Taurasi, il comune di origine sannita che dà il nome al celebre vino irpino il primo a meritare la prestigiosa DOCG.

Situato nella media valle del calore, il comune di Taurasi è posto su di uno sperone che domina dall’alto l’intero fondovalle, in prossimità del punto in cui il fiume è attraversato dalla strada statale delle Puglie. Di origine sannita, in epoca romana entrò a far parte del territorio della vicina colonia di Aeclanum, all’epoca importante centro commerciale.

Le origini della città si perdono nella notte dei tempi: il nome fa riferimento al toro, animale condottiero e guida spirituale della tribù dei “Taurasini” della stirpe dei sanniti, che giunti dal Nord andarono ad occupare una vasta zona tra le odierne province di Avellino e Benevento. Sempre nei pressi di questo sito, il console romano Manlio C. Dentato, nel 273 a.C., sconfisse le armate di Pirro. Con l’arrivo dei Longobardi, si ebbe una rinascita dell’area e, quasi nello stesso luogo, sorse l’odierna Taurasi. Subì una serie di distruzioni da parte dei Saraceni ma in seguito, con l’arrivo dei Normanni, il Castello viene ricostruito ed assegnato a Trogisio di Taurasi dei Sanseverino, con cui la baronia di Taurasi raggiunge il suo massimo prestigio: essa andava dalle porte di Benevento e Avellino fin sotto il territorio di Sant’Angelo dei Lombardi. Nel Medioevo il borgo fu feudo dei Filangieri, dei Carafa e dei Latilla.

Da visitare il Museo Comunale che custodisce gli importanti reperti archeologi rinvenuti nell’area. Numerose le espressioni artistico-monumetali come i castelli, le mura e i palazzi gentilizi. Tra questi, si ricordano il Palazzo De Angelis (costruzione in pietra locale e malta del secolo XIII) che, insieme alle altre costruzioni confinanti con le torri d’ingresso della porta Maggiore, formava il prosieguo dell’attuale palazzo Marchionale. Perla del borgo di Taurasi è il Castello Medievale (Palazzo Marchionale), costruito dai Longobardi nel VII secolo su una preesistente struttura romana e ampliato dai Normanni nel XIII secolo, con l’aggiunta di un mastio a pianta quadrata, che rappresenta un classico esempio di architettura militare adibito nei secoli ad usi civili. Al suo interno si possono ammirare la bella corte, la sala adibita a “corte di giustizia” con un bel camino monumentale, la cappella di s. Pietro a Castello e, nel mastio, la fine scalinata elicoidale in pietra. Notevoli anche i luoghi di culto, come la Chiesa Collegiata di S. Marciano Vescovo, patrono del paese. Costruita nel XII secolo sulle rovine di un tempio romano e riconsacrata nel 1150, dopo una profonda ristrutturazione, la chiesa ha un’unica navata a volta affrescata, sostenuta da colonne in stile barocco. Apprezzabile è anche l’annesso Campanile a base quadrata (XII secolo), sulla cui cima è collocato un orologio datato 1845. Nella Chiesa del SS. Rosario (1582), oltre a una bella acquasantiera in marmo rosa del XVI secolo, sono conservate alcune tele di gran pregio datate tra il XVI e XVIII secolo. La chiesa è unita all’ex Convento dei padri Domenicani, oggi sede del Municipio, di cui si può apprezzare il chiostro del XVI secolo, con colonne pilastro in stile dorico e volte a crociera. Numerose sono le sorgenti nei pressi del confine, come quelle in località Giardino e Fontanalardo. Scendendo verso le sponde del fiume Calore, poi, si incontra un’ampia area naturale che, specie nei periodi in cui maggiore è la portata delle acque, riempie gli occhi di un verde intenso e le narici del fresco della campagna.

Il paese dà il nome al famoso vino, il Taurasi, il primo a meritare la prestigiosa DOCG. Il suo vitigno, l’Aglianico, è tra i più antichi, probabilmente introdotto in Italia dai greci intorno al VII-VI secolo a.C.. Non ci sono certezze sulle origini del nome, che potrebbero risalire all’antica città di Elea (Eleanico), o essere più semplicemente una storpiatura della parola Ellenico. Il nome originario (Elleanico o Ellenico) divenne Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia l pronunciata gli nell’uso fonetico spagnolo. Ritenuto uno dei “più grandi rossi”, è consigliato con lasagne, selvaggina, arrosti, funghi, formaggi freschi e stagionati. Ha colore rubino intenso che tende al granato ed acquista riflessi arancioni con l’invecchiamento. Ha odore gradevole, sapore asciutto e aromatico e una gradazione che arriva a 12°.

Sergio Mario Ottaiano, classe ’93, Dottore in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia Federico II di Napoli. Musicista, giornalista, scrittore, Social Media Manager, Digital PR e Copywriter. Presidente del giornale Terre di Campania. Collabora per Music Coast To Coast, Fumettologica, BeQuietNight e MusicRaiser. Ha pubblicato svariati racconti e poesie in diverse antologie; pubblica con Genesi Editrice il romanzo dal titolo “Un’Ucronìa” Il 1/4/2014; pubblica con Rudis Edizione il saggio dal titolo “Che lingua parla il comics?” il 23/1/17.

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