Fenomeno affascinante della storia italiana, il brigantaggio in Campania ha avuto una vita molto lunga e intensa, pregna di battaglie.

Il brigantaggio in campania, ma più in generale, è un fenomeno dalle origini molto antiche. In Italia nacquero forme di brigantaggio già nell’Antica Roma, proseguite poi all’epoca dell’Impero, fino a quella della Repubblica.

Osservando la storia italiana da tre secoli a questa parte, è bene specificare che il brigantaggio nacque ben prima della formazione della Repubblica Napoletana nel 1799. Ma il brigantaggio più conosciuto è senza alcuna ombra di dubbio quello dell’Italia postunitaria.
Nel Mezzogiorno italiano, il fenomeno scoppiò in Basilicata per poi estendersi nelle altre regioni del Meridione.

Nacque per ragioni politiche. In particolare, i sanfedisti, combattenti antinapoleonici, operarono per tentare di restaurare il Regno di Napoli, sottomesso ormai alla Francia e divenuto Repubblica Napoletana. Ciononostante, anche con il trattato di Casalanza del 1815, secondo il quale il Regno di Napoli sarebbe tornato a Ferdinando IV, il brigantaggio continuò a persistere.

Ma chi erano i briganti? Orde di contadini, di ex-militari ancora fedeli ai borbonici, e proprietari terrieri, che erano intenzionati a rivendicare una terra che sentivano essere stata sottratta prima dai francesi, poi dai piemontesi.

Le guerre dei briganti si svolsero, principalmente, tra il 1861 e il 1865, causando scontri violenti. Le bande di briganti agivano colpendo i soldati, le forze di polizia e i sostenitori del nuovo stato italiano. Poiché la situazione era diventata più grave del previsto, il governo stabilì di inviare corpi di spedizione militare comandati dai generali Cialdini e La Marmora, ed emanò la famosa legge Pica, nel 1863. Secondo quest’ultima il brigantaggio venne riconosciuto ufficialmente come reato perseguibile, e tutti i briganti dovevano essere giudicati secondo la legge dei tribunali.

Uno dei casi più eclatanti della guerriglia tra il brigantaggio meridionale e lo stato italiano è il massacro di Pontelandolfo e Casalduni.

Poco dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, uno dei briganti della brigata “Fra Diavolo”, issò la bandiera borbonica, proclamando un governo provvisorio, a Pontelandolfo. Costui era Cosimo Giordano, un uomo della provincia di Benevento, che partecipò all’uccisione di molti militari, Guardie Nazionali, e carabinieri trovatisi nel paese di Pontelandolfo. Per poter debellare i briganti, il generale Cialdini inviò delle truppe comandate dal colonnello Negri, che amministrava l’ordine pubblico nel comune di Pontelandolfo, e al maggiore Melegari, comandante a Casalduni.

Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora.

Queste sono le parole del colonnello Negri dopo il massacro nei suddetti, in cui morirono molti civili, e non solo i briganti.

Spostando l’attenzione sui personaggi del brigantaggio, tra le figure campane più conosciute dei briganti, risaltano: Angelo Duca, Luigi Auricchio, Antonio Cozzolino.

Angelo Duca è il brigante più “antico” fra questi citati. Nato a San Gregorio Magno nel 1734, fu un contadino, che divenne brigante in seguito alla difesa del proprio nipote contro le ire di un guardiano. Definito “un Robin Hood moderno” dagli storici Benedetto Croce e da Eric Hobsbawm, Duca venne catturato a Melfi, ed impiccato a Salerno. Luigi Auricchio fu un brigante di Terzigno, considerato uno dei più feroci ed aggressivi. Compagno di Pilone, un importante brigante dell’epoca, i carabinieri lo descrissero come analfabeta, povero, celibe. Antonio Cozzolino (detto Pilone) diede vita a rivolte e scorribande principalmente nel vesuviano. Operò dal 1860 al 14 ottobre 1870, anno della sua morte. Fu tradito da uno dei suoi compagni e ucciso dalla polizia di Vittorio Emanuele II.

Molti storici hanno definito il brigantaggio il precursore dell’attuale camorra, della criminalità organizzata. Certamente è risultato ambiguo il modo di agire dei briganti, molti dei quali non furono realmente interessati ad un (seppur soggettivamente sbagliato o giusto che sia) ideale, ma veri criminali. Ne sono un esempio i fratelli Capozzoli, i quali, prima di aderire ai moti del Cilento (1828), commisero atti come omicidi, furti e danni ai mercanti. Così come i mafiosi e i camorristi, i quali erano già presenti all’epoca dei briganti, questi ultimi godevano di una certa protezione da parte dei contadini, talvolta per paura, altre per la speranza che essi potessero riportare davvero un briciolo di agiatezza nella miseria in cui il popolo riversava. Il fenomeno del brigantaggio è tuttora poco chiaro, e diverse sono le posizioni prese a riguardo. Ciononostante è una pagina della storia italiana, da sempre intensa e contraddittoria.

2 pensieri riguardo “Il fenomeno del brigantaggio in Campania nell’Italia postunitaria

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