La ripresa, lo splendore, la fine dei viceré spagnoli a Napoli

Le rivolte erano terminate, e i viceré poterono tirare un sospiro di sollievo. A Napoli cominciava la damnatio memoriae di Masaniello. A Salerno una processione per S. Matteo patrono della città ricomponeva la società. Non c’erano né vincitori né vinti ma le ribellioni del 1647-48 crearono un’evidente sfasatura tra centro e periferia. Confermarono lo strapotere baronale, l’emergere di elementi di borghesia cittadina e rurale, l’illusione dei rivoltosi di trovare un accordo con la corona, ovvero la non consapevolezza di essere un’alternativa.
L’unione tra monarchia e aristocrazia si rese necessaria, comportando una serie di fattori: la formazione di un governo intelligente, l’apertura ai ceti intermedi e forensi (ma non imprenditoriali); l’apertura dei parlamenti, l’aumento del potere dei seggi; l’appoggio al ceto forense e burocratico, la magistratura fece da collante tra società e monarchia.
Ecco i protagonisti della ripresa?

Il Conte di Ognate (1°marzo 1648-10 novembre 1643)

Il viceré della pacificazione e dei castighi, colui che diede inizio al processo di restaurazione. Respinse i francesi dai posti occupati, Fondi, Sperlonga, Ischia. Ripresa Nisida, catturato il duca di Guisa, il 5 aprile 1648 fece tornare l’ordine a Napoli e nelle province. Altri tentativi di conquista francesi furono sventati a Posillipo, Procida e Salerno.
La grande punizione cominciò nell’agosto 1649: fu creata una Giunta composta esclusivamente da ministri spagnoli che effettuò processi ed esecuzioni contro ribelli e cospiratori filo-francesi. Molti furono i provvedimenti a danno dei popolani e ci fu una energica repressione del banditismo.
Il Conte di Ognate optò per un governo centrista, una soluzione d’equilibrio che prevedeva parti moderate di popolo, nobili e forensi, l’apertura alle corporazioni, e l’importanza fondamentale dell’eletto del popolo.
Merito gli spetta per l’incremento culturale che riuscì a dare a Napoli. Infatti cominciò il restauro del palazzo degli studi, il quale aveva subito danni nei precedenti moti. Favorì le accademie, restituendo nella chiesa di San Lorenzo quella degli Oziosi e incoraggiando ogni altra iniziativa con la sua partecipazione. Importanza fu data anche alla musica e al teatro, venne, infatti, chiamata a corte una compagnia di “Febi armonici”.

Il Conte di Castriglio (20 novembre 1653-11 gennaio 1659)
Le preoccupazioni militari lo distolsero dagli affari civili: la sua prima cura fu di predisporre una difesa delle coste più vulnerabili, fino a Gaeta. Un nuovo grande disastro colpì il regno nel 1656: la peste. Dapprima l’epidemia fu trascurata, solo quando si diffuse furono prese alcune misure di sicurezza. Napoli fu isolata e fu organizzato un lazzaretto a S. Gennaro fuori le mura. I morti furono così tanti che in pochi mesi la popolazione della sola città fu dimezzata. L’8 dicembre il contagio fu dichiarato ufficialmente scomparso, ma la moria continuò in altre parti del regno. A causa della peste crebbe la presenza di poveri che vide il Conte costretto ad edificare un ospizio per accogliere tutti i mendicanti, nella località detta di S. Gennaro, dove era sorto il lazzaretto. L’opera in questione, l’ospedale di S. Gennaro dei Poveri fu realizzata soltanto dieci anni dopo.
Prima della peste fece controllare il costo del pane e l’importazione del grano, battendosi per evitare di doverne esportare a Roma. Altro suo merito fu l’organizzazione d’un censimento per calcolare l’ammanco di popolazione dopo la disgrazia della peste. Fu anche fermo e severo nel mantenimento dell’ordine.

Il Conte Pegnaranda (29 dicembre 1658-9 settembre 1664)

All’inizio del governo fu impegnato nell’invio di forze a combattere contro il Portogallo riluttante al dominio spagnolo: uomini e mezzi furono imbarcati a Napoli per più volte.
Durante il secondo triennio del suo governo la piaga del banditismo e l’ordinaria delinquenza funestavano ancora il paese. In città i malfattori trovavano rifugio in chiesa, avvalendosi del diritto di “asilo”; la notte, però, ne uscivano per commettere altri delitti. Allora l’azione governativa, d’accordo con l’arcivescovo, fu tempestiva e proficua.
Al tempo del suo viceregno furono portati a termine a Napoli i lavori per la costruzione di un collegio gesuitico per i figli degli spagnoli, presso il palazzo reale. Culturalmente importante fu, alla fine del 1663, la fondazione di un’accademia detta degli “Investiganti”.

Il Cardinale d’Aragona (8 settembre 1664-3 aprile 1666)

Ricevuta la carica nel Duomo il 21 dicembre, subito si rivelò giusto ed energico tuttavia più dolce, ma non senza severità, verso la nobiltà.
Il viceré-cardinale non fu alieno alla vita mondana. Ad esempio autorizzò la realizzazione nel palazzo reale di quattro sale da gioco e volentieri vi si recava di notte a giocare con lo stesso spirito con cui interveniva alle funzioni sacre.
Sotto il suo governo furono rafforzate le difese del regno con opere di castelli e con nuove milizie. Fu avviata la costruzione d’un altro molo nel porto di Napoli e d’una darsena, in sostituzione di quella di fondazione aragonese.

Il Marchese di Astorga (14 febbraio 1672-ottobre 1675)

Il suo più gravoso compito fu quello di fronteggiare la crisi annonaria, aggravatasi dopo la rivolta di Messina, poiché il grano destinato a Napoli veniva intercettato e riportato in Sicilia. Allora l’Astorga dispose l’acquisto di tutta la quantità disponibile in Puglia e nelle altre province, organizzandone il trasporto a Napoli. Le difficoltà non mancarono: le province protestavano contro il forzato monopolio a favore della capitale.
Alla carestia e ai connessi problemi dell’approvvigionamento si aggiungeva la perenne piaga del banditismo. La soluzione fu quella di arruolare i banditi e impegnarli in guerra, diminuendo di poco le file della delinquenza. Tornando alla rivolta messinese, non da poco fu il contributo campano dato alla guerra contro la Francia in cui quella sollevazione s’inseriva. Basi di operazioni, ospedali, centri d’accoglienza furono stanziati a Napoli, Pozzuoli e Baia.
L’Astorga, amante delle feste e dei piaceri, fece costruire un teatro a Posillipo, dove si diedero spettacoli pubblici.

Il Marchese di Los Velez (18 settembre 1675-27 gennaio 1683)

Seppe assicurare il rifornimento annonario di Napoli e superò anche le difficoltà del periodo in cui egli governava: la rivolta di Messina e la guerra con la Francia. Minore fu il successo nella lotta al brigantaggio e alla delinquenza, nonostante le numerose condanne a morte. Concesse moltissime “composizioni”, che arricchivano il fisco ma lasciavano impuniti i malfattori.

Il Marchese del Carpio (16 gennaio1683-16 novembre 1687)

Progresso, miglioramento dei costumi, riprese delle attività politico-amministrative, restaurazione della moneta: opera alla quale contribuì efficacemente del Carpio.
Fu un viceré decisamente antinobiliare, si rese conto che il pessimo atteggiamento aristocratico poteva scatenare altre rivolte. Il suo scopo fu quello di creare uno spirito filo-monarchico tra i sudditi, conscio della decadenza spagnola e delle presenza celata del partito angioino e di quello imperiale.
Il problema prioritario che affrontò fu la lotta al banditismo, che egli però risolse nella lotta contro coloro che, di nascosto, proteggevano i fuorilegge. In varie circostanze non si contano castighi inferti alla feudalità, in simbiosi col banditismo, che di nuovo sfidava la legge. Molti casi di giustizia riguardarono la prepotenza delinquenziale bella e buona, sempre nell’ambito dell’aristocrazia feudale. Il miglior funzionamento della Vicaria giovò all’ordine pubblico, grazie alla trovata delle ronde notturne.
Affrontò con merito i problemi dell’annona e della monetazione, anch’essi risolti con un’opera intelligente ed efficace. Mise in circolazione nuove monete d’argento, raccogliendo metallo dalle chiese e dai privati pagandolo a prezzo di mercato.
Il suo governo ebbe una fondamentale importanza culturale ed una notevolissima influenza sulla vita morale napoletana. Moda, stile francese, il piacere delle conversazioni, arte, letteratura, teatro, musica: nulla fu lasciato al caso.

Il Duca di Medinaceli (27 marzo 1696-15 febbraio 1702)

Il suo nome è legato tanto alla rigogliosissima vita musicale della fine del XVII secolo, quanto alla congiura detta di Macchia.
La congiura fu un tentativo antispagnolo messo in piedi da Geatano Gambacorta, principe di Macchia. Fu una congiura di principi, i quali volevano approfittare del vuoti sul trono spagnolo, causato dalla morte nel novembre 1700 di Carlo II senza eredi, al fine di creare un regno autonomo. Si apriva la questione della successione spagnola, poiché il candidato all’eredità indicato nel testamento del re era il nipote di Luigi XIV. Filippo d’Angiò, contro il quale si opponevano altri candidati, in primis l’arciduca d’Austria, nessuno voleva la rinascita di un impero come quello di Carlo V. Tuttavia la congiura fallì a causa del mancato appoggio popolare.

All’alba del viceregno austriaco la situazione era questa: da un lato una nobiltà, abituata e disposta a collaborare solo con la monarchia, era prevalente ma insediata da un ceto civile, formato da dottori, affaristi, togati, che apprendeva rapidamente l’arte di governo. Saranno proprio i togati a favorire il passaggio del regno agli Asburgo di Vienna.

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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