Ottaviano, la sua storia e il suo castello: dalla gens Octavia al Medioevo, da Carlo V ai Medici, da Vincenzo Bellini a Gabriele D’Annunzio. L’illustre passato di una città, che diede accoglienza persino ad un papa, Gregorio VII 

Ottaviano sorge sulle ridenti pendici orientali del monte Somma. Deve il suo toponimo all’antico Octavianum, verosimilmente sorto nei pressi di una villa della gens Octavia, dalla quale si vuol nato l’imperatore Ottaviano Augusto (63 a. C. – 14 d. C.). Nel Medioevo dapprima fu feudo degli Orsini, poi dei baroni di Noia; in seguito Carlo V lo donò nel 1532 a Fabrizio Maramaldo, dal quale passò nel 1567 ai Medici di Toscana, che assunsero così il titolo di principi di Ottaviano.
Nel corso dei secoli numerosi illustri personaggi hanno ivi soggiornato, si pensi ai vari Giuseppe Bonaparte, Gioacchino Murat, Vincenzo Bellini, Giovan Battista Niccolini e Vincenzo Monti. Nel 1892, infine, vi  sostò, ospite della principessa Maria de’ Medici, Gabriele d’Annunzio, che proprio qui compose le Odi Navali.

Ma stando alla tradizione la personalità più celebre che si sia mai trattenuta in Ottaviano è stata addirittura un papa.

Ottaviano

Il papa in questione è Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana: egli celebrò una liturgia nel 1086 in una piccola cappella, ad oggi esistente, presso il castello di Ottaviano, prima di raggiungere l’esilio di Salerno. Ma cosa era successo? La cornice era quella delle “lotta per le investiture”, ovvero la disputa che oppose, dall’ultimo quarto dell’11° sec. sino al concordato di Worms (1122), il papato e l’Impero per la preminenza nel conferimento (l’investitura) delle dignità ecclesiastiche di vescovo e abate ai chierici. Il papa le vietò esplicitamente nel sinodo di Quaresima del 1075, pena la deposizione per chi le accettava e la scomunica per il principe che le conferiva. Era l’anno del Dictatus papae (quasi certamente l’indice di una collezione canonistica), composto appunto tra il 1075 e il 1076, era costituito di 27 tesi: vi si afferma la superiorità del papato su ogni autorità terrena e la sua indipendenza completa da ogni potere, si sosteneva l’autorità diretta del papa sui vescovi, al di là di quella dei metropoliti, e la sua prerogativa di giudicare e condannare, senza poter mai esser sottoposto a giudizio, e perfino di deporre l’imperatore. Il potere temporale sfidava quello secolare.

Esse furono la base della potenza dell’imperatore Enrico IV, il quale procedeva in modo simoniaco nella distribuzione dei vescovadi e non si era sottomesso ai decreti papali. Fu così che nel 1076 gli giunse la scomunica targata Gregorio VII, che, non contento, sciolse i suoi sudditi dall’obbligo di fedeltà e proibì loro di ubbidirgli.

Gregorio VII

L’imperatore radunò a Worms un sinodo di vescovi tedeschi dichiarando decaduto il papa, ma allorché i principi si schierarono contro di lui, si vide costretto a chinare il capo, giurando obbedienza e penitenza. Nell’inverno 1076-77 Enrico IV valicò le Alpi, e si recò a Canòssa, un centro in provincia di Reggio Emilia, per ottenere, umiliandosi in veste di penitente, il perdono di papa Gregorio VII, ospite nel castello della contessa Matilde. Il vincitore morale fu il papa, il vincitore politico l’imperatore. La conciliazione fu breve, Enrico si vendicò aspramente. Deposto dai principi tedeschi, scomunicato nuovamente nel 1080, l’imperatore tornò in Italia, nominando un antipapa, Clemente III, e facendosi incoronare a Roma nella Pasqua del 1084. Rifugiatosi a Castel Sant’Angelo, Gregorio VII fu quindi liberato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, che poi la devastarono in modo feroce; poi fu condotto a Salerno, dove morì il 25 maggio 1085. Quivi si spense nell’amarezza della solitudine. La tradizione gli pose sulle labbra le parole: «Ho amato la giustizia, ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio», adattamento di un versetto dei Salmi (45, 8). Fu sepolto nella chiesa di S. Matteo a Salerno.

Il conflitto tra le due supreme autorità ebbe fine nel 1122, quando il così chiamato concordato di Worms, concordato tra Enrico V e Callisto II, oltre a riconfermare gli statuiti del 1059 in ordine alla libertà dell’elezione papale, escluse qualunque intervento laico dall’investitura spirituale; se nel regno di Germania l’imperatore salvaguardava la possibilità di influire sulle elezioni alle sedi episcopali e abbaziali, tale possibilità gli fu negata invece in Italia e in Borgogna. Con la lotta per le investiture il Papato iniziò il processo di svincolamento dalla tutela del potere imperiale, divenendo l’unico e sovrano legislatore e giudice dell’ordinamento interno della Chiesa.

Il forte di Ottaviano è posto a 282 metri sul livello del mare, all’estremo vertice sud dell’abitato; ci si può giungere proseguendo per la strada che porta al Vesuvio. Delle strutture dell’antico maniero, innalzato presumibilmente su un insediamento romano, non vi resta traccia, fatto salvo per alcuni tratti di muri in pietra del Vesuvio riadoperati per le moderne strutture.  I pochi resti superstiti dell’antica fortificazione con il passar dei secoli sono stati trasformati in una residenza principesca, purtroppo orfana e quasi interamente razziata, fatta eccezione del giardino inferiore ove, all’ombra di fusti secolari, sono situati materiali di spoglio di epoca romana e medievale. Analizzando le strutture si possono determinare le principali fasi di trasformazione del complesso architettonico.

La prima fase corrisponde alla costruzione dell’opera fortificata sulle preesistenze romane; la seconda fase corrisponde alla trasformazione della fortificazione in palazzo baronale, che nella terza fase si arricchisce di ambienti ed elementi confortevoli per il soggiorno e la dimora dei proprietari. La quarta fase corrisponde alle opere di restauro compiute a seguito dell’eruzione del 1631; mentre le ristrutturazioni che vanno dal 1735 al 1771 rappresentano la quinta fase e la sistemazione del palazzo come ci è giunto, fatta eccezione per piccole opere di manutenzione moderna e per il tentativo di consolidamento a seguito dei danni del terremoto del 1980, che per fortuna non hanno intaccato la configurazione settecentesca del palazzo. (Francesco Cordella)

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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