Il mito campano della Sibilla Cumana, una leggenda da conoscere, un legame intimo con la nostra terra

Un mito, una storia, una leggenda, sto per parlarvi della Sibilla, che per noi, per la nostra terra, vede un legame intimo e viscerale con un preciso luogo, Cuma: ecco a voi tutto quello che occorre sapere su una mitica figura campana, la Sibilla Cumana.

Da ogni parte del Mediterraneo accorrevano a migliaia in città pellegrini desiderosi di interpellare, interrogare quella maga che era sita in una caverna nei pressi dell’acropoli di Cuma. Data l’affluenza consigliabile era la prenotazione, onde evitare sgradevoli e interminabili attese, in pieno stile contemporaneo. Ignoto il pagamento per quei così bramati responsi, i quali uno scriba vergava diligentemente esclusivamente su foglie di palma.

Leggenda narra che i suoi poteri provenissero lei per merito di Apollo: innamorato della suddetta, le aveva offerto di realizzare ogni suo desiderio. La Sibilla gli chiese di vivere tanti anni quanti granellini di sabbia avesse potuto stringere nella propria mano, dimenticando tuttavia di specificare «senza invecchiare mai»: fu in questo modo che divenne tanto vecchia da non volersi più far vedere da nessuno.

Virgilio Publio Marone (70-19 a. C.) fu il primo a descrivere la dimora della Sibilla Cumana nel VI libro dell’Eneide(Eneide, VI, 42 ss.):

Un fianco enorme di rupe Cumea si incava in un antro, cui conducono cento ampi varchi con cento aperture, donde altrattante voci erompono, della Sibilla i responsi.

Sede di questo straordinario, affascinate, misterioso e in tramontato mito è il celebre e cosiddetto Antro della Sibilla, mirabile esempio delle incredibili capacità degli ingegneri e degli architetti romani di età augustea. L’Antro è il più noto e conosciuto monumento della Cuma arcaica: è probabile si tratti di una struttura a carattere militare, come ipotizzato da alcuni archeologi, sulla base di confronti e analogie con altre strutture difensive dell’area magno greca. Si presenta come un corridoio (dròmos), a forma trapezoidale, lungo oltre 130 metri, in fondo al quale si apre un grande vano rettangolare, interpretato come la sede dove la Sibilla Cumana officiava i suoi vaticini. Le sei aperture laterali, sul lato ovest, lungo il percorso della galleria, erano funzionali all’ingresso della luce naturale all’ambiente e hanno favorito i suggestivi echi alla descrizione virgiliana.

Dice così lacrimando, e dà vento alle vele
e finalmente arriva al lido euboico di Cuma.
Voltano al mare le prore: quindi col morso tenace navi,
l’ancora assicurava le navi, la spiaggia, rotonde,
orlan le poppe. In folle i giovani balzan ardenti
sopra la riva esperia: e cercano i semi di fiamma
nascosti entro le vene del sasso, e corron le macchie,
folti covili di fiere, e trovano e mostrano fonti.
Ma il pio Enea sale ai colli, su cui alto Apollo
domina, ai recessi profondi dell’orrenda Sibilla,
antro selvaggio; cui il grande animo e il cuore
empie il vate di Delo e le apre il futuro.
(Eneide, VI, 42 ss.)

Le sibille sono figure leggendarie che accendono smisuratamente la fantasia popolare. Nell’antica Grecia i grandi santuari contavano nella loro organizzazione sacerdotale di profeti e profetesse, ovvero di indovini che praticavano la divinazione, tramite la quale, in stato di possessione ‘celeste’, svelavano ai ‘fedeli’ la volontà superiore. Il più celebre santuario del mondo ellenico, quello di Apollo a Delfi, aveva nella Pizia la profetessa per antonomasia: essa, ispirata direttamente da Apollo, pronunziava le infallibili ed oscure predizioni.

Secondo diverse fonti letterarie ve ne sarebbero una quindicina, di cui tre ubicate in Italia: la Cimmeria, la Tiburtina, la Cumana. La più nota era proprio la campana, alla quale la tradizione assegnò più nomi (Erofile, Deifobe, Demofile, Amaltea, Femonoe). Ai tempi di Virgilio, ovvero in età augustea, il suo mito viene acquisito dall’idelogia imperiale, esercitato per i ben noti legami tra Apollo, Cuma, Enea, Roma e la gens Julia. La raccolta di versi sacri attribuiti alla Sibilla, i libri sibillini, aveva avuto fin dai tempi più remoti un grande credito: in occasione di fatti straordinari, di particolari prodigi, tali eventi vennero stimati come segni premonitori di radicali rivolte sociali, politiche, epocali.

Vaneggia il gran fianco dell’euboica montagna in un antro
cui cento aditi guidano, cento gran porte
di là cento voci precipitano: della Sibilla i responsi.
S’era alla soglia, e la vergine: «Chiedere i fati ora è tempo!», gridò, «Il dio, ecco il dio». E parlando, davanti
alle porte, d’un tratto, né il volto le resta, né uno il colore, non pettinati i capelli, ma gonfia l’affanno, fiero il cuore si riempie di rabbia
è il più grande a vedersi
né umana suona la voce, appena investe la forza
ormai vicina del dio: «Aspetti a far voti e suppliche,
Teucro Enea?» grida, «Bada, prima non s’aprono
le grandi porte dell’invasata dimora». È ciò detto
muta restò. Ma gelido ai Teucri corse per l’ossa
dura un fremito, e il re profuse dal cuore preghiere.
(Eneide, VI, 42 ss.)

Enea, eroe di Troia fuggito dalla sua distruzione, apprese proprio da questa pluri-anziana maga la sua futura sorte, compresi mali da patire e nemici da affrontare.

 

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo 'Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento'. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all'anima candida di questa terra.

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