Nota sin dall’antichità come centro di cultura e di arte, Ercolano è tra le città vesuviane, la più ricca di storia, arte e bellezze naturalistiche

In tempi antichi Ercolano era una piccola città italica con piano regolatore di tipo ippodameo, cioè con strade che si incrociano ad angolo retto, sul modello forse di quello di Neapolis. Subì, come Pompei, l’influenza culturale ellenistica. Situata ai piedi del Vesuvio, distava appena quattro miglia da Neapolis.

Circa le sue origini, poco note, Dionigi d’Alicarnasso la voleva fondata da Eracle

Dunque, al di là d’ogni implicazione leggendaria, la riteneva d’origine greca, mentre Strabone – poco attendibilmente – la riteneva una città osca in seguito conquistata dagli Etruschi e dai Pelagi e quindi dai Sanniti, prima di diventare cittadina romana.

Oggi non si crede più, come per Pompei, che la città abbia avuto origine greca, anche se non è da escludere un primitivo insediamento nell’ambito della difesa costiera del golfo di Napoli sotto il controllo dei greci di Cuma. Dagli scavi stratigrafici appare come una città italica che non può risalire a prima del IV secolo a.C. E’ incerto se Ercolano abbia avuto un ruolo nella seconda guerra sannitica; sappiamo, invece, che partecipò alla guerra sociale, ma che fu vinta ed espugnata nell’89 a.C. da un legato di Silla, Tito Didio, divenendo municipio sotto il potere di Roma.

La vita della città continuò fino alla prima età imperiale senza avvenimenti di rilievo. Ercolano rimase un piccolo centro di provincia, favorito da un clima e da un paesaggio incantevoli. Fu luogo preferito di romani colti e benestanti – non tanto in città ma particolarmente nella suburbana Villa dei papiri – e protetto da potenti uomini politici vicini alla famiglia imperiale. Ebbe particolare protezione da Marco Nonio Balbo, proconsole di Vespasiano per la provincia romana che comprendeva Creta e la Cirenaica.

Già gravemente danneggiata dal terremoto del 62, la città venne poi distrutta dall’eruzione del Vesuvio (79), che la coprì con un’ingente massa di fango, cenere ed altri materiali eruttivi trascinati dall’acqua piovana che, penetrando in ogni apertura, si solidificò in uno strato compatto e duro di 15-20 metri.

L’eruzione del Vesuvio si articolò in due fasi: la prima fu della durata complessiva di 12 ore, con caduta di pomici bianche e grigie; la seconda della durata di sette ore costituita dall’alternarsi di nubi ardenti e di colate piroclastiche. E fu questa seconda fase che colpì principalmente Ercolano, seppellendola sotto una coltre di oltre 20 metri.

A seguito di analisi termogravimetriche si è sostenuto che la temperatura fosse di circa 300-320 °C. Questa temperatura avrebbe permesso la conservazione dei papiri, ritrovati nella villa conosciuta come Villa dei Papiri o dei Pisoni, che si sono conservati in condizioni più o meno buone a seguito di un processo di carbonizzazione. Se ciò fosse vero non si capirebbe come in alcuni edifici – ad esempio nelle Terme suburbane – il legno si conserva nel colore naturale: una porta gira ancora sui cardini originali. Si può supporre che un’elevata temperatura abbia coinvolto solo alcune parti della città.

Ercolano, come città, non scomparì: anzi fu in seguito costruita una nuova città sullo stesso sito che ospitava quella antica, anche se non rivestì più l’importanza dell’insediamento precedente.

Col trascorrere del tempo, la memoria dell’esistenza della città antica si perse, e fu dimenticata per molti secoli. Finché, nel XVIII secolo, per puro caso, se ne riscoprì l’esistenza: durante i lavori per un pozzo, infatti, vennero alla luce diversi oggetti d’epoca romana. Iniziarono così i lavori di scavo, ancora oggi in corso, e resi difficili dallo sviluppo della cittadina moderna, sotto cui probabilmente ci sono ancora importanti reperti.

Solo nella seconda metà degli anni ’60, il nome Resina, dato alla nuova città, fu sostituito da quello antico, italianizzato, tornando ad essere chiamata Ercolano.

Dal 1997, l’area archeologica di Ercolano fa parte dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

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