I Sedili di Napoli, la nobiltà di piazza, l’Eletto del Popolo e la Monarchia: un breve resoconto storico.

Ad oggi vi sono ancora luoghi di Napoli, o addirittura interi quartieri, che rammentano il proprio “Sedile”, in ricordo, appunto, degli antichi seggi, sedili o tocchi, che tanta storia hanno scritto di questa città. Questi altri non erano che i parlamenti napoletani ai quali corrispondeva la ripartizione topografica della città partenopea; erano posti nelle varie ottine (o rioni), nelle vicinanze delle porte, e uno dei loro principali compiti era quello di provvedere a risolvere le controversie derivanti da epidemie e guerre.

Al principio i seggi furono formati da nobili, fino a quando gli Angioini non decisero di costituire un seggio del popolo: soppresso da Alfonso d’Aragona e poi ricostituito da Carlo VIII nel 1495, con un documento che concedeva al popolo «un seggio e comune casa» (fu anche detto Seggio Pittato per i diversi affreschi dipinti sulle sue pareti). In epoca aragonese, dunque, ridotti a 5, i seggi erano quelli del Nilo, o Nido, di Portanova, di Porto, e di Montagna, e assunsero validità istituzionale di tipo giuridico e politico, veri parlamenti cittadini.

Compito di queste pubbliche amministrazioni fu quello di badare al pagamento dei pesi o balzelli, di amministrare la giustizia, di stabilire chi fosse da considerarsi nobile, la nomina del sindaco, l’elezione degli ufficiali e degli altri ministri, presiedere con una valida organizzazione militare alla difesa della città e all’elezione dei rappresentanti dei seggi chiamati “Eletti”.

Doveroso, per una comprensione complessiva, è una panoramica sul quadro sociale napoletano durante gli anni del viceregno spagnolo, e dintorni. Al vertice della piramide cittadina ecco la nobiltà di piazza, coloro che potevano aspirare al governo della città tramite l’elezione alle piazze, o per intenderci ai seggi, che potremmo definire ripartizioni dell’aristocrazia cittadina. Per entrare a far parte del seggio occorrevano almeno quattro virtù, una vita e una parentela nobile, compiuta nel quartiere del seggio, dimostrabile (limpieza de sangre), e soprattutto venir votati. Vi era anche una nobiltà fuori piazza, di lustro maggiore o minore, che poteva considerarsi la più antica del Regno. Il Terzo Stato vedeva un ceto borghese ed uno popolare. Stando a Capaccio erano tre le qualità della borghesia: i ricchi possessori che si confondevano con la nobiltà, le persone stimate dei tribunali (togati ed amministratori pubblici), il popolo (mercature e commercio, organizzazione artigiana, civili e generosi). La plebe, ultimo gradino della scala, godeva di una considerazione negativa, elemento di potenziale disordine e di ribellismo endemico, e contava al suo interno delle grandi masse di coloro che non erano assolutamente inseriti nella struttura sociale, un sottoproletariato cencioso, affamato, petulante e volgare.

I seggi, quindi, ebbero allora una funzione per lo più politico amministrativa, svolgendo un vero e proprio controllo sull’amministrazione cittadina. La nobiltà di seggio governava tramite una giunta composta di un rappresentante per ciascuno delle piazze nobili (controllate al loro interno ciascuna da sei cavalieri), che assieme all’Eletto del Popolo formavano il Tribunale di San Lorenzo (l’odierna Giunta Comunale). Questa Giunta ante-litteram svolse compiti amministrativi, civili, urbani e fiscali.

Elemento distintivo della loro storia fu la continua lotta fra le classi sociali per la conquista delle più alte posizioni. Le diatribe avvenivano per lo più nel corso di assemblee plenarie, circostanze in cui non di rado si verificavano casi ferimenti o assassinii. La ragione di codesti contrasti è da ricercarsi nel fatto che il monopolio del potere pubblico era nelle mani degli aristocratici, ad esclusione del popolo, che però in caso di emergenza (si pensi alla guerra) pure era obbligatoriamente chiamato a dare il suo contributo.

Preso atto di quanto stava accadendo, il potere regio cominciò a convocare, accanto agli eletti dei seggi, anche alcuni deputati delle corporazioni delle Arti. Con il consolidamento di tale pratica, si stabilì di riunire in un apposito seggio i cittadini del popolo: venne così istituito il seggio del Popolo. Sono molti a ritenere che il luogo prescelto fu piazza della Selleria. Una svolta nella storia di questo seggio si ebbe con Carlo VIII, quando fu investito di precisi poteri e gli fu conferito una nuova ubicazione nella sede del chiostro di Sant’Agostino. Il primo eletto del Popolo fu tale Gian Carlo Tramontano. L’elezione si svolgeva in modo indiretto, in quanto ogni ‘circoscrizione’, o meglio ottina, cittadina eleggeva due procuratori, i quali, riunendosi tutti in un giorno prestabilito nel convento di Sant’Agostino, erano chiamati a stilare una lista di sei nomi, che venivano poi presentati al viceré il quale optava per quello a lui più gradito. Per tale ragione fu sempre considerato dalle piazze nobili come la voce della monarchia.

Quali i suoi compiti? Presiedere al vettovagliamento della città (comprare grani, farine, orzi, carni salate, etc.), sfrattare dai quartieri honorati donne dedite alla prostituzione, occuparsi della difesa, competenza che gli garantiva, monitorato dal sovrano, sia il comando dell’esercito cittadino, provvedendo al suo pagamento, sia il possesso delle chiavi delle di tutte le porte della città. Poteri non del tutto incontrastati, le rivolte nobiliari non mancarono, appoggiate talvolta dal re.

I seggi perdurarono fino al 25 aprile 1800 allorché Ferdinando IV di Borbone ne decretò l’abolizione per l’atteggiamento da loro avuto durante i fermenti del gennaio 1799, quando in quell’occasione taluni ciarlarono  di una Repubblica Aristocratica da porre al luogo della Monarchia.

Ferdinando IV, punendo le velleità di autonomismo e di aristocratismo politico di quei vecchi corpi, faceva nel tempo stesso la vendetta della nuova borghesia; e, sebbene per allora mirasse  soltanto a favorire la plebe, a rinvigorire il governo assoluto, spazzava via i resti del Medioevo, e si conduceva, senza saperlo, rivoluzionariamente. Ma avrebbe potuto lasciare in piedi almeno qualcuno degli edifici dei sedili, per soddisfazione di noi altri, amatori del passato … dei monumenti, che serbano nel ricordo la continuità della storia. (Benedetto Croce, Napoli Nobilissima)

 

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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