I santi, il Mezzogiorno e la Campania: una devozione made in Sud da conoscere, rispettare e tramandare

Antonio Abate, Antonio da Padova, Gennaro, Francesco, Pio, Giovanni,  sono solo alcuni dei santi più amati e più in voga tra tutti quelli che caratterizzano il pantheon popolare italiano, venerati meticolosamente dai Campani più devoti, e no. Alla fin fine era d’accordo anche Goethe:

Tutto considerato, non c’è che da approvare che vi siano tanti santi; ogni credente può così scegliersi il proprio e rivolgersi con piena fiducia a quello che gli è più congeniale.

Un tale particolarismo devozionale, una sorta di municipalismo sacralizzato, costituisce un tratto distintivo della società italiana, specie di quella meridionale: un fenomeno che illumina un connubio di specificità, identità, culture, tradizioni, con la religione a fare da garante come fattore di coesione e di articolazione essenziale. Da questo singolare aspetto prese il via un episodio di lunga durata come il patronato che, dalla sua nascita avvenuta nel IV secolo d. C., si vuole tra gli elementi più rappresentativi del panorama religioso italiano.

Il patronato appare come un esempio cruciale della trama porosamente viva della storia di un popolo per il quale la religiosità diviene al tempo stesso principio territoriale, politico, sociale e orientamento delle conoscenze: modello e polo ordinatore dello spazio fisico, sociale e interiore. In forza della sua territorialità, il patronato costituisce un potente dispositivo identitario definendo la carta delle appartenenze, delle esclusioni, delle contrapposizioni. (Marino Viola)

I santi non rappresentano solo se stessi, la loro esistenza non è circoscritta entro una vicenda unicamente agiografica e religiosa: sono per lo più campioni della collettività, un emblema civico che incarna i valori cittadini, dei membri e del gruppo che li ha eletti patroni, un vero e proprio logo soprannaturale. Possiamo dunque immaginare il rapporto tra i vari patroni d’Italia come una sorta di federalismo religioso in cui trovano espressione istanze localistiche e centralistiche, differenze e affinità. Un carattere immediato del contatto con la divinità che rimanda a una dimensione a dir poco antropologica della religione osservata come lancetta della pluralità identitaria italiana.

Un’identità che, sebbene abbia fatto fatica a definirsi politicamente e socialmente, ha scoperto un tratto maggiormente unitario, sul piano socio culturale, nella comune eredità cristiana, oltre che dalla celebrata tradizione latina. Come riportato dello storico Ernesto Galli della Loggia, il Cattolicesimo romano «ha rappresentato, per un lungo numero di secoli, l’unico tratto effettivamente comune dell’intera umanità italiana e quindi, si può ben dire, l’unico aspetto unificante della penisola, l’unico elemento davvero “italiano”».

Nei secoli che hanno preceduto l’Unità, la Chiesa è stato il solo potere non straniero sullo stivale, il che ha significato il sorgere di una Chiesa unitaria guidata dal vescovo di Roma, la cui guida spirituale e il cui potere temporale, però, sono stati spesso assicurati da principi d’oltralpe. Con l’esito che «il prezzo di questa unità religiosa della penisola è un’ipoteca gravissima su qualsivoglia sua eventuale unità politica».

Come è stata percepita la santità qui in Campania e nel Mezzogiorno? Proveremo per quanto possibile, avvalendoci della brevità, a delinearne qualche tratto essenziale. La santità non vive di valori e significati colti in maniera indistinta, ma come ricorrenza di codesti valori e principi in singole figure che danno ad essi una prospettiva prevalentemente individuale. Assioma fondamentale è quella che potremmo definire come identificazione senza residuo di sacro e santo, la sacralità non vive che come santità: questa la prassi nel Mezzogiorno. La comunicazione col sacro avviene solo con l’interazione, la preghiera e simili per intenderci, tra fedele e santo, una figura presumibilmente molto più vicina e “tangibile” dalla prospettiva di un fedele che non un troppo distante Dio Onnipotente. Un discorso equivalente varrà nei secoli per Gesù e la Madonna.

Però possiamo intanto affermare che sin dall’età moderna, in una società fortemente gerarchizzata – in cui in pochi avevano accesso alla persona del sovrano – di rado ci si rivolgeva direttamente all’Altissimo e, nell’Europa cattolica, la maggioranza preferì farlo tramite figure di mediazione, dalla Vergine Maria, agli innumerevoli santi, molti dei quali venerati solo a livello locale. Come ricorda Marino Niola

È questa esigenza elementare di protezione e di consolazione all’origine dell’immensa diffusione della devozione mariana che, come ha scritto André Vauchez, appartiene al popolo prima che alle istituzioni. Non a caso la Madonna è la più venerata tra i santi e il suo patronato è di gran lunga il più diffuso, soprattutto nell’Italia centro-meridionale. In una condizione storica caratterizzata dalla distanza dalle istituzioni, la Vergine rappresenta l’aspetto più carnale della religione, il suo è il volto maggiormente pietoso della devozione, quello che fa leva sulle emozioni e sui sentimenti più che sulle sottigliezze teologiche e sulle astrazioni dogmatiche.

La gerarchia celeste prevedeva che ci si rivolgesse, con un’offerta, in prima istanza al santo locale e al suo santuario, successivamente ad un santo di rango superiore e così via. Solo in casi eccezionali e per le questioni più gravi si chiedeva l’intercessione di Gesù. Solamente i sacerdoti si rapportavano a Dio Padre. Il culto mariano, negato da Lutero e dai protestanti, era invece molto diffuso nell’Europa cattolica, particolarmente tra le donne, per le quali era decisamente più semplice interfacciarsi ad una figura femminile, materna e amorevole.

La sacralità assume perciò una fisionomia totalmente personalizzata. Il culto del sacro è culto della personalità di un santo […] Il santo (divino, santo) significa innanzitutto e soprattutto, rispetto all’umano, la possibilità di operare al di sopra e al di fuori dell’ordine naturale delle cose […] Il santo può sempre; basta che lo voglia: è un principio basilare di questo rapporto con la divinità, di questa religiosità completamente fiduciosa, per questo aspetto, nella forza operatrice dei suoi eroi. (Giuseppe Galasso)

Immediata è la naturale associazione che fa coincidere l’idea del santo con la sua immagine. Tale materializzazione del santo nell’immagine è un prorompente rafforzamento del carattere personale e individuale attribuito alla sfera riconosciuta come propria di esso. L’immagine altro non esprime se non un’esigenza di concretezza, di immediatezza più che di fisicità pura e semplice.

Antonio Abate, anacoreta egiziano vissuto nel III secolo, raffigurato come un vecchio con la barba bianca, spesso accompagnato da un porcello: attributo che ne codifica lo statuto particolare di patrono degli animali […] potente taumaturgo cui si ricorreva per essere guariti dall’herpes zoster, il fuoco si Sant’Antonio. (Marino Viola)

Il santo si situa in un ordine chiaro e preciso di razionalità, una realtà imperniata dal divino e dall’umano, da rispettive caratteristiche e reciproche relazioni: da questo incrociarsi di connotazioni ha origine l’estrema personalizzazione del rapporto tra santo e fedele. Il fedele  per antonomasia travalica nettamente il piano collettivo della comunità religiosa locale (parrocchia) e generale (Chiesa) a cui appartiene: sia chiaro, non la rinnega né se ne vuole tirar fuori. Solo che nell’ambito di esso, egli si gestisce con assoluta autonomia a colloquiare, accordarsi e confidarsi, con il “suo” santo. Il rapporto assume i tratti della familiarità, della quotidianità (spesso affettuosa): individualità e determinazione minuta.

I patroni dispensano protezione, i favori elargiti dai loro corpi non conoscono limiti temporali, il sigillo soprannaturale parrebbe indiscutibile. Il miracolo è il marchio di fabbrica del santo, il suo patrocinium, retaggio della speciale relazione tra il protettore e i suoi devoti. L’evento miracoloso rappresenta l’espressione della praesentia e della potentia del patrono. L’agiografia, del resto, aggiorna con costanza il dizionario miracolistico affinché il ripetersi dei prodigi riadatti la figura del santo ai tempi, alla sensibilità, alle trasformazioni delle forme stesse della domanda religiosa. La figura del patrono si colloca in un particolare contesto territoriale, ambientale, politico e civile: il suo curriculum miracolistico diventa un modo per registrare la memoria storica di un città, andando a delinearne il suo carattere, forgiandone e rinnovandone l’identità collettiva. E ancora Marino Niola

Più prestigiosa è la tutela soprannaturale che una città, un ordine religioso, una dinastia regnante, un gruppo di potere, una corporazione possono vantare, più vasto e articolato è il leggendario miracolistico di questo o di quell’eroe celeste, maggiore è il profitto che ne deriva alla comunità dei devoti e al gruppo di elezione posti sotto il su ombrello patronale.

Istanze civiche e istanze religiose si danno appuntamento anche nella festa del patrono: nel nostro Paese il giorno consacrato al santo locale è il dì di festa per antonomasia. Messinscena rituale della memoria cittadina  e sacralizzazione dello spazio urbano: le celebrazioni sono l’occasione per riscrivere e rifondare la comunità nel segno del protettore. Le ricorrenze patronali scandiscono il calendario festivo italiano, lo scorrere dell’anno, l’alternarsi delle stagioni, i tempi della semina, della mietitura e del reccolto, della vendemmia, della terra, dell’artigianato, delle fiere e dei mercati. Tempo sociale e calendario liturgico, economia e rito, la vita comunitaria ha vissuto e vive di tutto questo, i membri della civica, consci o meno, vivono di tutto questo, con i santi, è chiaro, a farla da garanti.

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