La storia di cinque anni che hanno segnato l’esistenza e la psiche della nostra specie. Abbiamo già vinto una volta e senza mezzi, restate a casa.

Vi racconto una storia, forse nota, forse no.

1347-1352: cinque anni che hanno segnato un’epoca. Un batterio trasmesso dalle pulci dei topi si diffuse nel Vecchio Continente, solcando le rotte commerciali via mare e via terra, portandosi via con sé circa la metà della popolazione europea, parliamo di almeno di 20 milioni di vittime.

Le origini della morte nera giunta in Europa nel XIV secolo (e andata avanti ad ondate fino al XVIII secolo), non sono ancora del tutto chiare. L’ipotesi largamente accettata è che il batterio Yersinia pestis sia giunto nel vecchio continente insieme ad alcune navi provenienti dal Mar Nero e attraccate nei porti italiani, come in quello di Genova. Si racconta che siano stati i soldati mongoli insediati a Caffa, in Crimea, a trasmettere il batterio ai mercanti genovesi stanziati in città, gli stessi che poi, al loro rientro in patria, propagarono la malattia, essenzialmente, per due ragioni:

  • Essi stessi erano contagiati e quindi diffusori di contagio;
  • Fra le mercanzie si celavano quei topi con le pulci causa delle infezioni.

La rotta marittima divenne una efficace e rapida rotta infettiva.

Tuttavia, già allora si vociferava da tempo di una Grande Pestilenza lungo le rotte commerciali del Vicino ed Estremo Oriente. Negli anni Quaranta del xiv secolo la peste avrebbe già lambito parti di Cina, India, Persia, Siria ed Egitto, e quando si affacciò sull’Europa colse i suoi abitanti del tutto impreparati.

Per lo studio sulle origini del batterio vi rimando qui.

Ma nascono […] certe enfiature, delle quali alcune crescono come una comunal mela, altre come un ovo. (G. Boccaccio, Decameron)

Un fumo nero. Raggiunta una grande città, si diffondeva immediatamente a villaggi confinanti e, percorrendo gli itinerari commerciali, a città e regioni più lontane: in Europa, salvo forse la Finlandia, nessuno ebbe scampo. La malattia si espandeva «come un fumo nero, un’epidemia che miete giovani vite, un fantasma che non prova pietà per il volto dei giusti».

Dapprima in Sicilia nell’autunno del 1347, poi Genova, Marsiglia. Ancora verso Nord, attraverso la valle del Rodano (Avignone e Lione), verso Est, seguendo il corso della Garonna, verso Tolosa e Bordeaux. Poi via, verso la penisola iberica, da Barcellona fino a La Coruña e a Santiago, sì, il Cammino e i pellegrini furono via e mezzi di contagio.
Via mare la piaga giunse oltremanica, mentre a Parigi risalendo il corso della Senna. Due anni più tardi nuovi focolai apparvero in Scandinavia, nel nord della Germania e nell’Europa orientale: il batterio riuscì in un’impresa da molti ambita, giungere a Mosca. Le cifre sono catastrofiche: l’Europa passò dall’avere 80 milioni di abitanti a contarne solo 30 milioni in un solo lustro.

Quella della peste nera fu una terribile pandemia, ovvero l’esplosione di una malattia a larga scala, non limitata a un solo luogo (epidemia), ma diffusa in più paesi e continenti. Infatti bastarono pochi mesi affinché il male si diffondesse con impressionante rapidità dall’Asia all’Europa. Non fu la prima, dall’Egitto nel 540 d. C. prese il via un’ondata virulenta che si propagò in Oriente e Occidente letale per il 50/70 % della popolazione nel corso di due generazioni.
Gli uomini perivano evidenziando i medesimi sintomi: tremori, febbre, vomito, diarrea, emorragie e dei terrificanti gonfiori violacei (“bubboni”). Nessuna medicina o medico riuscì a porvi rimedio, perché l’aria e la terra stessa sembravano corrotte, nessuno era immune. Il bacillo imputato, Yersivia pestis, si sviluppa nelle pulci che pungendo i topi (o anche scoiattoli) ne provocano la morte. Con il calo della popolazione  dei roditori, le pulci infette si trasferiscono sull’uomo. Temperatura, alto asso di umidità, sporcizia e assenza di luce solare intensificarono la riproduzione del bacillo, rendendone più rapida la diffusione. Le forme di peste che hanno colpito l’uomo sono tre: bubbonica, polmonare e setticemica. Nella seconda pandemia ci toccarono tutte.

La peste rappresentò un terribile trauma per la società del tempo. Incapaci di dare una spiegazione naturale all’insorgere del morbo, i contemporanei attinsero al loro universo mentale di miti e conoscenze:

  • Ira divina, castigo per i peccati dell’uomo;
  • Attacco del demonio;
  • Ebrei e lebbrosi come untori.

Ma come spiegare la diffusione e l’andamento ciclico della malattia?

La principale ragione della diffusione di questo male fu, come detto, il girovagare lungo le rotte commerciali del topo nero. Ma non mancano ulteriori ipotesi avanzate da scienziati ed esperti in materia. Come ad esempio la stretta relazione fra variazioni climatiche (abbassamento della temperatura e aumento dell’umidità) ed esplosione epidemica. E ancora, l’analisi biologica del morbo potrebbe svelare dettagli di sicuro interesse: per un agente patogeno che scompare o vede diminuire la sua virulenza, ve ne sarà sempre un altro pronto a intraprendere il percorso inverso. Le malattie, dunque, avrebbero andamento ciclico e la maggiore o minore mortalità per gli uomini dipenderebbe da fattori esclusivamente occasionali: virulenza della malattia, stato di resistenza delle popolazioni, condizioni ambientali. Fondamentale, in questa seconda tragica pandemia, l’ampiezza dei contatti e degli scambi del periodo e un livello demografico tale da consentire una rapida e compatta diffusione del contagio.

L’Europa vinse questa battaglia, l’Italia vinse la sua battaglia, se ne vinsero altre, e noi a Napoli e dintorni ne dovremmo sapere qualcosa (penso alla peste del 1656 e al colera del 1973). Senza troppi mezzi a disposizione, senza troppe e adeguate competenze mediche, senza troppi medici e virologi, senza strutture sanitarie in grado di fronteggiare l’emergenza, senza alcuna tecnologia, organizzazione, comfort, senza la presenza di un vero e proprio Stato, senza autorità competenti che dicessero cosa fare o non fare, senza comunicazione, senza, senza, senza, etc. Insomma, i senza erano tanti, forse troppi. Certo, altri mondi, altri tempi, altre storie, altre malattie. Ma a distanza di secoli una piccola lezione potremmo ancora trarla.

Restate a casa, andrà tutto bene.

Un pensiero riguardo “Una storia dall’anno 1347

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