Giancarlo Siani: ventiseienne, lavorava come giornalista precario per il quotidiano di Napoli Il Mattino, corrispondente da Torre Annunziata, centro ad alto tasso camorristico. Fu barbaramente ucciso la sera del 23 settembre 1985 al Vomero. Volle fare il giornalista giornalista, ma decise di farlo in un paese per giornalisti impiegati.

È dovere di un giornale stampare le notizie e scatenare l’inferno. (Wilbur Storey)

Il numero dei giornalisti assassinati nel mondo aumenta vertiginosamente ogni anno. Nel 2017 sono stati 65 i giornalisti che hanno perso la vita nel mondo nell’atto di svolgere il loro mestiere. A rilevarlo è l’ultimo rapporto di Reporters sans frontières (Rsf), rimarcando che i dati censiscono un lieve calo rispetto ai 79 dello scorso anno, una riduzione pari al18%. E in generale rispetto agli ultimi 14 anni. Rsf valuta comunque i dati come“allarmanti”, anche se la riduzione dei giornalisti uccisi è regolare dal 2012. L’organismo con sede a Parigi ci dice ancora di 326 giornalisti reclusi, 54 in ostaggio e 2 scomparsi. Tra i 65 giornalisti uccisi 55 sono uomini e 10 donne: 26 assassinati lavorando, vittime adiacenti di un contesto fatale, come bombardamenti e attentati; 39 uccisi, poiché finiti apertamente nel mirino per le loro scomode indagini su interessi politici, economici o mafiosi; la fetta dei giornalisti colpiti in modo deliberato è quella più sostanziosa (60%). La maglia nera del Paese più pericoloso resta alla Siria, con 12 giornalisti uccisi recensiti, davanti al Messico (11), Afghanistan (9), Iraq (8) e Filippine (4). Negli ultimi 15 anni i giornalisti uccisi sono stati 1035.

Ci sono paesi dove uccidere un giornalista è più facile che bere un bicchier d’acqua. Altri dove non lo è, eppure i giornalisti vengono uccisi egualmente … La verità è che sino a quando non ci si sta davvero in mezzo e diventa troppo tardi uscirne, il giornalista è troppo preso dalla storia che vuole raccontare (riprendere, fotografare) per pensare troppo alla sua morte … La differenza sta nel fatto che quasi sempre i giornalisti vanno dove gli altri scappano, è una delicata sfida con la sorte. Senza contare gli assassinati per motivi politici, ricercati, minacciati, eliminati perché testimoni scomodi. (Lorenzo Cremonesi)

Anche in Italia si ammazzano giornalisti, vittime di una “guerra” diversa e davvero originale; reporter uccisi da mafia e terrorismo, rei di aver adempito al loro dovere e diritto di informare e riferire in modo corretto i cittadini. Molti hanno salutato questo mondo nella convinzione che si sarebbe realizzato, un giorno, un futuro migliore, auspicando una piena e consapevole convivenza civile.

Tra loro, uno è nato a Napoli, freddato dalla criminalità organizzata a causa delle inchieste che stava conducendo, per le verità scomode che stava rivelando, il suo nome, Giancarlo Siani. Ventiseienne, lavorava come giornalista precario per il quotidiano di Napoli Il Mattino, per la precisione come corrispondente da Torre Annunziata, centro ad alto tasso camorristico. Il giovane Giancarlo fu barbaramente ucciso la sera del 23 settembre 1985, alle spalle di piazza Leonardo, al Vomero, quartiere dove nacque e crebbe. Appena fuori casa, mentre sostava sereno nella sua Citroën Mehari verde, gli spararono dieci colpi di pistola. Un giornalista che ha perso la vita perché volle fare il giornalista giornalista, ma decise di farlo in un paese per giornalisti impiegati. La prima è una categoria così ristretta, così povera, così “abusiva”, senza prospettiva di carriera, che non fa notizia, soprattutto oggi. La seconda, asservita al potere dominante, è il giornalismo carri eristico, quello dello scoop e del gossip, quello dell’esaltazione del mostro e della sua redenzione.

Nato il 19 settembre del 1959, condivise gli ideali dei movimenti studenteschi del 1977; dopo aver frequentato il liceo classico al Giambattista Vico di Napoli (dove oggi a lui è intitolata l’aula magna) ed essersi iscritto all’università, cominciò una collaborazione con alcuni periodici locali, rivelando sempre notevole interesse per le problematiche sociali del disagio e dell’emarginazione, riconoscendo in quella fascia la maggiore fucina della manovalanza della criminalita’ organizzata, “la camorra”. Redasse i suoi primi lavori per Il Lavoro, mensile della cisl, e successivamente fu corrispondente da Torre Annunziata (e più precisamente dalla sede distaccata di Castellammare di Stabia) per il più celebre quotidiano napoletano. Scandagliò la realtà torrese senza tralasciare dettagli, specie quello criminale, anzi approfondito con inchieste sul contrabbando di sigarette e sull’espansione dell’impero economico del boss locale, Valentino Gionta. Un’esperienza che lo elesse a fulcro dei primi e prodi movimenti del nascente fronte anticamorra. Leader di iniziative, firmatario di manifesti d’ impegno civile e democratico, Siani divenne un simbolo a Torre Annunziata: seccante per chi veleggiava nelle acque torbide del crimine organizzato, d’incoraggiamento per chi possedeva una coscienza civile, ma non aveva avuto il coraggio per gridare. Lui, invece, gridò con i suoi articoli, pregni di umiltà, testimoni di verità disarmanti: aveva compreso come la camorra si fosse infiltrata nella vita politica, della quale riusciva a disciplinare ritmi risolutivi ed elezioni. Ed è così che venne inevitabilmente a conoscenza di fatti di camorra e camorristi, in particolare dei loro rapporti con i politici locali per l’attribuzione degli appalti pubblici per la ricostruzione delle aree devastate dal terremoto dell’Irpinia del 1980. Piuttosto curioso, come dovrebbe essere un vero giornalista, esaminava, ricercava, indagava, per poi addentrarsi nella notizia. L’articolo che sancì la sua condanna a morte fu pubblicato il 10 giugno del 1985:

10 giugno 1985 – “Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato. Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell’area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l’altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro. Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare».

Scrisse che l’arresto del boss Valentino Gionta era stato reso possibile da una “soffiata” che esponenti del clan Nuvoletta (alleati degli Gionta) fecero ai Carabinieri, accendendo in tal modo i rancori del clan affiliato alla mafia. Come molti nell’area, Gionta ebbe come prima occupazione quella del pescivendolo, per poi avviarsi al business sempre più esteso di contrabbando di sigarette e di droga. Il giovane cronista napoletano con il suo vigore, con la tenacia della sua attività giornalistica, denunciava la malefatte di tre clan camorristici e dei politici loro alleati, proprio nel momento in cui piovevano in Campania i miliardi per le zone colpite dal terribile sisma. Siani, personaggio estremamente scomodo ai più, fu abbandonato al suo destino. Tre mesi dopo quell’articolo, Siani, che nel mentre era stato trasferito alla sede centrale di Napoli, in sostituzione di un collega, fu crudelmente ucciso da due uomini con dieci colpi alla testa, nella sua auto e vicino casa, nei pressi di Piazza Immacolata a Napoli.

Come si concluse la vicenda? Dodici anni più tardi e in seguito alle confessioni di diversi pentiti, il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della Corte di Assise di Napoli condannò all’ergastolo Valentino Gionta, Angelo e Lorenzo Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio, Ciro Cappuccio e Armando Del Core quali esecutori materiali. Pene poi confermate dalla Cassazione, tranne che per Gionta, assolto per non aver commesso il reato. Ma la vicenda, purtroppo, presenta ancora angoli oscuri, porte sigillate,colori piuttosto grigi.

Sono molte le zone d’ombra del delitto Siani. Il giornalista raccontò gli affari della camorra in un ambiente difficile, stretto tra censure, minacce e disinteresse. Giancarlo Siani ricostruisce le trame del potere camorristico, le alleanze politiche e affaristiche …
Il mistero italiano di Giancarlo Siani si imbatte ancora oggi contro un muro di gomma, contro il quale nulla hanno potuto le indagini giudiziarie, che hanno sconfitto i camorristi, ma non i loro legami con la politica.
(http://www.giancarlosiani.it/notizia.html)

Dall’inchiesta sull’assassinio presero il via diverse altre indagini sulle relazioni tra politica e camorra le quali si conclusero con gli arresti di imprenditori, amministratori locali, funzionari comunali e dell’ex sindaco socialista di Torre Annunziata, Domenico Bertone. Inoltre, alcuni anni dopo, il comune di Torre Annunziata fu sciolto per infiltrazioni mafiose.

Alla vicenda di Giancarlo Siani sono stati dedicati un cortometraggio di Gianfranco De Rosa, Mehari, e due film: E io ti seguo di Maurizio Fiume e Fortapàsc di Marco Risi. Al giovane giornalista sono state intitolate scuole e strade (“Rampe Giancarlo Siani”, già Rampe Conte della Cerra, Via Suarez, adiacenze Piazza Immacolata, a pochi passi dall’abitazione di Giancarlo e dal luogo in cui venne barbaramente ucciso), in suo nome sono stati istituiti premi giornalistici. Il ricordo è il solo risarcimento possibile, queste le parole del fratello Paolo.

A

Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano, Giuseppe Impastato, Carmine Pecorelli, Carlo Casalegno, Walter Tobagi, Almerigo Grilz, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Marcello Palmisano, Marco Luchetta, Alessandro Ota, Dario D’Angelo, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Julio Fuentes, Harry Burton, Aziz Ullah Haidari, Enzo Boldoni, Vittorio Arrigoni, Andrea Rocchelli, Simone Camilli,

a loro, giornalisti giornalisti, testimoni di verità.

La democrazia è il potere di un popolo informato. (Alexis de Tocqueville)

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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