A 330 anni dalla sua nascita, ricordiamo un grande della filosofia napoletana: Giambattista Vico

«In questa cameretta nacque il XXIII giugno MDCLXVIII Giambattista Vico. Qui dimorò fino a diciassette anni e nella sottostante bottega di libraio, gestita dal padre, Antonio, usava passare le notti nello studio».

Così recita una targa al civico 31 là, lungo la vecchia strada di San Biagio dei Librai.
Giambattista Vico sin da bambino non seguì un corso di studi regolari, causa frattura al cranio. Frequentò l’istituto gesuitico del Gesù Vecchio, ma dopo alcuni mesi, non entusiasmato dagli insegnamenti di padre Giuseppe Ricci da Lecce, preferì proseguire i suoi studi umanistici e filosofici da autodidatta, nella bottega paterna e seguendo esclusivamente l’infallibile istinto del sapere. In seguito praticò prima lo studio privato del canonico Francesco Verde, eminente studioso di diritto, poi lo studio del rinomato avvocato Fabrizio del Vecchio, sotto la cui guida sostenne, con successo, innanzi al Sacro Collegio, una causa in difesa del padre.

Giambattista Vico

Le sue infelici condizioni economiche lo obbligarono a trovarsi un impiego: fu il vescovo d’Ischia, monsignor Geronimo Rocca ad offrirgli l’occasione giusta. Dal 1689 al 1695 è impegnato a Vatolla nel Cilento, dove veste i panni del precettore dei figli di Domenico, marchese di Rocca e fratello proprio del vescovo. Per gli studi vichiani sono anni davvero importanti, poiché nella biblioteca del castello locale ‘incontra’ Platone e Tacito, Valla e Ficino, Botero e Bodin. L’aria buona del ridente paesino cilentano giovò senz’altro alla sua salute piuttosto precaria: la tubercolosi che lo affliggeva da tempo, pareva sopita ed ebbe la possibilità, nel tempo libero, di approfondire gli studi di filosofia. Al termine della sua missione educativa, rientrò a Napoli, dove ventisettenne, divideva le sue giornate tra lo studio e l’insegnamento. Si recava presso le famiglie aristocratiche impartendo lectio di grammatica e di retorica ai piccoli patrizi. È a questo periodo che risale la cura della formazione dei principi Filomarino.

Il 1699 fu un anno cruciale per la sua storia. Sposò l’analfabeta Caterina Destito, che diede alla luce cinque figli, ovvero Luisa, Ignazio, Angela Teresa, Gennaro e Filippo. Nello stesso anno ottenne un incarico presso l’Università di Napoli, gli fu conferita la cattedra di retorica, che gli venne retribuita con uno stipendio annuo di soli cento ducati. Frutto di questo periodo e dei suoi magisteri universitari furono le Orazioni Inaugurali, la cui più nota De nostri temporis studio rum ratione, venne poi pubblicata nel 1709.

Così Croce:

Rimase tagliato fuori dal movimento mentale e pratico del suo secolo e del suo paese.

Il suo genio non riuscì ad imporsi, le sue teorie non vennero prese in essere dai filosofi a lui coevi, si era ancora troppo legati all’intellettualismo cartesiano, da lui ampliamente criticato. Il suo nuovo metodo di ricerca della verità, verum et factum convertuntur, sarà compreso solo più tardi dalle generazioni future. In più la sua malferma salute e le perenni ristrettezze economiche, non facevano che aumentare i suoi tormenti e le sue sofferenze. Ma, intanto, nel 1710 riuscì a pubblicare il De antiquissima italo rum sapientia.

Nel 1723 fu bandito un concorso per una cattedra di diritto romano presso il suo Ateneo, qualora avesse vinto lo stipendio sarebbe stato sei volte maggiore rispetto al precedente. Ma l’ormai certo posto da ordinario gli fu soffiato da Domenico Gentile, noto plagiaro: una altro enorme dispiacere dilaniò la sua vita.

Due anni più tardi, nel 1725, un’altra avversità dové colpirlo fortemente: il cardinale Lorenzo Corsini, il futuro papa Clemente XII, dopo aver gradito la dedica della sua opera cult, Principi di una scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni, gli garantì di pubblicarla a sue spese. Ma tra la promessa e i fatti, ecco che gli fece sapere che «spese più urgenti gli impedivano di rendergli il servigio sperato».

Dopo esser divenuto storiografo regio un anno prima, il colpo decisivo gli fu assestato dalla prematura morte del figlio Ignazio nel 1736, all’età di trent’anni. Ignazio, la pecora nera della famiglia, aveva contribuito con svariati dispiaceri ai malesseri del padre. Aveva sposato, in assenza dei genitori, Caterina Tomaselli, una donna dai facili costumi. Dopo aver vissuto in una stamberga, nella più assoluta miseria, nacque una bambina, Candida. Vico, per amor della creatura, accolse la famiglia nella sua dimora. Fu l’inferno. I litigi tra suocera e nuora furono sempre più aspri e violenti, peggiorando dopo la morte di Ignazio. Cacciata di casa, Caterina trascinò la famiglia del marito in una vertenza giudiziaria senza fine.

Giambattista Vico , debilitato da tanta sofferenza, dai malessere e dalla sua età, lasciò la cattedra e si chiuse in se stesso e nella sua ipocondria. Si spense all’età di 75 anni, era il 23 gennaio 1744.

Le sue spoglie riposano nella chiesa dei Girolamini. Una tardiva lapide indica che in quella chiesa furono deposti i suoi resti mortali, mentre il suo corpo si trova nella fossa comune nei sotterranei del tempio.

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

Commenta