Affacciandosi dal piazzale antistante la Certosa di San Martino, non si può fare a meno di posare lo sguardo su di un imponente e vetusto edificio di culto, dal tetto verdognolo: si tratta del trecentesco Monastero di Santa Chiara, sito all’angolo tra Piazza del Gesù e Via Benedetto Croce.

Sebbene proprio di fronte si erga un altro importante complesso monumentale, quello del Gesù nuovo, la bellezza inusuale del Monastero non passa in secondo piano, ma anzi fa sì che esso si distingua come la più grande testimonianza di architettura gotica a Napoli.
Il Monastero affonda le proprie radici nei primi anni del XIV secolo, quando il re Roberto d’Angiò e sua moglie Sancia d’Aragona Majorca, devoti all’ordine Francescano commissionarono la costruzione di un convento, che alcuni testi medioevali citano con il titolo di “Ostia Santa” o “Corpo di Cristo”, dal nome dell’omonima basilica annessa. I lavori di costruzione iniziarono nel 1310, sotto la guida degli architetti Gagliardo Primario e Lionardo Vito, che realizzarono il progetto di una struttura sostanzialmente divisa in due ampie sezioni: l’area più grande era destinata alle monache clarisse, mentre la restante parte avrebbe ospitato i frati minori francescani. Il piano di costruzione piacque sin da subito ai due sovrani, che si adoperarono a convocare nel regno i più illustri ed acclarati artisti del tempo; Giotto ne decorò le pareti, mentre il senese Tino di Camaino realizzò il monumento sepolcrale di Carlo di Calabria e Maria di Valois; insomma, la dinastia angioina si preparava a lasciare un ricordo indelebile del proprio potere e della propria ricchezza, nel panorama artistico-culturale partenopeo.

La magnificenza del monastero fu uno dei principali elementi d’attrazione per le più benestanti famiglie del tempo: Caracciolo, Carafa, Muscettola, Capece, tutti facevano a gara, affinché alle proprie rampolle fosse consentito di vivere tra quelle pareti, tant’è che soltanto il primo nucleo originario contava ben cento novizie.

Nel 1321, ottenuta udienza dall’allora pontefice Giovanni XXII, Sancia d’Aragona ricevette l’approvazione delle cosiddette “ordinationes”, gli statuti che, sino al concilio tridentino (1545-1563), avrebbero scandito la routine quotidiana delle clarisse, alle quali furono, tra l’altro, concessi maggiori diritti di quelli garantiti dagli altri nuclei monastici.
Le consorelle vissero costantemente nel lusso e non abbracciarono mai, almeno formalmente, la clausura, ma anzi, si esibivano spesso in recitazioni sacre e balletti mascherati. Una delle occasioni migliori, in cui potevano percorrere le strade cittadine, era, ad esempio, la festa del Corpus Domini: un corteo partiva dal Duomo e, percorrendo tutto il Decumano inferiore, giungeva a Santa Chiara, dove i fedeli adoravano con ardore il Santissimo Sacramento; i proventi ricavati, inoltre, dalla vendita di manufatti e di oggetti di vario genere, favorirono notevoli opere di abbellimento, come il celebre chiostro maiolicato di Domenico Antonio Vaccaro. Vennero realizzati due viali con 64 pilastri, abbelliti da vivaci “riggiole” , che dividevano il chiostro maggiore in quattro settori; i pilastri erano tra loro separati da panchine, mentre le pareti laterali furono affrescate con immagini agiografiche e scene del Nuovo Testamento.

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Malgrado, comunque, la struttura originaria medievale sia tutt’oggi visibile, il complesso subì seri danni, a causa dei bombardamenti del 4 agosto 1943, che costrinsero la soprintendenza ai beni culturali ad interdire, per ben dieci anni, l’accesso al pubblico. A distanza di più di sessant’anni, la situazione in cui il monastero versa non sembra essere migliorata tantissimo: molti giovani e famiglie con bambini sono soliti trascorrere lunghi pomeriggi nello spazio antistante l’ingresso della basilica che diviene, talvolta, oggetto di spiacevoli atti vandalici. Numerose associazioni culturali si sono adoperate a diffondere petizioni, con cui proteggere ulteriormente questo preziosissimo spazio, ormai divenuto un solido pilastro nella storia e nella cultura napoletana. Una canzone del 1945 di Michele Galdieri recita:

Munastero ‘e Santa Chiara
tengo ‘o core scuro scuro…
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era,
penzo a Napule comm’è…

Il brano entrò a far parte del repertorio di celeberrimi cantanti, come Mina, che ne diffusero la fama in tutto il mondo.

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