I re, principi e generali che, nel corso dei secoli, entrarono trionfalmente a Napoli, ebbero da sostenere l’esame più arduo, l’approvazione di san Gennaro, il cosiddetto cap’ ‘e casa, il santo patrono dei napoletani.

Un tempo, a Napoli, il buon vecchio padre di famiglia era chiamato ‘o cap’ ‘e casa, figura illustre e venerabile alla quale si doveva ossequio e ubbidienza. Un rapporto, però, che non era segnato da un referenziale distacco, tutt’altro, piuttosto andava contornandosi di confidenzialità: a lui si ricorreva per consiglio, per risolvere problematiche di vario livello, tra lui e ogni componente della famiglia vi era una relazione di complicità e amicizia.
Così è considerato dai napoletani il loro santo patrono, san Gennaro, così è chiamata in maniera affabile e affettuosa. Un “bisogno”, per dirlo alla Serao, un bisogno ingenuo, tenero, profondo insito nell’animo dei popoli cristiani di avere “un amico nel cielo” nelle cui mani affidare il destino della propria città, al quale rivolgersi in caso di necessità e a spetta l’ultima parola circa il gradimento di nuovi governanti: tale è la massima espressione del sentimento religioso dei napoletani.
I re, principi e generali che, nel corso dei secoli, entrarono trionfalmente a Napoli, ebbero da sostenere l’esame più arduo, l’approvazione di San Gennaro. Privati di questa a nulla sarebbero valsi mesi di assedio e sanguinose battaglie, poiché, probabilmente, a Napoli non avrebbero governato. Quale l’iter da seguire? Entrare nella casa di San Gennaro in via Duomo (aperta nel 1860), passare in rassegna i principali omaggi resi a lui sbirciando nei maggiori avvenimenti della storia della città e del reame, appagando, magari, anche qualche curiosità.

Ruggero II il Normanno, fondatore del Regno, stando a quanto tramandato, giunto a Napoli nel settembre del 1140, si recò immediatamente dal cap’ ‘e casa. Sebbene le cronache non riportino un eventuale miracolo della liquefazione del sangue, date le manifestazioni di giubilo che il popolo gli tributò all’uscita della cattedrale si potrebbe presumere che il patrono avesse dato il suo benestare.

Carlo II d’Angiò, era il 1305, ordinò ai suoi orafi di corte di rivestire il busto di San Gennaro con una patina d’argento racchiudendo al suo interno le reliquie del suo cranio. Il busto reliquiario è custodito nella cappella del santo e viene esposto in occasione del miracolo.

Alfonso d’Aragona, con il mantello di broccato, la corona sul capo e le insegne reali tra le mani, il 2 giugno 1442, fece la sua comparsa innanzi l’altare maggiore del duomo ove erano esibite le ampolle contenenti il sangue del santo. Era appena cominciato il sacco della città, e allora, inginocchiandosi davanti alle sacre reliquie, proclamò a mo solenne che alla pena della vita non fosse nesciuno che dovesse più sacchizzare.

Alfonso II, succeduto al padre Ferrante l’8 maggio del 1494, in una basilica gremita di baroni, dignitari e gentiluomini, ascoltò la messa solenne intonata dal cardinale Monreale, indossando vesti di diacono e facendosi incoronare re di Napoli.

Carlo VIII re di Francia, il 12 maggio 1495, accompagnato da uno stuolo di cavalieri in armi, fece volta alla chiesa del duomo; qui, sotto un pallio, di fronte al sangue di san Gennaro, giurò di osservare i privilegi e i diritti della città e dell’intero reame.

Carlo V fece il suo ingresso in duomo il 25 novembre 1535. Concluso il Te Deum di ringraziamento, l’eletto del popolo Gregorio Rosso, con in una mano il libro dei capitoli della città, e l’eletto di Portanuova, col messale, presentandosi davanti al re lo invitarono a giurare su quei testi sacri l’inviolabilità di ogni diritto. Solo in quel momento don Giovanni Carafa, del seggio del Nido, poté consegnargli le chiavi della città.

Nel corso del XVII secolo vi furono altri tre giuramenti. Il viceré duca d’Arcos giurò di rispettare i capitoli richiesti dal popolo napoletano per porre fine alla rivolta, passata alla storia come quella di Masaniello. Identico giuramento fu a sua volta osservato dal viceré Juan d’Austria. Dall’incombenza non si sottrasse il re di Spagna Filippo V, il quale, dopo aver fatto la sua entrata trionfale in città, si recò nel duomo pronunciando la rituale formula.

Carlo di Borbone, il 10 maggio 1734, entrò a Napoli accolto da una folla euforica che, dopo due secoli di dominio spagnolo e in seguito alla breve parentesi austriaca, poteva ritornare a guardare la propria città come capitale di un regno nuovamente indipendente. La nobiltà, andata incontro al nuovo re, gli rese omaggio sotto l’arco di Porta Capuana. Andò formandosi il corteo preceduto da uno squadrone di cavalieri che montavano cavalli fregiati da ricche gualdrappe. Seguiva il re, con ai lati il conte di Santo Stefano e il principe Bartolomeo Corsini; a chiudere altri cavalieri che gettavano denaro al popolo. Carlo, attraverso via Tribunali, si diresse al duomo. Davanti la chiesa pronto a riceverlo il cardinale Pignatelli: insieme andarono a pregare il santo patrono, che espresse la sua benevolenza manifestando con anticipo il suo miracolo. Come segno di riconoscenza e devozione il nuovo re offrì a san Gennaro una collana ornata di diamanti e rubini, pronunciando le celebri parole: in quanto re decido che sul mio nome vi sarà ubbidienza e giuro che i vostri privilegi saranno rispettati. Carlo fu fedele devoto di san Gennaro: di ritorno dalla vittoriosa campana di Velletri, combattuta contro le armate di Maria Teresa d’Austria che insidiava l’indipendenza del regno, depose ai piedi del patrono le bandiere sottratte al nemico.
Nel 1759, ereditata la corono di Spagna e prima della partenza da Napoli, andò a salutare san Gennaro e volle portare con sé un souvenir, ovvero una parte del prezioso sangue, il quale, in una delle due ampolline, è ad oggi in Spagna e ogni anno, quando si compie il miracolo a Napoli, esso si realizza anche nella cattedrale di Madrid. Alla sua morte lasciò in dono a san Gennaro il suo manto regale, da cui fu tratta una pianeta che si conserva nel succorpo della basilica.

Jean Étienne Championnet, generale francese, giunse a Napoli il 24 gennaio del 1799 (giovedì): fece immediatamente tappa dal santo ordinando con pubblico avviso il Te Deum per il giorno seguente, ma causa temporale, il tutto fu posticipato alla domenica. In questo giorno il generale, accompagnato dai suoi ufficiali e scortato dal corpo di cavalleria, si prostrò nella cappella del Tesoro, rimanendovi in preghiera fino a quando il miracolo non fu compiuto. Miracolo spontaneo o sotto minaccia? Il popolino vedendo nel repubblicano Championnet un nemico del re e della sua fede, credette che San Gennaro avesse tradito la causa del trono, e così gridò: pure San Gennaro s’è fatto giacobino. Ed ecco tornare di moda sant’Antonio Abate, il popolo decretava la destituzione di Gennaro da patrono e da capitano dell’armata napoletana.
Il generale francese, prima di andar via, depose ai piedi del santo una mitra ricca d’oro e tempestata di gemme.

Giuseppe Bonaparte, il 16 gennaio 1806, giunto trionfalmente in Napoli, si recò in duomo per adorare il sangue di san Gennaro, partecipando alla cerimonia religiosa celebrata dal cardinale Ruffo e donando al santo una croce di diamanti e smeraldi.
Ferdinando I di Borbone fece ugualmente alla morte del padre Ferdinando IV (1825). Prima dell’investitura ufficiale, si presentò dinanzi a san Gennaro con tutta la sua famiglia e lasciando in omaggio un fermaglio d’oro con diamanti. Ferdinando II, suo figlio, diede avvio al suo governo nel 1830 elargendo al santo una pisside d’oro adorna di diamanti.

La lista potrebbe continuare con Murat, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Umberto e Margherita di Savoia

In tanti verranno a rendere onore al padrone di casa, fin quando esiterà Napoli, poiché questa città nella sua religiosità pagana, tra infinite superstizioni, non potrà fare a meno del suo santo e dei suoi miracoli.

 

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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