Passeggiando per Santa Maria la Nova affiorano alla mente di uno storico episodi di delittuosa natura avvenuti proprio in questi suddetti luoghi. Per quel che mi riguarda Santa Maria la Nova ha un solo nome, Padre Francesco da Gaeta. Un’esistenza tutt’altro che convenzionale.

Nel cuore del centro storico di Napoli vi è un vero e proprio scrigno di storia, di arte e di religiosità, stiamo parlando dello straordinario Complesso Monumentale di Santa Maria la Nova.

La Chiesa di Santa Maria la Nova è detta la Nova per distinguerla da quella di Santa Maria ad Palatium, risalente al periodo svevo, che sorgeva nel luogo dove fu poi edificato il Castel Nuovo e dove esisteva, fin dal 1216, un convento di frati minori che si voleva fondato da San Francesco. Carlo I d’Angiò, volendo edificare Castel Nuovo, demolì il complesso cedendo in cambio ai frati, il 10 maggio 1279, il luogo ove si trova l’attuale chiesa e sul quale sorgeva, a guardia del porto, l’antica torre Maestra. Sulle antiche strutture fu edificato il convento e memoria della primitiva sistemazione sono l’aspetto quasi di cinta muraria che il complesso assume sulla via del Cerriglio con il campanile eretto dove probabilmente era la torre, e con un prospetto percosso da un fregio a toro, aperto solo da poche altissime finestre ed ornato da una semplice statua di S. Antonio da Padova. Santa Maria la Nova sorse in stile gotico, ma non si conosce l’artefice della sua costruzione.

L’aspetto originario conta poco più di tre secoli di vita. Tra le ragioni determinanti l’abbattimento della chiesa angioina vanno menzionati il terremoto del 1456 e quelli del 1538, 1561, 1569 e 1588 ma, ancor di più, l’esplosione della polveriera di Castel S. Elmo, colpita da un fulmine il 13 dicembre 1587, che la danneggiò seriamente. Il restauro della chiesa nel 1596, riconducibile in parte ad Agnolo Franco, si deve anche alle cospicue offerte dei fedeli seguite, inoltre, da una guarigione miracolosa a favore di un povero storpio dalla nascita, attribuita alla Madonna delle Grazie il 17 agosto 1596.
Il Complesso Monumentale comprende due chiostri di cui quello più piccolo, ospitante alcuni monumenti sepolcrali provenienti dalla chiesa, è affrescato con episodi della vita di S. Giacomo della Marca, attribuiti tradizionalmente a Simone Papa. Dal lato del chiostro piccolo si accede agli ambienti della Sagrestia riccamente decorata e dell’Antico Refettorio, abbellito da un affresco del BramantinoLa salita al Calvario.

Ed è esattamente questo il contesto entro il quale è possibile raccontare diverse storie di un passato per certi versi non troppo lontano da noi. Passeggiando per la piazza, il chiostro, le navate di questa storica chiesa, affiorano alla mente di uno storico (quello che ora vi scrive) episodi di delittuosa natura avvenuti proprio in questi suddetti luoghi. Per quel che mi riguarda Santa Maria la Nova ha un solo nome, Padre Francesco da Gaeta. Un’esistenza tutt’altro che convenzionale.

È il 9 agosto 1704 quando presso il Sant’Ufficio Arcivescovile di Napoli fa la sua comparsa un diciottenne, Antonio Spada. Una segnalazione, la sua, che non doveva suonar nuova alle navigate orecchie dei burocrati di servizio quel giorno: ripetuti atti, quantomeno discutibili, compiuti da un ecclesiastico da cui era solito confessarsi, con l’aggravante di averli compiuti durante l’atto del sacramento. Quello che stava denunciando era un reato che per secoli mise a dura prova e minacciò sia l’immagine che l’onorabilità della Chiesa Cattolica e dei suoi ministri, secolari o regolari che fossero.
I presunti abusi erano stati consumati a più riprese nella chiesa di Santa Maria la Nova da un religioso dell’attiguo convento francescano, Padre Francesco da Gaeta. Il tutto aveva avuto inizio l’anno precedente alla denuncia, almeno dieci mesi prima. Stando alle dichiarazioni di Antonio, il confessore, mentre ne ascoltava i peccati dinanzi al confessionale (prassi proibita per le penitenti e poco raccomandabile per gli stessi maschi: quell’ingombrante struttura, inventata nel Cinquecento, era pensata soprattutto per l’uso laterale , protetto da fitte grate, proprio per impedire sguardi e contatti), gli strinse le mani e gliele fece poggiare sui suoi genitali. Dopo l’assoluzione, assicuratosi del pentimento del giovane, gli accostò con violenza il capo chinato, ancora una volta, sui suoi riproduttivi.
Un mese dopo, lo stesso copione: sacramento secondo prassi medievale, in sacrestia, soliti contatti a sfondo sessuale, ma con, dulcis in fundo, un gesto a dir poco romantico: don Francesco sfiorò con le sue mani le labbra di Antonio, il quale scansatosi immediatamente, ricevuta l’assoluzione, scappò via.

Il ragazzo aspettò dieci mesi prima di sporgere denuncia perché l’ecclesiastico gli intimò di non rivelare i loro moti carnali a terzi, e, allora, una volta cambiato confessore fu obbligato a presentarsi in tribunale. Così cala momentaneamente il sipario su Padre Francesco da Gaeta e le sue stranezze.
Ma nella primavera seguente, il 1°aprile 1705, il giovane Antonio si ripresentò spontaneamente presso il Sant’Ufficio. L’anziano sacerdote si era spinto oltre nelle sue pratiche proibite. Durante un’ennesima confessione praticata vis à vis in sacrestia, gli afferrò le mani comprimendole sempre al solito posto e in particolare sul suo membro, che poi tirò fuori per farglielo toccare a carne nuda. Chinatosi per la riverenza dopo l’assoluzione, si ritrovò con la fronte spiaccicata sul membro del suo confessore. A detta di Antonio il vecchio doveva patire nel cervello, sì, ma perché vi era tornato? La domanda non trova risposta. Neanche questa seconda denuncia ebbe l’esito sperato. Ma non era ancora finita.

Dopo oltre un anno e mezzo, nel dicembre 1706, un suddiacono di 22 anni, Antonio de Bellis, giunse dinanzi ai giudici per rivelare che, confidando i suoi peccati da quattro anni nella suddetta chiesa a don Francesco, ne aveva verificato le stranezze. La prassi era quella tradizionale, ma con qualche variante piuttosto innovativa: come ad esempio quella di vedere i genitali del penitente mentre si toccava i suoi. Sebbene il suddiacono non fosse a conoscenza di particolari interessanti sulla reputazione del francescano, rivelò ugualmente dettagli singolari. Don Francesco non era nuovo a certi atteggiamenti, avendo praticato le stesse premure ad altri due giovani, uno dei quali chierico.

Tre indizi fanno una prova, anche se dalla prima denuncia erano trascorsi ormai tre anni, ma nella capitale delle false denunce non sempre si poteva agire d’impulso. Le autorità ecclesiastiche decisero allora che era giunta l’ora di cercare il sacerdote per chiedergli conto dei gravissimi abusi che gli erano stati addebitati.
L’ora della resa dei conti non scoccò mai, Padre Francesco nel frattempo era passato a miglior vita, non che questa gli fosse andata male.

Il delitto di cui si macchiò il nostro confessore francescano è canonicamente chiamato sollicitatio ad turpia, adescamento in confessione, ovvero l’abuso da parte di un ecclesiastico della confessione sacramentale per finalità di tipo sessuale, tutt’oggi uno degli eccessi più gravi, un comportamento proibito che assume un rilievo particolare solo nell’età della Controriforma. Nel Medioevo un sacerdote che avesse approfittato dell’amministrazione del sacramento per dar sfogo ai suoi sensi non sarebbe stato ritenuto responsabile di un delitto contro la fede, ma piuttosto un mero trasgressore. Ma dalla seconda metà del Cinquecento ci si convinse che dietro abusi di quel tipo si celasse una vera e propria deviazione ereticale (di matrice luterana magari) e che perciò essi dovessero essere trattati dai tribunali inquisitoriali.

Chissà se adesso camminando per Santa Maria la Nova non possiate pensare anche voi, oltre che al Museo ARCA, alla Tomba di Vlad III o al percorso presepiale, alla stravagante e bizzarra figura di Padre Francesco di Gaeta.

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