La  storia di Baia, meta termale e balneare di aristocratici, letterati e imperatori. Un gioiello da riscoprire

Per Baia è stata coniata questa definizione, essa sarebbe stata la Costa Azzurra dell’Antichità. Baia fu la stazione balneare più ricca e moderna di tutto l’antico impero romano, teatro di memorabili eventi e misfatti. Oggi è una piccola cittadina (frazione di Bacoli, comune in provincia di Napoli situato nell’area dei Campi Flegrei), che coniuga perfettamente antico e moderno, un borgo marinaro, una località balneare e un centro archeologico di grande importanza, situata in una pittoresca posizione in fondo all’insenatura omonima, chiusa a Nord dalla Punta dell’Epitaffio e a Sud da un piccolo promontorio coronato dall’imponente Castello Aragonose. Imponenti e ricche di fascino sono le rovine dell’epoca romana, testimonianza dell’antico splendore, quando fu la maggiore stazione termale d’Italia e uno dei più lussuosi centri di villeggiatura.

In mezzo dell’antiche Cume e di Pozzuolo son le dilettevoli Baiae, sopra li mari nei liti, del sito delle quali più bello né piacevole ne cuopre alcuno cielo. (Giovanni Boccaccio, L’Elegia di Madonna Fiammetta, V)

Secondo la leggenda prese nome da Baios, compagno di Ulisse, nonché suo nocchiero, qui sepolto e onorato. Mai pensata come una città, ma piuttosto come un vicus caratterizzato da splendide villae maritimae, ideate non soltanto all’insegna del luxus, ma anche non trascurando un possibile fructus. Ogni villa ebbe delle grandi peschiere, che ne completarono il fascino probabilmente con un occhio rivolto alla produzione. La sua celebrità si deve alle sorgenti termali:

La fortuna dell’antica Baia, dove il sole «più splendente e l’aria salubre e il clima mite rendono la natura più seducente» (Cassiodoro), si dovette però, soprattutto, alle prodigiose acque termali che sgorgavano copiose dalle pendici delle dolci colline, sui lidi e dentro il mare. Secondo Livio, già nel 178 a. C., il console Gneo Cornelio si sarebbe recato alle acque Cumanae per curare la sua artrite.

Baia andò popolandosi, fino agli ultimi giorni della Repubblica, di sontuose ville dei nobili e dei ricchi romani, divenendo, come detto, la meta climatica e balneare prediletta e il più noto centro termale allora conosciuto.

Nessun golfo al mondo risplende più dell’amena Baia … (Orazio)

Le ville, sempre più sontuose, sin dai tempi della guerra sociale (I secolo a. C.), si moltiplicarono dando luogo ad una sorta di boom edilizio. Le costruzioni, pubbliche o private che fossero, godevano di impareggiabili panorami, sempre situate in posizione scenografica sul lido baiano, che divenne il più grande centro termale dell’Italia antica. Dagli ultimi anni della Repubblica fino al tutto il IV secolo d. C. non ci fu romano che contasse, aristocratico, letterato o imperatore, che non possedette una villa in regione baiana.

A Baia sorsero le ville di Licinio Crasso e Caio Mario, Cesare e Pompeo, Varrone, Cicerone e Ortensio. In seguito alla Guerra Civile, tra Ottaviano e Antonio, divenne essenzialmente residenza imperiale e le ville private entrarono a far parte del demanio dei Cesari. Augusto una volta ereditata la villa di Baia, vi potrebbe aver costituito il primo nucleo del palazzo imperiale. Da quel momento ogni imperatore impresse il suo segno sul lido mondano e raffinato di Baia. Claudio, ad esempio, dal palazzo baiano emanò un editto che concesse agli Anuani la cittadinanza romana (46 d. C.); Nerone poco distante da qui non vacillò nel consumare il suo efferato matricidio; per Adriano fu luogo estremo: nella villa dei Cesari vi trovò la morte il 17 luglio del 138 d. C.; Alessandro Severo (222-235 d. C.) qui volle una residenza con nuove strutture termali e un lago artificiale dedicato alla madre Mamea, probabilmente l’edificio raffigurato con il nome di palatium sulle fiaschette vitree di Pozzuoli (III-IV secolo d. C.).

Non stupisce allora se il fasto e l’attrattiva della vita baiana divennero un topos letterario. Properzio la maledisse, Ovidio la descrisse come un luogo assai frequentato da cacciatori di donne. Per Orazio fu il golfo più incantevole del mondo; le sue magnificenze furono celebrate da Stazio e Marziale, al quale la fantasia descrittiva non mancava:

«A Baia una donna ne arriva come una Penelope e ne riparte come un’Elena».

Più tardi i fenomeni eruttivi e specie quelli bradisismici fecero scomparire gran parte del patrimonio monumentale di Baia. Ma la terapeutica termale durò per tutto il Medioevo  fino all’età moderna. L’attenzione concessa dagli umanisti le restituirà il suo fascino offuscato durante le invasioni barbariche. L’eco della sua storia antica, il fascino di tanta cultura classica lasceranno senza fiato le menti di tutti gli umanisti partenopei e non, basti pensare al Petrarca ed al Boccaccio. I re aragonesi Alfonso e Ferrante ne riscoprirono le suggestioni passate e le meraviglie ancor presenti, mentre l’umanista Giovanni Pontano, negli Hendecasyllabi seu Baiae, invitò il suo amico Pietro Gravina

«a Baia e ai dolci recessi dove vivono le stesse Veneri e quel piacere che regge l’animo degli uomini. Qui regnano il vino, le danze, i giochi, regnano le Grazie e gli scherzi, questi luoghi abita Amore, questi Cupido».

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo 'Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento'. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all'anima candida di questa terra.

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