La nascita del Monte Nuovo, la montagna più giovane d’Europa

Il Monte Nuovo è considerata la montagna più giovane d’Europa, un cono vulcanico dalla forma regolarissima del diametro di 1250 metri alla base e alto circa 140 metri. Sorto repentinamente con l’eruzione del 29 settembre del 1538, si formò nel giro di tre giorni, successivamente ad una pioggia di fuoco, cenere e lapilli, che investì e sommerse completamente il villaggio medievale di Tripergole.

Era circa l’una di notte di quel 29 settembre, ed era appena passata la domenica, quando gli abitanti del luogo furono improvvisamente svegliati da un potentissimo boato. Ancora assonnati e al colmo dello spavento, corsero fuori dalle abitazioni per rendersi conto di cosa stesse accadendo. Lo spettacolo fu impressionante: altissime lingue di fuoco si elevavano verso il cielo, da una fenditura che si era dipanata tra le località di Tripergole e il Lago d’Averno. Uno spettacolo affascinante e spaventoso, sembrava che le porte dell’inferno si fossero appena spalancate. Dalla voragine che si era venuta a creare, là dove era comparsa la grossa fenditura, scaturiva un’enorme quantità di cenere e lapilli frammisti ad acqua, i quali si riversavano fino alla vicina Napoli.

Segnali erano giunti in estate quando i Campi Flegrei cominciarono ad essere scossi da frequenti terremoti. Il panico si diffuse tra la popolazione dei villaggi interni e delle cittadine costiere. Molto più forte poi fu la lunga e violenta scossa, seguita da quell’enorme boato, durante la notte tra il 29 e il 30 settembre del 1538. Le viscere della terra vomitarono così tanto materiale eruttivo che in meno di un giorno venne a formarsi una collina di 140 metri di altezza, noto ai più come Monte Nuovo. Il cratere si era aperto di fronte al Monte Gauro, tra il Lago di Averno e quello di Lucrino, dove era sito il prospero villaggio di Tripergole. Fu raso al suolo, e assieme ad esso il suo ospedale per i poveri, le sue chiese, le sue terme e le sue locande. Durante l’eruzione persero la vita quasi tutti gli abitanti e le centinaia di ospiti che vi si erano recati in cerca di una guarigione termale che evidentemente non fecero in tempo ad ottenere.

La furia distruttrice travolse l’intera area flegrea. Andò distrutto il molo del porto di Pozzuoli; i lapilli incandescenti incendiarono il Duomo puteolano con il suo Archivio della Curia Arcivescovile; il violento terremoto provocò il crollo di diversi fabbricati, causando ingenti lesioni a quelli rimasti in piedi. Nelle vicine campagne, coltivate a citi, l’intero raccolto andò bruciato e furono perdute quasi tutte le piante, sradicate dal movimento della terra e arse dalla cenere e dai lapilli che piovvero dal cielo in cospicue quantità. Fu completamente sepolto il canale comunicativo edificato da Marco Vispanio Agrippa tra l’Averno e il Lucrino, e si prosciugarono due dei tre laghetti di acqua minerale nel cratere degli Astroni.

L’eruzione proseguì per sette giorni, accompagnata da ripetute scosse telluriche e da sordi boati provenienti dal sottosuolo: il risultato fu una strage di uccelli e di pesci (la terra si sollevò e il mare arretrò di circa 300 metri).

Le violente scosse di terremoto seguenti l’eruzione, così come il rapido bradisismo ascendente, provocarono profondi mutamenti nel sotto suolo, con la modifica del corso delle acque sotterranee: otto sorgenti della zona interessata svanirono per sempre. Tutte le altre disseminate lungo il litorale flegreo patirono numerosi danni alle strutture in muratura. Furono sommerse dalle ceneri.

Al termine dell’eruzione ben poco rimase di quello che era stato uno dei più ricchi patrimoni termali del mondo sino ad allora conosciuto. Poco valse l’intervento del viceré Toledo (1532-53) per riavviare la macchina termale: occorrevano somme di denaro che non gli erano concesse. A trarne vantaggio fu Ischia, l’antica Pithecusa riuscì finalmente a far conoscere all’Europa intera le facoltà curative delle proprie acque termali.

La strana commistione tra acqua e fuoco, tra la bellezza prorompente di una natura forte e dolce e i fenomeni vulcanici, violenti ed improvvisi. Un terra dove la natura in una mano brandisce eruzioni e terremoti per togliere la vita e nell’altra stringe le sue miracolose acque termali che offre per lenire le sofferenze dell’uomo. (Filiberto Passananti)

Oggi inattivo, il Monte Nuovo è divenuto un’oasi naturalistica: una vera e propria foresta urbana che si ubica all’interno di un centro densamente abitato, mantenendo la sua forma intatta e la vegetazione tipica della macchia mediterranea. Una sua escursione donerà al visitatore durante la ‘scalata’ meravigliosi colpi d’occhio sull’insenatura di Baia e su Pozzuoli, nonché sul golfo di Napoli sino a Capri, scorci di infinita e incantevole bellezza paesaggistica. Un singolare profilo, incorniciato da pini, un suggestivo paesaggio, una nota dalle pittoresche melodie.

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo 'Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento'. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all'anima candida di questa terra.

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