il Federiciano”. Nel Dicembre 2014 e in quello 2016 é stata premiata al Campidoglio, in Roma, II classificata nel Concorso Internazionale d’ Arte e Cultura dell’ Accademia G.G. Belli , nella sezione articolo giornalistico. Nel giugno successivo è stata premiata con menzione di merito al concorso internazionale di poesia Madre Claudia Russo. Importante esperienza è stata intervistare l’ attrice hollywoodiana Maria Elena Bello . Lo scorso agosto, si è classificata terza nel Premio letterario “ versi sotto gli irmici” a Piaggine ( SA); poi un’altra menzione d’ onore nel premio letterario “ Ex allievi di Don Orione” ( Macerata) ed a Ottobre risulta tra i finalisti in “emozioni di carta in bianco e nero”, Poggio Imperiale ( Foggia). Il 2017 si apre con una menzione d’ onore nel premio letterario “ Il Canto delle Muse” , Bellizzi (SA). Naturalista convinta. Con la penna riporta sul foglio tutte le sfumature dell’ essere che nella vita s’incontrano.

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