Il moderno e tranquillo centro cittadino in provincia di Avellino custodisce nel Museo Etnografico le preziose memorie di un passato che rappresentano il tessuto culturale autentico delle comunità rurali della Campania.

La vita di Aquilonia inizia per opera degli Osci, antica popolazione italica cui succedettero, nel primitivo insediamento, i Sanniti, il popolo guerriero che improntò di sé tutto un territorio, diviso oggi fra Irpinia e Beneventano. Aquilonia, dopo la distruzione ad opera di Romani, nel 293, e la devastazione dei barbari nel VI secolo, risorse come centro Longobardo col nome di Carbonara, dovuto, secondo la tradizione, non al mestiere cui immediatamente sembrerebbe rimandare, ma alla presenza, nel suo territorio, di un minerale contenente petrolio, il quale bruciava come carbone.

Oggetto di incursioni normanne, Carbonara continuò la propria vita e la popolazione si distribuì, oltre che nel centro cittadino, anche in vari casali periferici, di cui la toponomastica conserva il ricordo nei nomi di alcune località extraurbane. In una di esse, Pietrapalomba, sono stati rinvenuti i resti di un castello che testimonierebbe l’appartenenza del feudo ai vari signori (Del Balzo, Caracciolo, Imperiale) che vi si succedettero fino al 1800.

Fu nel 1860 che una rivolta antiliberale provocò nove vittime e una violenta repressione, in seguito alla quale si decise, per cancellare il ricordo della sommossa, di ripristinare l’antico nome di Aquilonia.

Oggi la città che fu teatro di tante vicende è diventata un Parco Archeologico dopo che, in seguito al terremoto del 1930, la maggior parte della popolazione fu costretta ad abbandonare la propria casa e a trasferirsi poco più in là, a circa un chilometro di distanza, dando vita alla moderna Città Itinerante, appellativo che identifica quei centri che, per effetto di eventi sismici, hanno cambiato collocazione. Visitando la cittadina, ordinata in piccoli isolati formati da costruzioni che raramente superano i due piani di altezza e attraversati da strade larghe e rettilinee, e ascoltando i racconti degli anziani del luogo, sembra quasi di vedere la popolazione degli anni trenta trasportare, spesso a spalla, le pietre dalla vecchia alla nuova città, animati dalla volontà di continuare la vita nello stesso luogo che li aveva cullati.

Da questa stessa volontà è nato quello che è un gioiello fra i Musei Etnografici della Campania e forse d’Italia.

Sorto per opera di un gruppo di giovani volontari che, qualche decennio fa, sentirono forte il richiamo dell’identità territoriale e culturale nella quale si riconoscevano, il Museo ha oggi una sede degna che su due piani e in diverse sezioni tematiche ospita centotrenta ricostruzioni ambientate della vita della comunità Aquiloniese fino a circa mezzo secolo fa.

Non si tratta di un semplice Museo Contadino né di una raccolta di cimeli antichi. Il Museo Etnografico di Aquilonia si presenta come un percorso espositivo sapientemente organizzato, un racconto per immagini ed oggetti della cultura materiale di una comunità viva e attiva, il cui retaggio rimane per i cittadini del 2000 eredità preziosa da custodire e tramandare. Dalle sezioni dedicate all’archeologia del territorio il viaggio nella memoria prosegue negli spazi dedicati alle tradizioni e all’antropologia popolare.

Fra religione e credenze popolari, pratiche magiche al limite della “stregoneria”, il ciclo della vita è scandito dalla documentazione di usi e costumi che, spesso apertamente rinnegati, si annidano talora sorprendentemente nel sostrato culturale di ciascuno. Corredi e abbigliamenti si contestualizzano nella fedelissima ricostruzione della casa contadina, monolocale dove si concentravano le diverse funzioni della vita familiare, dalla preparazione alla consumazione dei pasti, ai rituali igienici, forzatamente esigui, e che serviva anche da ingresso all’attigua stalla degli animali, destinata ad assolvere anche alla funzione di riscaldare, grazie al calore delle bestie, l’ambiente destinato alle persone.

Sembra quasi di sentire il chiassoso vociare dei bambini misto ai versi di polli e conigli, ospiti dall’acuto odore dello spazio sotto il letto matrimoniale, il ragliare dell’asino misto ai muggiti e ai belati degli altri animali, che rappresentavano la vera ricchezza di casa.

Possibile che si potesse vivere così?

Ci si chiede pensando alle comode asettiche abitazioni attuali. Eppure poco più di cinquant’anni separano questi stili di vita dai nostri. Il fascino del passato avvince attraversando gli altri ambienti dove si susseguono esposizioni di prodotti alimentari, botteghe artigiane e spazi che illustrano mestieri ormai scomparsi, come quello durissimo dello spaccapietre, o alcuni divertenti, quali il banditore, passando per un’aula scolastica d’epoca e una raccolta di giocattoli e suppellettili per la prima infanzia. Un mulino ad acqua perfettamente funzionante, una capanna di pastori e attrezzi agricoli dipingono spaccati di vita comuni al mondo rurale della Campania.

Intrigante la sezione della medicina popolare, dove si spazia dall’uso delle piante officinali a quello di “ rimedi naturali” quantomeno improbabili, dal semplice sale e olio all’urina, agli escrementi animali o alla fantasiosa “racca di cappello”, il grasso, cioè, che si depositava all’interno del giro del cappello! Un itinerario, insomma, fra la cultura materiale e la superstizione, fra l’onesta operosità contadina e le gesta ribelli dei briganti, che si snoda su circa 1.500 mq, accogliendo turisti, gruppi e soprattutto scolaresche, per le quali vengono preparati itinerari e proposte personalizzate. Un’esperienza che rimane impressa a lungo nella memoria, in un mix di meraviglia e ammirazione per le genti le cui vite hanno dipinto questo complesso quadro sociale ed economico e per quelle che, avendone compreso il valore, lo hanno ricomposto e riproposto.

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