Il Lago come elemento naturale e mitologico dei Campi Flegrei

Le acque tranquille di un Lago riflettono le bellezze che lo circondano; quando la mente è serena, la bellezza dell’io si riflette in essa. (Bsk Iyengar)

I Campi Flegrei, un’area geografica situata nel golfo di Pozzuoli, nella parte nord occidentale della città di Napoli e del suo golfo, celebre sin dall’antichità per la sua vigorosa attività vulcanica, un’ampia caldera in stato di quiescenza, come ben sappiamo ha tanto da raccontarci: in un diametro di 12–15 km, le cui estremità sono date dalla collina di Posillipo, dalla collina dei Camaldoli, dai rilievi settentrionali del cratere di Quarto, la collina di Sanseverino, l’acropoli di Cuma, e Monte di Procida, non solo numerosi crateri e piccoli edifici vulcanici (circa ventiquattro), alcuni dei quali presentano manifestazioni gassose effusive (area della Solfatara) o idrotermali (ad Agnano, Pozzuoli, Lucrino), nonché causa del fenomeno del bradisismo (molto riconoscibile per la sua entità nel passato nel cosiddetto Tempio di Serapide a Pozzuoli), non solo sono riconoscibili considerevoli depositi di origine vulcanica come il Tufo Grigio Campano (o Ignimbrite Campana) o il Tufo Giallo, ma nella zona sono presenti anche diverse e interessanti formazioni lacustri di origine vulcanica (Lago d’Averno, Lago Lucrino) e laghi costieri generatisi per sbarramento (Lago Fusaro, e Lago Miseno).

Lago Lucrino

Maricello, un piccolo mare, così è conosciuto questo lago: uno specchio d’acqua semisalmastro, il cui nome proviene da Lucrinum, cioè guadagno, accostato all’allevamento del pesce e delle ostriche abbondante e remunerativo, specie in epoca romana. La dolcezza dell’aria, la molle sinuosità delle sue sponde, un mare azzurro, i colli ondeggianti e ricchi di piante aromatiche e di fiori: una contrada che non può non essere considerata il soggiorno del piacere e del riposo.

È al Lago di Lucrino che va in scena un notissimo racconto di Plinio il Vecchio riguardante un delfino che, chissà come giuntovi, fu avvistato da un fanciullo, il quale gli diede da mangiare divenendone amico; ma un dì il bimbo morì, al ché anche il delfino, causa crepacuore, perì. Una leggenda metropolitana la cui tematica era pressoché diffusa in tutto il Mediterraneo, ma che lo scrittore latino rese caratterizzante del luogo.

Tempo fa il Lago di Lucrino appariva assai più grande di quanto non dimostri al giorno d’oggi, ridotto com’è ad un piccolo specchio d’acqua. L’estensione era notevole, tanto da occupare tutta l’insenatura che da Punta Epitaffio andava a quella di Caruso, giungendo quasi alla periferia di Puteoli, e separato dal mare solamente dalla via Herculea (IV secolo a. C.).

Questo nome è legato, naturalmente, al mito e al destino di Eracle: si dice che fu l’eroe, di transito dall’Occidente verso la Grecia, con i buoi sottratti al mostruoso Gerione, a creare l’istmo su cui poi sarebbe sorta la strada. La via fu spesso esposta ai marosi, dai quali venne poi protetta grazie alle imponenti strutture fatte ergere in occasione della costruzione del Portus Iulius da M. Vispanio Agrippa.

L’antica fortuna e la celebrità del Lucrino forse si devono al destino di un noto imprenditore romano, C. Sergio Orata, che, intorno al 90 a. C. impiantò nelle acque del Lago dei grandi vivai di pesci e di ostriche: un vero e proprio successo imprenditoriale, tanto da far associare tali guadagni al nome Lucrinum grazie alla parola lucrum, ovvero guadagno.

Non tutte le orate meritano lode e pregio, ma solo quelle che siano nutrite dall’ostrica del Lucrino

(Marziale)

Qui ebbe la sua villa più amata Cicerone, Academia o Cumanum. Col passare degli anni divenne sempre più meta privilegiata della nobiltà romana che, proprio come per Baia, volle farne sede degli otia, talvolta anche licenziosi. Pusilla Roma, piccola Roma: così questo luogo circondato da nobili residenze e sede della mondanità raffinata romana fu denominato dallo stesso Cicerone.

Lago d’Averno

L’origine è chiaramente vulcanica, l’Averno sorge all’interno di un cratere nato circa 4.000 anni fa in seguito, appunto, ad una violenta eruzione esplosiva: si tratta di un luogo mitologico, il cui nome deriva dal greco Aornos, ossia priva di uccelli, conseguenza dell’esalazione dei gas e anidride carbonica che ne rendevano impossibile la sopravvivenza. Sebbene oggi il respiro fatale dell’Averno è ormai spento e gli uccelli abbiano ripreso a volare, il Lago preserva un’atmosfera mitologica grazie alle sue acque scure e alla vegetazione che pare stringere lo specchio d’acqua in un grande abbraccio. Circondato da selve fittissime, oscuro e tenebroso per la sua natura, alimentò con le sue acque tetre mitiche leggende e credenze misteriose.

Identificato tradizionalmente come dimora dei Cimmeri, abitanti delle caverne che fuggivano dalla luce del sole, secondo Virgilio, “un antro irto di scogli, cupo, circondato da nero lago e tenebre boschi” (Virgilio, Eneide VI Libro), dove gli antichi vi videro la Sibilla e dove la leggenda pose un ingresso dell’inferno, dal quale Cristo discese per liberare le anime dei giusti.: il Lago d’Averno è nel complesso un luogo “stregato”, dove, per la presenza di antiche rovine, la natura si sposa con la cultura dando vita ad uno spettacolo davvero prodigioso. Celebri i siti da non perdere nei suoi dintorni: percorrendo la sua sponda orientale la grandiosa sala termale, conosciuta come Tempio di Apollo, e il Navale di Agrippa; proseguendo, alle spalle di una fitta vegetazione, l’ingresso della Grotta di Cocceio e la grotta nota come della Sibilla dove, si diceva, la sacerdotessa profetizzasse.

Le sue acque, che nessuno osava bere, erano necessarie per la stregoneria e per la fattucchiera Sagana, «orrida con gli aspri capelli», le cospargeva per la malefica pratica (Orazio, Epodi, 5). Lucrezio, epicureo scevro da superstizioni, così ne spiego la natura: «Il nome Averni provine dal fatto che sono funesti a tutti gli uccelli. Quando il volo li ha condotti sopra quei luoghi, dimentichi di battere l’aria,allentano le vele delle ali, cadono a precipizio a terra o nell’acqua […] Tale è un luogo vicino Cuma dove le montagne piene di zolfo esalano acri vapori che aumentano quelle calde sorgenti» (De Rerum Natura, VI).

Lago Miseno

Ha una estensione superiore ai 40 ettari e un perimetro di circa 2.800 m, mentre la profondità media è di 2,25 m e quella massima di 4 m. è separato dal mare da una barriera sabbiosa larga circa 200 metri ma è collegato con esso attraverso de foci: la prima ubicata in prossimità dell’abitato di Miliscola e la seconda localizzata nei pressi della baia di Miseno.

Oggi questo lago consente l’opportunità di praticare una serie di sport come la vela, la canoa e il canottaggio. Altra tradizionale attività è la circumnavigazione del suo perimetro tramite pittoresche barche a remi o divertenti pedalò, vere e proprie ore di relax all’aria aperta.

Grazie alla pista ciclabile inoltre si potranno intraprendere sia splendide passeggiate che piacevoli escursioni, vivendo così emozioni che solo il fascino di quest’ambiente lagunare sa donare.

È stato anche definito Mare Morto dato il suo secolare interramento. Si tratta di una laguna costiera, poco profonda, in collegamento col Porto di Miseno tramite una brevissima foce. Un altro minuto canale lo comunica cl mare aperto, attraverso la spiaggia di Miliscola. Occupa, proprio come il Porto di Miseno, un piccolo cratere. Nell’antichità fu identificato con la mitica Palude Stigia, sulla quale la barca di Caronte accoglieva le anime dei defunti. Insieme con la rada di Miseno fece parte, in epoca imperiale, dell’antico porto Misenum, che era formato da due bacini naturali: la parte lacustre era utilizzata come bacino di allestimento e riparazione delle navi, mentre la rada costituiva il porto vero e proprio.

Lago Fusaro

Ho veduto molte cose al mondo, ma nulla di più bello e soddisfacente per l’anima e i sensi. Non so se abbiate letto una traduzione dell’Eneide di Virgilio, in ogni caso procuratevela …

Da una lettera del principe di Metternich alla moglie, 30 aprile 1819

Un piccolo paradiso immerso nel verde, viottoli e sentieri, lo spettacolo di un lago mozzafiato, sul cui specchio d’acqua emerge, quasi come un fiore lacustre, la Casina Vanvitelliana: una tappa imprescindibile per gli amanti dell’arte e della natura. È il più grande tra i laghi flegrei, sito a ridosso del promontorio di Torregaveta, separato dalla costa da una sottile striscia di sabbia. Di origine vulcanica, il Fusaro fa parte di un unico complesso di crateri che formano una corona nel golfo di Pozzuoli. La sua natura vulcanica è ben espressa grazie all’esistenza di numerose acque termali, stufe naturali, mofete. Considerato fluttuante e procelloso, probabilmente per le sue onde spumose generatevi nei giorni di mal tempo, il lago vanta tre foci di cui la più antica è quella di Torregaveta, scavata dai romani nel tufo. La laguna salmastra dovuta alla presenza di acqua dolce, ha permesso per decenni la produzione di ostriche di alta qualità. Oggi, nonostante questa attività si sia estinta, prosegue la miticoltura e la piccola pesca effettuata con l’utilizzo di reti.

La Casina Vanvitelliana sorge su un isolotto poco distante dalla riva del Lago Fusaro: si tratta di una residenza di caccia realizzata da Carlo Vanvitelli nel 1782, sito di impareggiabile bellezza, luogo che ha ispirato poeti, artisti e musicisti. Un suggestivo complesso, che ha potuto godere di notevole popolarità non solamente come residenza dei reale dove i sovrani hanno ospitato personaggi illustri, ma anche come luogo di svago per le persone comuni. Possiamo ammirare altre strutture come il baraccone, ricovero per le barche e gli attrezzi da pesca; il cassone, un deposito per il pesce pronto da vendere; gli stalloni, edifici a pianta rettangolare posti sui due lati dell’ingresso del parco; l’Ostrichina, una villa sul lago, eretta nel 1825 dal re Ferdinando IV. Un grande giardino  ricco di piante esotiche e di aiuole che si affacciano sul lago, uno spazio fuori dal tempo dove la magia, la storia e la natura conducono in un viaggio tra sogno e realtà.

Per gli antichi il confine tra natura, benessere, relax e bella vita, e mistero, oscurità, mito e leggenda; per noi fruitori contemporanei un patrimonio artistico, culturale, storico – archeologico, e soprattutto naturalistico da tutelare e coltivare. Questa è la mia terra.

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

Un pensiero riguardo “Campi Flegrei, a ciascuno il suo Lago

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