Napoli, XVII secolo: una ‘santa’ … truffa!

Se non fosse per l’ambientazione primo-seicentesca, la storia di suor Giulia De Marco non avrebbe niente da invidiare ad alcune notizie o a certi scandali di cronaca contemporanea, soggetto ideale per trasmissioni come Le Iene o Striscia la Notizia. Una “santa“, un prete, un avvocato, un culto, una devozione popolare, la sessualità, una truffa e un processo lungo, articolato e complesso: Napoli non poteva essere cornice più adatta per tale singolare vicenda. Blasfemo, sacralità e sessualità in una sola donna che per alcuni è santa e pia e per altri non altro che un’eretica.

Partiamo dalla conclusione. Era la mattina del 12 luglio 1615 a Roma, nella basilica di S. Maria sopra Minerva, una insolita cerimonia di abiura richiamò, oltre all’intero collegio cardinalizio, numerosi rappresentanti della nobiltà cittadina e una gran folla. Perché tanto clamore? Padre Aniello Arciero, religioso della Congregazione dei ministranti agli infermi, una sua figlia spirituale, la terziaria suor Giulia De Marco, e l’avvocato Giuseppe De Vicariis, stavano revocando delle pesantissime ‘eresie’ sessuali, le quali furono diffuse proprio dai tre a Napoli per parecchi anni. Ma ora è doveroso fare un salto indietro per comprendere fin dove si spinse suor Giulia De Marco. Solo dopo potrò svelare l’esito del processo in modo da non valutare, con un affrettato pregiudizio, troppo severe le sentenze dei giudici romani.

Il gruppo era stato già condannato nel 1609 per simulazione di santità, ma solo nel 1614, durante il secondo procedimento, si decisero a confessare le trasgressioni più gravi e i loro molteplici complici. L’accusa era quella di aver fondato a Napoli una Congregazione dedita ad attività sessuali di ogni tipo. La giustificazione? Le loro gesta erano compiute e praticate sotto il segno/pretesto della santità. Ma, col dispiacere di molti, le deposizioni di quell’autunno 1614 rivelano quanto poco santa sia stata suor Giulia De Marco:

A lumi spenti, dopo una breve orazione in lode della ‘Carità carnale’, recitata da suor Giulia, i devoti erano invitati dalla donna a congiungersi liberamente. Essi erano convinti di non commettere peccati, ma atti meritori che li univano a Dio, grazie a un dono del Signore che la terziaria trasmetteva loro: quello di vivere qualsiasi esperienza sessuale senza perdere la castità. Da Dio era venuto a suor Giulia anche il potere di indovinare i più riposti peccati degli altri. I tre leader avevano ammesso che la loro era una truffa ben organizzata, in cui padre Aniello e suor Giulia avevano avuto un ruolo determinante. Illuminazioni divine non ce n’erano: la presunta santa conosceva i più occulti segreti del cuore di ciascuno solo grazie alle informazioni che il religioso raccoglieva nel corso delle confessioni e le comunicava quotidianamente.

Una vera e propria truffa! Ma c’è qualcosa di molto atipico, in un certo senso folcloristico, che emerge da questo singolare processo: il Sant’Ufficio romano dovette fare i conti con il credito di cui godevano i tre leader. La fama di santità di suor Giulia De Marco era diffusissima in quanto travalicava i confini di Napoli coinvolgendo il viceré, i suoi ministri, il meglio dell’aristocrazia e della nobiltà napoletana, religiosi, prelati e cardinali. Anzi, lo scandalo non fece che aumentare la popolarità della Madre del popolino. Ed è per questo motivo che si scelse inizialmente una soluzione piuttosto morbida. Padre Arciero è convocato a Roma dai superiori del suo Ordine, e non incarcerato; vista la sua popolarità per suor Giulia De Marco non si va oltre la reclusione in un monastero napoletano: questo il compresso che, nel febbraio 1608, fu architettato dai cardinali romani e l’Inquisizione napoletana. Ma alla fine gli inquisitori generali nel 1609 decretarono per misure adeguate a quei reati, l’obiettivo dei giudici pare fosse quello d’impedire che il legame tra la suora e il prete si riannodasse: “esilio dal Regno, confinamento in un monastero romano, sospensione dalla confessione e divieto di accedere a cariche di governo nel suo Ordine” per Arciero; “relegazione in un monastero di Cerreto Sannita la drastica soluzione per la donna”; l’avvocato se la cavò con un obbligo di adempire a penitenze salutari gravi.

Ma l’affetto dei napoletani per quella “santa”, la pressione “spagnola” e di alcuni religiosi partenopei, fece sì che qualcosa avvenisse, e difatti la giustizia allargò, antica abitudine, le proprie maglie:

Così a lui fu revocato abbastanza presto il divieto assoluto di confessare, mentre l’attivissima madre di suor Giulia, sostenuta con forza dagli Eletti della città di Napoli, vide accolte, sia pur faticosamente, le pressanti istanze di trasferimento della figlia, motivate dall’aria nociva di Cerreto. Fu così che nell’autunno del 1611 la presunta santa poté tornare nella metropoli dove aveva costruito la sua fama. Il resto lo fece il ministro del Sant’Ufficio del regno, quel vescovo di Nocera [legato da vincoli di parentela con l’avvocato] che ebbe un ruolo decisivo nel favorire la circolazione di rinnovati entusiasmi religiosi attorno alla donna … Fu anche grazie al suo lavoro di copertura che per due anni e mezzo le attività della Congregazione della Carità carnale poterono continuare indisturbate.

Il destino dei tre truffatori si decise a Napoli: la denuncia che segnalò le audaci pratiche del gruppo maturò tra i teatini napoletani (mossa imbastita da suor Orsola Benincasa, la “Santa viva”, per orgoglio e per invidia). Infine, nonostante le rimostranze del viceré, l’attivismo dei giudici ecclesiastici napoletani, l’affetto del popolo, il Papa e i cardinali del Sant’Ufficio inflissero la tanto attesa condanna. Era il luglio del 1615, stavolta si fece sul serio: agli eretici pentiti spettò l’abiura pubblica e il carcere perpetuo. Non ci furono grazie, suor Giulia De Marco e i suoi complici rimasero in carcere fino alla morte.

Con il rammarico di un gran numero di adepti che s’inginocchiavano con costanza tra le gambe della donna per ‘santificarsi’ in quanto essa aveva il dono di ridonare la purezza tramite il suo corpo, suor Giulia De Marco, dopo aver ammesso la truffa, le sue false estasi, e lo sfrenato piacere celato dietro quella Carità carnale, accusata di legami con il diavolo e idolatrata allo stesso modo, finì i suoi giorni nelle oscure prigioni di Castel Sant’Angelo.

Fonti: G. Romeo, Amori Proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione, Bari, Laterza, 2008.

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