Riti Settennali di Guardia Sanframondi: l’attesissima uscita della Madonna dal suo santuario, l’incontro con i battenti e tutto l’amore del suo popolo, che dopo sette lunghi anni, freme per poterla riabbracciare.

Quest’anno, dopo sette anni ho avuto l’onore ed il privilegio di riscoprire i Riti Settennali di Penitenza in Onore dell’Assunta e, se è possibile, di innamorarmi ancora di più di questa antichissima tradizione intrisa di amore e devozione.

Ho accompagnato i lettori lungo la settimana dei Riti attraverso i cortei dei quattro rioni e, non a caso ho scelto di non proferire parola sul quinto incontro settimanale, quello dell’apertura della lastra. È stata una scelta che, come spero, abbia sottolineato il mio rispetto e la mia sensibilità nei confronti di un momento così intimo e personale come quello in cui una madre torna ad abbracciare i propri figli. Questo non vuole essere in alcun modo una critica nei confronti dei colleghi che hanno deciso di immortalare il momento. È il loro lavoro e scrivere è ciò che viene chiesto loro di fare. Ma la mia è stata una scelta dettata dalla coscienza morale di chi, figlia del meraviglioso popolo di guardiesi, ha avuto il delicato compito di dover bilanciare l’obiettività nel racconto degli eventi e la forte emotività di chi lo ha da sempre vissuto in prima persona. E credetemi, non è stato affatto facile.

Credo che questa sia una parentesi doverosa e imprescindibile. Per la prima volta, ho deciso di non partecipare ai Riti come membro interno ma di godere del meraviglioso fascino insito in ogni suo momento e di guardarlo nella sua interezza con gli occhi di chi deve raccontarlo ed il cuore di chi lo sente davvero. Ed è per questo che mi sono presa un po’ di tempo prima di raccontarvi quella che è stata la magistrale giornata di domenica. Tempo per vivere interamente questo meraviglioso giorno, per poterlo assimilare, per poter trovare la lucidità di raccontare un evento così importante che, come ho già ribadito, non si può descrivere ma solo tentare di raccontare.

Con la settima giornata la settimana dei Riti Settennali di Penitenza in Onore dell’Assunta è giunta al suo gran finale. Una settimana di forti emozioni, dal grande valore storico-religioso e carica di devozione. I quattro rioni di Guardia Sanframondi, Croce, Portella, Fontanella e Piazza si sono susseguiti nei cortei prima di Penitenza e poi di Comunione dal lunedì al venerdì. Hanno dato vita a più di cento misteri rappresentanti scene tratte dal vecchio e nuovo testamento, nonché della storia della Chiesa. I quattro cori rionali hanno emozionato con le loro voci intonando le lodi a Maria. I fedeli hanno partecipato con silenziosa devozione aspettando nella trepidante attesa di poterla riabbracciare, con il cuore colmo d’amore e con quell’anima gioiosa che hanno i figli nel rivedere la propria madre.

Già dalle prime luci dell’alba, piazza San Filippo, ove è situata la Basilica dell’Assunta iniziava a riempirsi. Figuranti dei vari rioni, membri del coro, anime incappucciate dal saio bianco, fedeli, visitatori e curiosi. Tutti riuniti ad abbracciare il Santuario dell’Assunta in attesa della Santa Messa mattutina che precede l’uscita del corteo del Rione Croce e poi i Battenti che si accodano al loro ultimo quadro, San Girolamo Penitente come da tradizione. L’emozione nell’aria è palpabile. I fedeli sentono dentro di sé la tensione dell’attesa in cui i fratelli battenti varcheranno la soglia del Santuario percuotendosi il petto in nome di quella fede così forte da diventare improvvisamente visibile.

Durante l’omelia, il Vescovo diocesano, Domenico Battaglia ha espresso la sua gioia nel partecipare per la prima volta ai Riti Settennali e ha spiegato l’emozione che gli ha donato vivere insieme al popolo questo intenso momento di fede, ricordando l’importanza di Ricominciare a donarci agli altri”.

Lo stendardo del Rione Croce fa strada all’uscita del corteo. Man mano che i quadri avanzano, la tensione sale. Tutti con gli occhi fissi alla porta del Santuario, attendono quasi col fiato sospeso il momento dell’uscita dei battenti. E più si attende, più l’emozione cresce. I visitatori abituali attendono composti, i curiosi fanno domande, i fedeli semplicemente cercano di contenere quella sensazione di devastante empatia in grado di squarciare l’anima. Perché sanno che non stanno aspettando lo spettacolo del sangue, non si tratta di questo. Non lo è mai stato. Sanno quanta forza e fede richieda il gesto di quei guerrieri incappucciati vestiti di bianco. E a loro va la più totale e ammirevole compassione.

Le foglie dei rami di tancanica che circondano il quadro di San Girolamo Penitente si fanno strada tra la folla. Cala il silenzio. Nessuno osa parlare ma tutti sanno. Il momento è arrivato, e non c’è nulla che può esser detto. Anche il più scettico dei presenti non riesce ad interferire con l’intensità di quel momento. Si spalancano le porte del Santuario e da essa sbuca la croce dei battenti, che preannuncia la loro inequivocabile uscita. Ma ciò che più di tutto rende imminente la loro uscita è quella voce, forte e nitida che incita: “Fratelli, con fede e coraggio, in nome della Vergine Assunta, battetevi!”. Impossibile cercare di trovare le parole adatte a descrivere ciò che un momento simile può muovere dentro. Non ho la presunzione di poter parlare per tutti, ma sono certa che nessuno può rimanere indifferente davanti ad un gesto di tale devozione. Il fiume bianco di anime penitenti si appresta ad uscire dal Santuario camminando all’indietro, per non voltare mai le spalle a Maria. A mano a mano che risalgono la scalinata della piazza verso il loro percorso di penitenza il loro Ora pro nobis accompagna quasi in una sacra melodia il tamburellare della spugnetta sul petto con movimenti ritmici e decisi. Le gocce di sangue iniziano a sgorgare dalla pelle lacerata. Col capo chino, chiusi nell’intimità del loro gesto, si fanno strada tra la folla sorvegliata da alcuni flagellanti. Ad assisterli, numerosi volontari, che quando ne fanno richiesta, si affrettano a versare del vino bianco sulla loro spugnetta per disinfettare le ferite. Al loro passaggio si avverte un forte odore acre di un misto tra vino e sangue. Si notano nei visitatori espressioni un po’ turbate dall’odore. Per me, come per gli altri fedeli, è un odore familiare e confortante perché si conosce il sacrificio che cela e l’empatia che scatena. In questa edizione si parla di un’affluenza di quasi 800 battenti.

I battenti si sono ormai dislocati lungo il percorso che li porterà ad incontrare più avanti la Vergine Assunta. Dietro di loro si accodano nell’ordine i misteri dei rioni Portella, Fontanella e Piazza. Segue l’avviarsi della Statua della Madonna fuori dal Santuario. Viene portata in spalla dal clero fino all’uscio della sua casa per poi passare tra le braccia del popolo. Questo è un altro momento di forte intensità.

Il corteo processionale è ormai dislocato per le strade del paese, i battenti si apprestano ad arrivare in prossimità della basilica di S. Sebastiano dove attendono il suo arrivo continuando incessantemente a battersi il petto. Tutti sanno il momento in cui la mamma sarà fuori dal santuario, perché ad annunciarlo c’è un forte colpo di mortaletto che risuona in tutto il paese. E appena si è sentito questo enorme boato tutti i suoi figli cadono in ginocchio ovunque si trovino. È un collettivo saluto di venerazione che porta con se la gioia immensa della consapevolezza che la Vergine è ormai tra di noi.

Mentre la statua dell’Assunta si appresta ad arrivare alle soglie di Piazza Castello preceduta dai suoi campanelli ed il corteo continua a camminare, i battenti restano fermi lungo la strada di Piazza Condotto. Ed eccola che finalmente arriva, in tutta a sua maestosa bellezza. E i battenti le vanno incontro, inginocchiandosi davanti a lei e percuotendosi il petto con ancora più veemenza, quasi a voler sottolineare tutto l’amore e la devozione che si cela in quel gesto fatto solo per lei. La folla intorno a loro assiste sgomenta ad un sentito momento di amore materno. L’incontro è senz’altro uno dei punti più toccanti dell’intera celebrazione. Si vive l’interezza del significato dei Riti. Il sangue che sgorga dalle loro ferite di penitenza esplica la loro fede per la Vergine e, nonostante non si possa scorgere la loro espressione, i movimenti empatici del loro corpo descrivono con grande chiarezza la gioia con cui compiono quel gesto di fede.

Dopo l’Incontro i battenti si dileguano tra le strade del paese per spogliarsi del loro saio bianco e mescolarsi poi tra la folla. La statua della Madonna incede maestosa tra le strade. Il suo sguardo materno incanta e commuove le persone intorno a sé. Mi è difficile scorgere volti inespressivi al suo passaggio. Tutti vengono rapiti dalla sua bellezza e dall’emozione che sprigiona nei suoi fedeli.

 

“E sette son le stelle, Maria s’incorona. Davanti al suo trono, il mondo lasciò. Evviva Maria, Maria Evviva. Evviva Maria e chi la creò”.

Questo l’inno che in coro i fedeli cantano portandola in giro tra le strade del paese. E man mano che si incede nella processione sempre più persone si uniscono al corteo. Tutti si accalcano per poterla sfiorare o per poterla portare in spalla anche solo per qualche minuto. Starle accanto è un onore ed un privilegio e gli occhi lucidi della gente che la osserva ne è la prova. Non si può non farsi coinvolgere da un simile accoramento. E non parlo in base solo a quelle che sono le mie emozioni di guardiese. Mi permetto di allargare questa emotività anche a tutti coloro che sono venuti a farle visita perché a parlare per loro sono i sorrisi che dipinge sui loro volti. Non metto in dubbio che ci sia stato anche qualche semplice curioso dall’aria scettica e a tratti indifferente, forse anche più di qualcuno ma sono più che certa che anche queste persone infondo hanno colto la grandezza che sprigiona il suo semplice passaggio e magari, hanno anche capito che quello spettacolo di sangue a cui si sono così tanto affrettati ad assistere, non è un fanatismo ma un vero sacrificio di fede fatto solo per lei.

Il sole inizia a calare. E il cielo si tinge di quelle note di arancio che, mescolate a quel che resta dell’azzurro incorniciano il suo progressivo rientro verso casa. I cortei rionali sono ormai tutti rientrati nel cortile del santuario e la statua della Madonna si appresta a salire lungo via Marzio Piccirilli, la strada che la condurrà nuovamente nella sua casa. Mentre avanza, è talmente corposo il fiume di persone che la circonda, la segue e la precede da sembrare quasi galleggiare su quel letto di fedeli innamorati. Il passo è sempre più lento. Tutti sanno che una volta arrivata in piazza dovrà essere riconsegnata nelle mani del clero e riportata a casa e nessuno vuole lasciarla andare. Sette anni di attesa sono tanti, ed una sola giornata con lei è davvero troppo poca.

Arrivata nel centro di Piazza San Filippo, come di consueto viene fatta girare, spalle al santuario e con il volto rivolto verso i suoi devoti figli. Il tramonto ne incornicia la sagoma. Lentamente arretra tra le mani del popolo che hanno invaso tutta la piazza per poterla salutare. Un fiume di mani alzate per poterla toccare ancora una volta. Braccia protese verso di lei come un bambino che chiede alla madre di restare. Perché la fede è questo. È amore. Smisurato amore. E questa giornata ne è stata invasa. Ognuno a modo suo ha professato tutta la sua fede e la sua devozione.

La sua figura appare per l’ultima volta incorniciata dall’ingresso del Santuario e lentamente, molto lentamente e con grande sofferenza il popolo la lascia tornare a casa certo di averle trasmesso l’amore che merita e di aver ricevuto, come sempre, una gioia immensa. Una gioia che ognuno custodirà dentro di sé per altri sette anni.

Quest’anno, dopo sette anni ho avuto l’onore ed il privilegio di riscoprire i Riti Settennali di Penitenza in Onore dell’Assunta e, si, è possibile, mi sono innamorata ancora di più di tutto ciò che rappresenta. Vivere i Riti non è assistere allo spettacolo dei figuranti, non è spiare con curiosità la devota mortificazione corporea di un battente, non è cercare di comprendere. La fede non va compresa. La fede va rispettata e vissuta. A nulla servono domande o curiosità. Il popolo dei guardiesi non ha voluto dare spettacolo di fede. Questo popolo ha continuato a vivere e sentire la propria fede manifestandola nella penitenza dei riti, permettendo agli altri di poter scoprire la grandezza della devozione e condividerne la gioia che la propria madre sa dare ad ogni cuore.

I Riti non sono solo, misteri, cori, flagellanti e battenti. Sono il lavoro e l’impegno di ogni singola persona. Dai membri dei comitati rionali, alle sarte, ai cori, ai truccatori, ai ricercatori per l’accuratezza storica, a tutte le persone che hanno lavorato duramente per rendere l’accoglienza e l’informazione impeccabili, alle persone che si fermavano per strada per dare da bere, sono tutti i guardiesi pronti ad aprire le porte di casa a chiunque, in nome dell’ospitalità e dell’altruismo. I riti risiedono nel meraviglioso miracolo di quegli incantevoli bambini che con grazia e, vestiti di un raggiante sorriso, hanno percorso chilometri e chilometri sotto il sole cocente di agosto senza mai lamentarsi. I Riti non sono negli occhi di chi guarda, ma nel cuore di chi li sa accogliere.

I Riti Settennali sono il popolo di guardiesi. E non i 5000 abitanti di paese più i partecipanti dei paesi limitrofi. Sono un’unica grande famiglia. Tutti fratelli e sorelle legati a doppio filo dall’amore imprescindibile ed indissolubile per la propria Madre. Tutto sempre è soltanto in nomine Matris.

Nata in Inghilterra e cresciuta in Italia a Guardia Sanframondi (Bn). Laureata a Roma in lingua e letteratura italiana con specializzazione in editoria. Da sempre sono appassionata di storia, linguistica e letteratura. Adoro leggere e scrivere. Credo che siano tra gli strumenti più significativi dell’essere umano. Conoscenza è da sempre potere. E mi auguro che questo progetto possa portare alla luce la bellezza ed il valore della una cultura di queste terre da troppo tempo infangate e dimenticate.

Commenta