Viaggio in Irpinia: i consigli di Terre di Campania per vivere un’esperienza in Irpinia che coinvolgerà tutti i vostri sensi

Bentrovati amici viaggiatori! Siamo giunti al nostro quinto viaggio in giro per l’Irpinia! Per chi si fosse perso le puntate precedenti, sarà bene fare un piccolo riepilogo! Fino ad ora abbiamo esplorato:

  • Mercogliano, Ospedaletto d’Alpinolo, Montevergine, Summonte;
  • Sant’Angelo dei Lombardi, Rocca San Felice, Nusco;
  • Montella, Lago Laceno, Bagnoli Irpino;
  • Oasi WWF di Conza della Campania, Calitri

E questa volta? Da dove comincerà il nostro viaggio? Siamo a circa 15 km dal capoluogo irpino, e abbiamo percorso la Strada Statale 7bis: siamo nel comune di Prata di Principato Ultra. Questo piccolo borgo medievale ha tutte le caratteristiche dei piccoli borghi irpini: arroccato su una dolce collina, lo animano vicoli, strettoie, portali in marmo, un castello (così, tanto per non rompere la tradizione!) poi divenuto palazzo baronale, e terrazze da cui è possibile godere di una vista che, come al solito, non vi deluderà. Ma a Prata c’è di più, a Prata è conservato un piccolo gioiello che forse neanche tutti gli Irpini come me conoscono, ma che deve essere visitato almeno una volta: la Basilica dell’Annunziata, a ridosso di una collina tufacea. Negli anni ’50, durante alcuni scavi, vennero alla luce le fondazioni di due chiese, lì dove oggi si estende la parte più recente della basilica: di queste due chiese, quella di dimensioni maggiori e temporalmente a noi più vicina, aveva, con il tempo, letteralmente inglobato la prima ma, in ogni caso, entrambe presentavano molte similitudini con alcuni edifici longobardi, nonostante a lungo si fosse ritenuto che l’impianto fosse di epoca paleocristiana. La realizzazione della basilica si può pensare come divisa in tre momenti:

  • epoca delle persecuzioni cristiane: i primi cristiani si rifugiarono presso l’antico cimitero pagano e nei cunicoli scavati nel tufo che, oltre a fungere come luogo di preghiera, divennero luogo di sepoltura; le catacombe attigue alla basilica, sul lato sinistro, sono sormontate dalla Grotta d’Angelo, una conca scavata nella collina tufacea;
  • epoca cristiana: durante la quale fu abbattuta la struttura tufacea e si realizzò la primitiva basilica, a navata unica;
  • epoca bizantina: corrisponde al periodo in cui la basilica fu ampliata e abbellita con affreschi: giunta sino a noi è l’immagine della Vergine orante, in una nicchia semicircolare scavata nel tufo sul fondo della navata.

La basilica nuova, invece, è il corpo più recente della struttura, corrispondente all’ingresso e costituita da una chiesetta a navata unica, realizzata tra il XVI e il XVII secolo. Sulla sinistra, una piccola porta conduce al cortile da cui è possibile accedere alla catacomba del II-III secolo d.C..

Ma la basilica dell’Annunziata o meglio, il piazzale antistante, la domenica in Albis è sede di uno dei tanti riti campani dedicati alla Vergine: il Volo dell’Angelo. Due bambine del paese, vestite da angelo e sospese ad una fune che attraversa tutto il piazzale a circa 20 m di altezza, intonano una canto propiziatorio scritto da un monaco benedettino del Santuario di Montevergine nel 1800.

Lasciamo Prata e tramite la SS371 raggiungiamo il comune di Tufo, a circa 10 km di distanza. Il Castello di Tufo, fatto costruire da Raone del Tufo, sorge su uno spuntone di roccia vulcanica, nella parte più alta del paese. Il borgo antico, arroccato attorno al castello, si sviluppò in età Longobarda. Il fortilizio diventò teatro di numerose battaglie durante tutto il Medioevo. Dal secolo XI in poi, il comune tufese era nelle mani normanne. Quindi i Longobardi prima, i Normanni, gli Angioini e gli Aragonesi poi, abitarono queste terre e fecero del Castello un baluardo nella difesa dei loro possedimenti. Nell’epoca del suo pieno splendore il Castello era abitato dalla corte dei del Tufo, nobili che prendono il nome dal paese e che lo governarono fino al 1578. Tufo si sa, è terra di buon vino… ma non solo!

Nel 1866 infatti, Francesco Di Marzo, appartenente ad una famiglia Avellinese proprietaria di diversi terreni nell’area, scoprì a Tufo un interessante giacimento di zolfo. A quel tempo, l’estrazione del minerale era quasi esclusivo appannaggio della Sicilia ma, in breve tempo, la produzione di Tufo si affermò poiché qui l’estrazione era meno costosa poiché a cielo aperto, il Di Marzio diede un’impostazione imprenditoriale all’attività di estrazione e il materiale estratto era di qualità decisamente superiore. La tecnologizzazione della linea di produzione iniziò nel 1878 mentre la commercializzazione del prodotto al di fuori del ristretto ambito provinciale fu favorita dalla costruzione, nel 1888, della linea ferroviaria Avellino-Benevento, la cui locale stazione-merci era assai vicina al luogo di lavorazione, ovvero il Molino Giardino: l’intera struttura comprendeva, su due livelli, uffici, foresteria, officine ed i magazzini. La crisi degli anni ’60 fece scendere gli occupati dagli ottocento di fine secolo XIX a poche decine nel 1972, data di chiusura delle cave sotterranee. Si tratta, oggi, di un gioiello di archeologia industriale.

A soli 6 km da Tufo, si trova l’ultima tappa di questo nostro nuovo itinerario, Altavilla Irpina che, grazie alle miniere di zolfo, come quelle di Tufo, ha rappresentato uno dei centri industriali ottocenteschi più importanti della regione Campania. Il cuore del centro antico, che ancora oggi conserva in alcuni tratti l’aspetto medievale, è rappresentato dall’attuale Piazza Alberico Crescitelli, sulla quale si eleva il palazzo dei Conti de Capua, grande edificio signorile d’epoca aragonese. Una chicca di questo piccolo borgo è il “Museo Civico della Gente Senza Storia”, lungo il porticato del chiostro del seicentesco monastero dei verginiani: l’unicità dell’esposizione è costituita da una serie di costumi di gente comune, appunto senza storia (contadini, artigiani, bambini, soldati) recuperati dalle sepolture mummificate della cripta-ossario e datati agli inizi dell’Ottocento. Costituiscono un unicum per il Sud d’Italia.

Ma anche tanto folklore ad Altavilla Irpina: chi il 24 agosto decide di spostarsi fino ad Altavilla ha l’occasione di vivere un’esperienza davvero straordinaria ed emozionante. Sull’ampio corso del paese gremito di persone e di ambulanti, ad un certo punto, un suono di tromba avverte che è giunto il momento: il viale improvvisamente si libera, la gente si sistema sui lati della strada guardando in su, verso l’inizio della via. Sono arrivati loro: sono i Battenti di San Pellegrino.
Sono uomini e donne, giovani e adulti, ragazzi e bambini. Tanti i bambini, fin dalla più tenera età, addirittura neonati. Gli uomini indossano un ampio e leggero pantalone bianco e una canottiera mentre le donne una camicia bianca e una gonna rossa. Sono tutti scalzi, compresi i bambini. Portano tutti una fascia rossa e saltellano, saltellano incessantemente, anche da fermi. Sono in tantissimi, proveniente dai comuni più diversi e si dirigono tutti nello stesso posto: la Chiesa dell’Assunta. Lo scopo? Rendere omaggio al santo dormiente.

Non perdetevi il prossimo viaggio!

Ilaria Limongiello nasce ad Avellino nel 1988, ma trascorre i primi anni della sua vita in Friuli-Venezia Giulia, nella città di Trieste. Tornata nella sua terra, l’Irpinia, intraprende la sua carriera scolastica, diplomandosi, con ottimi risultati. Attualmente sta per concludere il suo percorso universitario, presso la facoltà di Ingegneria Edile-Architettura dell’Università degli Studi di Salerno. Da tre è volontaria FAI (Fondo Ambiente Italiano) e con la sua Delegazione ha collaborato in prima persona alla realizzazione di svariati eventi. La fotografia è la sua più grande passione, nata in giovane età e trasmessale dalla madre. E’ una passione che coltiva ormai da tempo, da autodidatta, partecipando a concorsi e sfruttando ogni occasione per indagare il mondo con il suo obiettivo. Ha avuto la possibilità di calcare grandi palchi della musica nazionale ed internazionale, come Umbria Jazz, il Pozzuoli Jazz Festival o il Festival dei Due Mondi di Spoleto, come fotografa di alcuni gruppi musicali campani. Obiettivi per il futuro? Lavorare NELLA sua terra, PER la sua terra.

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