Specus Martyrum: antico cimitero paleocristiano di Abellinum, è considerato uno dei più importanti luoghi di culto della chiesa irpina

Dalla chiesa di Sant’ Ippolisto di Atripalda è possibile accedere, tramite due scale, allo Specus Martyrum, antico cimitero paleocristiano di Abellinum: secondo il leggendario di Ruggiero, Vescovo di Avellino del 1200, infatti, il corpo di Sant’Ippolisto, martirizzato durante le persecuzione di Diocleziano, fu seppellito dalle matrone Massimilla e Lucrezia in un luogo sotterraneo, nell’area della necropoli pagana dell’antica Abellinum.

L’area divenne un vero e proprio luogo di culto: un’iscrizione posta sul sepolcro di San Sabino, databile al VI secolo, testimonia la presenza di una cripta, un logo appartato per la sepoltura e il culto dei primi cristiani morti per la fede. Tale sarcofago, in pietra calcarea, è di origine pagana, e la faccia anteriore (ora non più visibile perché divenuta posteriore) portava scolpite a bassorilievo scene di vita del defunto, mentre ai lati due grifoni alati.

Sullo Specus venne eretta la prima Basilica, già documentata in un atto del 1098, che andava ad occupare la parte sottostante l’aula della chiesa. Nel 1588 cominciarono invece i lavori di ampliamento dell’edificio, in concomitanza della ricognizione del corpo di San Sabino. Questa, per gli Atripaldesi, è una data molto importante perché durante la ricognizione delle ossa del Santo, aperto il sarcofago, fu ritrovato l’intero corpo, ricoperto da un liquido: questo fu applicato al piede di uno storpio, Sabino Farese, che guarì immediatamente. Da allora, durante la festa del 9 febbraio, la Santa Manna viene distribuita a tutti i fedeli.

Al Principe di Avellino Camillo Caracciolo Rossi si deve la radicale trasformazione della cripta: nel 1629, infatti, fu aggiunta la seconda scala di accesso e si dotò l’ ipogeo di un apparato decorativo di stucchi con volte a crociera, rette da pilastri ai cui angoli furono apposte colonne tortili binate, probabilmente provenienti dal ciborio di Sant’ Ippolisto.

Nel ‘700 l’area viene estesa sul lato sinistro, e fu costruito

“vago cappellone con magnifica cupula adorna di varie pitture”

(Barberio, 1780): la Cappella del Tesoro, in cui sono presenti dodici nicchie atte ad ospitare i busti-reliquari in rame e argento dei santi più venerati. Si tratta di una costruzione di forma circolare, sormontata da una cupola ellittica raccordata al tamburo mediante compositi ornati in stucco: un cornicione, quattro lunette e quattro vele affrescate, secondo il gusto dell’epoca. Il tamburo della cupola, illuminato da due finestre rettangolari, racchiude due riquadrature dipinte.

La cappella venne affrescata da Michele Ricciardi, artista che sicuramente doveva conoscere le opere di pittori come il Solimena e ed il Guarini. L’apparato pittorico della Cappella è quindi così costituito:

  • “Incoronazione della Vergine”, cupolina;
  • “Virtù teologali”, pennachi;
  • “Martirio di Sant’Ippolisto”, “Ricognizione del corpo di San Sabino”, tamburo;
  • “Virtù cardinali e altre raffigurazioni inerenti al sito”, lunette.

Proseguendo la visita all’interno della cripta, una piccola porticina porta ad un ambiente in cui vi sono gli “scolatoi”, sedili su cui venivano posti i martiri cristiani prima della sepoltura. Su questa porticina, l’ultimo tesoro che la cripta conserva, l’affresco del Cristo Pantocratore, databile al XIV secolo, e che rappresenta il Cristo assiso e benedicente, all’interno di una mandorla sorretta da due angeli.

 

Ilaria Limongiello nasce ad Avellino nel 1988, ma trascorre i primi anni della sua vita in Friuli-Venezia Giulia, nella città di Trieste. Tornata nella sua terra, l’Irpinia, intraprende la sua carriera scolastica, diplomandosi, con ottimi risultati. Attualmente sta per concludere il suo percorso universitario, presso la facoltà di Ingegneria Edile-Architettura dell’Università degli Studi di Salerno. Da tre è volontaria FAI (Fondo Ambiente Italiano) e con la sua Delegazione ha collaborato in prima persona alla realizzazione di svariati eventi.
La fotografia è la sua più grande passione, nata in giovane età e trasmessale dalla madre. E’ una passione che coltiva ormai da tempo, da autodidatta, partecipando a concorsi e sfruttando ogni occasione per indagare il mondo con il suo obiettivo. Ha avuto la possibilità di calcare grandi palchi della musica nazionale ed internazionale, come Umbria Jazz, il Pozzuoli Jazz Festival o il Festival dei Due Mondi di Spoleto, come fotografa di alcuni gruppi musicali campani.
Obiettivi per il futuro? Lavorare NELLA sua terra, PER la sua terra.

Commenta