Storia, descrizioni, tradizioni delle più note maschere storiche del Carnevale Napoletano (XVI-XIX sec.)

Dare sembianze umane al Carnevale sarebbe piuttosto problematico; chi lo vuole personaggio corpulento, segnato dalle eccessive abbuffate, chi lo rappresenta sotto le sembianze di una anziana signora dal corpo giovanile, dai seni prorompenti e con una gobba sulla quale è rannicchiato un piccolo Pulcinella. Parliamo di figure allegoriche che rievocano personaggi fantastici, osservati forse nel delirio di feste popolari e ripresentati in vesti d’epoche più recenti.

Pulcinella e la Vecchia del Carnevale

Meglio nota come la Vecchia ‘o Carnevale, è una maschera doppia, nel senso che il medesimo interpreta rappresenta Pulcinella e al tempo stesso la donna anziana che lo porta sulle spalle. In che modo? Sovrapponendo all’abito bianco una gonna lunga e applicando la testa e la parte superiore del busto di una donna anziana, fatte di paglia e stoppe insaccate, all’altezza dello stomaco, con braccia altrettanto false che mostrano di reggere le gambe spalancate, pure di paglia e stoppa, di Pulcinella, che si trova in questo modo ad inforcare la nuca della Vecchia.
La specificità di questa maschera sembra consistere nella figura del Pulcinella, che si mostra sempre gobbo (quindi, del tipo tradizionale e popolare) tenendo costantemente le braccia aperte, impegnato com’è a ballare e a suonare le castagnelle, ovvero le nacchere. Il tratto più evidente della Vecchia sta nel contrasto tra il viso grinzoso e deforme e il corpo giovanile (simbolo di rinascita) e provocante (segno di prosperità).
Presente nel folclore europeo, la Vecchia è figura somigliante ad altre vecchie di scena in questo periodo carnevalesco e nelle sue adiacenze (come la Befana, la Quaresima, la Vecchia del Grano), rappresentando tutte, in diversi modi, la natura appassita, l’anno trascorso, la vecchiaia, il passato dei singoli e del collettivo, la somma delle negatività dei tempi precedenti e, per altri versi, configurandosi come emblemi propiziatori, portando con sé i semi e i germogli della vita che verrà.
In quanto raffigurazione emblematica della negatività che ha segnato la vita della comunità, la Vecchia è infatti cavalcata e schiaffeggiata da Pulcinella, dove il cavalcare potrebbe rappresentare il trionfo di Pulcinella/Carnevale sulla Vecchia/Quaresima, mentre lo schiaffeggiare trasformerebbe la Vecchia in capro espiatorio. Ma quest’ultima è anche promessa di rinnovamento, così si sintonizza sui movimenti danzanti di Pulcinella, con quale sotto quest’aspetto si identifica.

Lo Spagnolo

Al XVII facciamo risalire un’altra maschera plebea, però scarsamente documentata, ovvero lo Spagnolo: vestito di mantelletta, cappello piumato e merletti a sbrendoli sulle scarpe. Dettagli che fanno ipotizzare si trattasse del Capitano spagnolo, eterno antagonista di Pulcinella.

Non a caso va in giro con un corteo di pulcinelli senza maschera, muniti di tamburelli; quando intorno si forma la folla, le maschere si dispongono in cerchio e lo Spagnolo balla una frenetica tarantella, tra applausi, grida e “canzonacce”. (Boutet, 1901)

Il Medico

Una maschera comune sia al Carnevale sia al mondo teatrale quella del Medico. A Napoli era anche nota il “ciarlatano del Molo”, e intorno alla metà de XIX secolo era interpretata da attori plebei. Vestiva “una giamberga di color verde carico lunga sino ai piedi, larga smisuratamente e piena di ritagli d’argento appiccati alla falde, alle maniche e al bavero, con calzoni corti; con parrucca di carta bianca e rossa, ovvero di stoppie onde partono due codini che vengon giù sino ai piedi; ed un occhiale grossissimo. Egli porta seco una tavola, due sedie ed una cassa che vuole indicare la cassetta per gli strumenti della professione” dalla quale, una volta salito sulla tavola, tira fuori “una tenaglia, un martello, un succhio o somigliante argomento”. (Cossovich, 1977)

Il ciarlatano del Molo esordisce acclamandosi pomposamente al pubblico, vantando la sua abilità, narrando di strani metodi di cura, accogliendo i malati. Una donna robusta e barbuta, dichiarata moribonda, chiede guarigione: il medico la visita e alla fine estrae un melone dal suo corpo. Un’altra paziente, ammalata di cuore, vede estrarsi una zucca dal petto. Un uomo soffre di stitichezza da due settimane: il medico gli tira fuori dal deretano una rapa mordendola. Finite le sue operazioni, il Medico si libera della folla da cui è circondato innaffiandola con una grossa canna da lavativo.

Il Cacciamole o Cavadenti

Questa maschera è molto affine a quella del Dottore, con la quale puntualmente vien confusa e con la quale conta alcuni elementi in comune. La figura del Cacciamole agli inizi del XX secolo era interpretata da un guizzante scugnizzo. Costui, nello svolgimento delle sue attività, indossava un vecchio e scolorito frac; portava sul capo un sozzo cappello a tre punte ed un paio di enormi lenti affumicate a cavallo sul naso. Messosi in groppa ad una carrozzella sfasciata e barcollante, egli sfoggiava, al pubblico in ascolto, uno spiritoso e interminabile panegirico che voleva essere una lezione intorno alla medicina ermetica, compiuta, naturalmente, con una dialettica gustosa ed umoristica, fiorita di bestialità. Conclusa la dissertazione si staccava dalla folla un secondo intraprendente scugnizzo, travestito da vecchio signore sdentato e cadente. Egli si lamentava ad alta voce, fingendo un tormento che gli dava menzognero il mal di denti.

Tosto il cacciamole entrava in azione. Adoperando le buone maniere, egli lo faceva accomodare in carrozzella; gli lisciava il mento; gli sussurrava parole di persuasione e d’incoraggiamento aprendogli, delicatamente, la bocca. L’effetto culminante della sua studiata scena derivava dall’uso di un parodistico lungo arnese a forma di tenaglia e di una morsa di legno. Al disgraziato veniva cavata addirittura un’intera mascella… di cartone, che suscitava l’ilarità generale tra gli astanti! (Maturanzo, 1956)

Pasqualotto o Pascalotto

Abitualmente si era maschera durante l’intero Carnevale e lo si restava in qualche modo anche per il resto dell’anno. Pasqualotto, una volta giunta al termine la festa rimaneva sempre Pascalotto, anche quando, dismessa la maschera, faceva il tamburraro, il castagnaio e il piattaro. Era lui ad inaugurare il Carnevale, in cui non si accompagnava mai ad altre maschere, ma era spesso cercato e seguito dagli scugnizzi, che lo prediligevano rispetto agli altri. Una maschera ermafrodita, più accentuatamente e dichiaratamente di Pulcinella: vestiva abiti da donna con un seno posticcio abbondante e il viso tinto di minio, che gli faceva il volto rosso pel fuoco di una fornace di vino che brugia nel suo seno (Lombardi, 1974). Munito di uno straordinario tamburello, eccolo a cantare, ballare e saltare per le strade e le piazze, spinto da animo e frenesia e dotato di strepitose capacità ginniche.

Don Nicola

Presenza fissa del Carnevale Napoletano dal XVII secolo. Sul suo capo il tricorno, il cappello a tre punte, decorato da un nastro nero con fiocchetti a ciascuna delle punte, che posa su di una parrucca di stoppa; indossa l’occhialino o gli occhiali tondi ricavati da una buccia d’arancia; la camicia conta il colletto a vela, smisuratamente grande e appuntito, di carta; veste ancora una giamberga arabescata, un panciotto fiorato, i pantaloni al ginocchio, a calice, secondo l’uso settecentesco, le scarpe a borchia. Quando passeggia si fa precedere da un servitore in divisa con l’ombrello e la sacca da viaggio. Si ferma dinanzi le botteghe, saluta i commercianti con lunghe rime a tiritera, cacciando dal taschino uno scartafaccio, aprendolo, e cominciando a leggere… filastrocche carnevalesche. Il ruolo sociale che interpreta è quello dell’avvocato o notaio, mentre i suoi attori appartengono invece alla plebe. Sua funzione pare fosse anche quella di provocare le maschere seriose dei ceti medi che a in sera tarda camminavano per le strade recandosi nelle case. Nel corso del XIX secolo questa maschera si carica di umori polemici e di spunti di critica sociale, superando i limiti della parodia giocosa dell’uomo di legge, e sconfinando in una sorta di satira.

Il Paglietta Calabrese

Antenato del Don Nicola, somma i caratteri della maschera professionale (parodia dell’uomo di legge o dello studente) e della maschera etnica (parodia del calabrese. L’aggressività, la caricatura e la satira, così viva nel periodo carnevalesco, oltre a colpire gruppi rivali o concorrenti, giunge con più forza ai gruppi etnici minoritari, agli immigrati, ai provinciali, a tutti coloro simbolo di una relativa diversità culturale.

Giangurgolo

Altra maschera carnevalesca del calabrese visto secondo gli stereotipi etnici dei napoletani. Conta l’aspetto di un signorotto ricco, gradasso e spavaldo come colui che pretende rispetto senza darne in cambio alle persone più modeste. Costantemente affamato e bramoso di cibo, pronto a tutto pur di abbrancare qualcosa con cui rimpinzarsi, anche a costo di rubare. Nell’approccio con le donne mette da parte i suoi lati bizzarri facendo ostentazione di una sapienza barocca, artificiosa, finendo però sempre burlato e sbeffeggiato principalmente a causa del suo aspetto fisico. Convenzionalmente, porta in volto una maschera rossa con aggiunta di naso di cartone, sul capo porta un cappello conico, veste un colletto alla spagnola arricciato, un corpetto a righe rosse e gialle, calzoni sempre rossi e gialli fin sotto il ginocchio, calze bianche ed un cinturone al quale è appesa una lunga spada che usa ripetutamente con chi è più debole ma che resta puntualmente penzoloni di fronte a chi potrebbe suonargliele.

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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