Un viaggio nella città e i suoi sotterranei, tra anime pezzenti, culto della morte e metropolitane da primato.

Sarà anche la città del sole e del mare, ma in realtà la più grande ricchezza di Napoli si trova dove né il sole né il mare oggi la accarezzano più: nei sotterranei. Grazie al suo inestimabile valore in termini di testimonianze storiche, il fascino oscuro e la sua fusione tra antico e contemporaneo, la Napoli sotterranea non ha un ruolo marginale nell’aspetto estetico della città, anzi, con le recenti scoperte d’epoca greco – romana si direbbe che il passato si fa sempre più largo in un presente di altissimi palazzi e uffici ultramoderni. Per di più, come ha dimostrato l’ultima esperienza archeologica in piazza Municipio, è impossibile edificare il nuovo senza imbattersi in qualche modo nel vecchio. Esso è lì, sotto i nostri occhi: tre imbarcazioni del II secolo d.C., un porto romano, una fortificazione bizantina, un gymnasium e tremila reperti, venuti alla luce durante la costruzione delle stazioni Toledo, Duomo, Università, Salvator Rosa e Municipio sono la testimonianza materiale di quante storie abbiano preso vita sotto i nostri piedi. La Napoli sotterranea è oggi un trionfo d’ingegneria civile. Dopo anni di abbandono si ripropone come tappa fondamentale per tutti i turisti. Non si tratta soltanto di un museo sotterraneo in cui ammirare manufatti di oltre 2000 anni fa, si tratta di compiere un vero e proprio viaggio nel passato e scoprire di sentirlo più vicino di quanto sembri: l’atmosfera autentica, i passaggi a prova d’uomo a 40 metri di profondità, lontano dal chiasso mondano contribuiscono a mostrare ai visitatori Napoli da un’altra prospettiva. Una prospettiva dal basso, dal passato mai sepolto, dove si riporta alla luce ciò che è morto.

La morte stessa a Napoli ha sempre avuto un ruolo importante. Mai un tabù, né la fine di una vita. Con la morte a Napoli si convive, si comunica; in essa si ripongono speranza e preghiere, in un connubio di fede sacra e profana di cui nessuno vede le contraddizioni. Ne è un esempio il Cimitero delle Fontanelle. Qui si può far conoscenza con oltre 40000 resti umani, rimasti vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. In questo luogo mistico, secondo la tradizione, ognuno può adottare una capuzzella, un teschio, per compassione verso i poveri corpi senza nome, e pregare per alleviare le sue sofferenze in purgatorio promettendogli così una più degna sepoltura in cambio di una grazia. Queste anime in pena rappresentano la rottura della distanza tra il mondo terreno e l’aldilà, il sentimento di unione trovato nella morte e dell’aiuto in povertà che aveva affascinato Matilde Serao, come tanti altri intellettuali. La capuzzella, o ancora meglio l’anema pezzentella una volta adottata entra a far parte della famiglia, manifestando la sua presenza con grazie o mistici sogni di cui interpretare i numeri fortunati.

La verità riguardo questo legame non è unica. Di certo esso è stato alimentato dai tragici eventi che hanno costernato la città e svuotato i cuori della gente di speranza verso gli uomini. Nei periodi, come quelli attuali, in cui l’unico tipo di aiuto su cui i fedeli potevano davvero contare era quello dei morti.

Laureanda in Scienze della traduzione presso l’università La Sapienza di Roma, dove si interessa di traduzioni dalla lingua russa e ceca. Appassionata di scrittura, cinema e teatro, rivede nella sua terra le più ampie espressioni tradizionali ed innovative dell’arte.

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