I romani alle terme dei Campi Flegrei. La differenza tra le terme flegree e quelle romane fu sostanziale.

La differenza tra le terme flegree e quelle romane è, e fu, sostanziale. Le prime usufruirono dell’acqua calda e dei vapori sprigionati dalle viscere della terra, mentre le seconde affidavano agli schiavi il compito di accendere e tenere vivi i fuochi funzionali al riscaldamento dell’acqua.
In epoca romana fulcro dell’area flegrea fu Baia che divenne la più importante stazione termale del mondo antico, dove le sontuose ville patrizie si alternavano a decine di terme.

Il concetto generale con il quale si pensava le terme era sempre il medesimo: si trattava di un centro ricreativo polifunzionale. La gran parte delle terme includeva centri sportivi, piscine, parchi, librerie, piccoli teatri per ascoltare poesia e musica e una grande sala per le feste, una città nella città. Vi erano anche ristoranti e locande per riposare o trascorrere alcune ore in “piacevole” compagnia.

Come si trascorreva un pomeriggio alle terme? I cittadini romani, concluso il lavoro nelle prime ore del pomeriggio, si recavano alle terme, che aprivano a mezzogiorno, prima del pasto principale.

  • Una giornata tipo cominciava con la ginnastica in palestra, o attività sportiva in un campo esterno, dove si svolgevano giochi anche impiegando piccole palle in cuoio, o gare di lotta.
  • In seguito ci si recava ai bagni attraverso tre stanze, partendo da quella con l’acqua più tiepida fino a quella con l’acqua più calda.
  • Poi l’ingresso nel tepidarium, la stanza più grande e lussuosa delle terme: qui si rimaneva un’ora e ci si ungeva con oli.
  • Poi nel calidarium. Si trattava di stanze più piccole, generalmente costruite sui lati della sala da bagno principale.
  • Infine nel laconicum, la stanza finale più calda, riscaldata con aria secca ad altissima temperatura.
  • Dopo la pulizia del corpo e i massaggi, una nuotata nella piscina del frigidarium.

Giunti al termine, ristorati e profumati, ci si recava nella altre aree delle terme dove si poteva leggere o partecipare ad altre attività o assistere ad attrazioni.

Ma torniamo a noi. Edifici imponenti, immersi in meravigliosi boschetti di mirto: in tutto il mondo non vi era golfo più ameno di quello di Baia, parola di Orazio. A cantarne le lodi anche Strabone e Plinio, i quali ne elogiarono le sue miracolose curative sorgenti termali. A tramandarci però le prime notizie storiche sullo sfruttamento delle facoltà curative delle acque flegree è Tito Livio: Gneo Cornelio, nel 178 a. C., per sanare i forti dolori che pativa alle ossa, figli di una rovinosa caduta da cavallo, si recò presso le sorgenti cumanae. L’esito delle cure fu negativo, in quanto, aggravatosi improvvisamente, il console perì proprio a Cuma.

Diversi furono i medici dell’epoca che studiarono lo straordinario fenomeno. Si pensi ad Aulo Cornelio Celso, Claudio Galeno, o il greco Oribasio.

Furono anche le acque degli imperatori. Nerone, ad esempio, fu completamente rapito dalle meraviglie di Baia: è qui che si fece edificare una sontuosa villa imperiale, struttura completa, enorme e dotata di terme (le stufe di Tritoli o di Nerone).

Si contano ben cinque ville imperiali nella sola Baia e una miriade di ville patrizie in tutta l’area compresa tra Miseno e Pozzuoli.

  • Licinio Crasso, stabilimento termo marino, sorgente termale che sgorgava direttamente sul mare di Baia.
  • Academia di Cicerone, nell’area di confine tra l’agro puteloano e quello cumano.

Tra la fine dell’età repubblicana e l’inizio di quella imperiale, ville patrizie e imperiali, terme sontuose e dolce clima trasformarono Baia e il litorale flegreo fino a Napoli nel luogo di villeggiatura preferito dai romani.

Fuorigrotta: le terme di via Terracina. Questa zona di Napoli ha una considerevole storia che pianta le sue radici nel I secolo a. C. quando i romani vi posero i primi insediamenti grazie alla terra resa particolarmente fertile dalla cenere eruttata da piccoli crateri sparsi per la valle. La costruzione, alimentata dall’acquedotto del Serino, si articolava in più livelli in opera vittata e laterizio, decorazioni a mosaico sui pavimenti superstiti, per permettere agli ospiti di scegliere percorsi diversi in base alle proprie esigenze e alle proprie necessità terapeutiche. Il percorso principale prevedeva quattro sale riscaldate con varie temperature: il calidarium absidato, il labrum per compiere il lavacro purificatorio, la vasca per il bagno caldo, il frigidarium con due vasche per i bagni freddi.  Le acque, fredde e calde, arrivavano grazie a una serie di intercapedini situati al di sotto dei pavimenti e lungo le pareti.

Tempio di Nettuno, Pozzuoli. Gli imponenti e scenografici complessi termali puteolani, o meglio, quel che resta di quelle strutture, sono visibili in un territorio privato, nei pressi dell’anfiteatro. Questo complesso è noto come Tempio di Nettuno. Si tratta di una monumentale costruzione, articolata su più livelli lungo la collina che scendeva fino al mare creando, per quanti arrivavano con le navi, uno straordinario effetto scenografico. Di fronte  e collegato al complesso termale di Nettuno doveva essere il Ninfeo di Diana, struttura a pianta circolare all’interno e poligonale all’esterno, probabilmente un’aula termale, databile intorno al III secolo d. C. Per la sua particolare e suggestiva  posizione panoramica sul golfo sottostante, rappresentò per i viaggiatori del Grand Tour uno dei monumenti più affascinanti di Pozzuoli

Il Tempio di Apollo. Sponda orientale del Lago d’Averno, qui si scorgono ancora i resti di un maestoso edificio che la tradizione umanistica voleva fosse del nume oracolare e che perciò è ancora ricordato come Tempio di Apollo. Si tratterebbe però delle vestigia di una grande aula termale (II secolo d. C.), che si andò ad aggiungere ad un intero complesso più antico di oltre un secolo (età giulio-claudia). Trasferitasi la base navale dall’Averno a Miseno, e ormai esorcizzato l’incantesimo infernale, ville e terme fiorirono specie sulle rive orientali, dove poterono giovarsi di sorgenti idrominerali tra le più attive del territorio. Una pianta ottagonale all’esterno e una circolare all’interno, la monumentale aula si proponeva come una delle più straordinarie costruzioni del mondo romano. L’edificio, articolato su due livelli, oggi risulta parzialmente interrato; al piano superiore ecco dei finestroni ad arco, una sorta di belvedere esterno e interno poi consentiva ai frequentatori di bersi del panorama del Lago o di specchiarsi nelle acque termali all’interno della sala. Infatti al centro di questa sala vi era una grande vasca circolare, ovvero la piscina d’immersione, forse un frigidarium.

Tempio di Mercurio, Tempio di Venere, Tempio di Diana, Baia. Si tratta in ogni caso di strutture termali e non di luoghi di culto, per i quali però è sopravvissuta la denominazione popolare. Quello di Diana si erge a ridosso della collina, a pianta ottagonale all’esterno e circolare all’interno, coperto da volta conica per metà conservata (il che la fa somigliare ad una grande abside). Quattro nicchie absidate si aprono verso il basso e 5 delle 8 finestre originali in alto. Ciò che in origine circoscriveva un grande ambiente dove venivano raccolti i vapori provenienti proprio dal terreno sottostante, era caratterizzato da una colossale cupola ogivale, oggi crollata per metà. L’edificio, visibile già dalla stazione cumana, era destinato ad usi termali ed era insignito da fregi marmorei che raffiguravano scene di caccia. Quello di Mercurio è chiamato così impropriamente dalla tradizione umanistica napoletana, o anche Tempio dell’Eco, per l’effetto acustico prodotto all’interno dalla volta. Detto anche “truglio” per la sua forma circolare, l’edificio era un frigidarium cioè riservato a bagni freddi. Dalle descrizioni che se ne fecero nel Settecento risultava essere composto da sei nicchie di cui quattro semicircolari. La volta circolare, dotata di un lumen centrale, fu realizzata «con grosse scaglie di tufo ridotte a forma di cuneo». Il Tempio di Venere è un altro edificio termale, a pianta ottagonale, incavato nel terreno per circa 3 metri, provvisto di otto finestroni ad arco ribassato all’interno dei quali correva un ballatoio che affacciava sulla piscina. Deve il nome a Scipione Mazzella che affermò di averne ritrovato la statua con le sembianze della dea.

Parco sommerso di Baia. Qualcuno lo ha definito la Pompei sommersa, ovvero il Parco Marino Sommerso di Baia: città ricca di statue, strade, impianti termali, che il mare ha coperto causa bradisismo, gelosamente custodito fino ad oggi.

Lusso, lussuria, piaceri, corruzione: con il pretesto delle terme, ogni estate ai romani conveniva di certo un passaggio da queste parti.

 

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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