Alla scoperta delle terre del lupo: i consigli di Terre di Campania per vivere un’esperienza in Irpinia che coinvolgerà tutti i vostri sensi.

Bentrovati! Siamo pronti per intraprendere insieme questo secondo viaggio alla scoperta dell’Irpinia!

Questa voltala nostra avventura avrà inizio dal comune di Sant’Angelo dei Lombardi, a circa 50 km dal capoluogo irpino, il cui nome deriva dal culto che i longobardi riservavano all’Arcangelo Michele. Chi deciderà di percorrere la Strada Statale 7 per arrivare a destinazione, avrà modo di imbattersi, lungo il tragitto, nella leggendaria “Bocca del Dragone”: si racconta infatti che, ai tempi dei Visigoti, un drago con tre teste fosse rinchiuso in una grotta e che il suo compito fosse quello di custodire un tesoro. Il drago incuteva terrore in tutta la zona, finché un giorno un coraggioso principe di nome Gesio con la sua spada riuscì ad ucciderlo. Il drago sprofondò nelle viscere della terra creando tre buche, scavate dalle tre teste dove ancora oggi si possono vedere le voragini. Leggenda a parte, la Piana di Volturara è un importantissimo bacino idrografico, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), le cui acque confluiscono in un inghiottitoio carsico.

Nonostante le calamità naturali che nei secoli hanno caratterizzato il comune di Sant’Angelo, esso conserva ancora oggi tutto il suo fascino, che diventa tangibile attraverso gli antichi portali lapidei del suo centro storico medievale. Ma, trovandoci in Irpinia, cosa secondo voi non può di certo mancare? …tutti coloro che alla mia domanda hanno risposto “un castello!” …vuol dire che ben conoscono la mia terra! Il Castello degli Imperiali, infatti, sorge su un colle e si distingue per la sua imponenza. Prima del terremoto del 1980, esso si sviluppava intorno ad un cortile trapezoidale e l’impianto altro non era che il frutto delle trasformazioni succedutesi nel tempo, dai Caracciolo del Sole agli Imperiale. Con i lavori di restauro degli anni ’90. Invece, ben altro è venuto fuori: sono stati rinvenuti, ad esempio, i resti dell’antica cattedrale di Sant’Angelo, risalente al XI sec. e quasi del tutto crollata, che risultavano completamente inglobati. Attualmente il castello ospita il Museo dell’Opera dell’Area del Castello e dal belvedere vi assicuro che ad attendervi ci sarà un panorama da togliere il fiato! Prima di lasciare Sant’Angelo dei Lombardi, però, non si può non fare una sosta all’Abbazia del Goleto, gioiello medievale edificato da San Guglielmo di Vercelli nel XII secolo, in una località un tempo dedita al culto pagano del dio Sole, “lu Gallitu”.

Il complesso, che domina la Valle dell’Ofanto, era destinato ad ospitare una comunità mista di monaci e monache e al suo interno ospita chiese, chiostri e torri, piccoli tesori da scoprire uno alla volta, perdendosi in uno scenario naturale unico ed affascinante. L’Atrio inferiore, chiamato anche Cappella funeraria, aveva la funzione di luogo di smistamento per l’accesso ai vari ambienti del monastero, come la primitiva Chiesa del Salvatore, il monastero femminile o il cimitero delle monache. La Torre Febronia, che prende il nome dall’Abbadessa che ne volle l’edificazione 1152, è un vero capolavoro di arte romanica, per la cui costruzione furono utilizzati blocchi provenienti da un mausoleo dedicato a Marco Paccio Marcello. La Cappella di San Luca si raggiunge invece tramite una scala esterna e fu costruita, nel 1255, per accogliere le spoglie del Santo. Ma è probabilmente la Chiesa del Vaccaro, che prende il nome dall’architetto napoletano che la edificò nel 1735, ad essere impressa negli occhi di irpini e non: il suo aspetto di rudere, il suo fascino decadente, hanno contribuito a rendere il Goleto oltre che una tra le mete religiose più frequentate della Campania, anche un luogo ricco di fascino e di gusto romantico.

Da Sant’Angelo dei Lombardi, tramite la SP178, raggiungiamo poi il piccolo comune di Rocca San Felice.

C’è un luogo al centro d’Italia, sotto alti monti, nobile e per la fama ricordato da molti, la valle d’Ansanto; fosco di dense fronde lo chiude da due lati un bosco, e gonfio nel mezzo tuona tra rocce e vortici un torrente

Virgilio, Eneide (VII 563 567)

È infatti intorno al lago d’Ansanto, luogo di culto della dea Mefite, che si rivengono le tracce dei primi insediamenti della zona. Il fenomeno naturale delle esalazioni sulfuree ha evocato nei secoli immagini di segni di divinità dapprima benefiche, tanto da erigere un tempio in onore della dea Mefite, protettrice della salute, patrona delle acque e dei campi, poi malefiche trasformando la divinità in divinità degli inferi. Di sicuro qui una piccola sosta è d’obbligo!

L’antico centro storico di Rocca San Felice, invece, è l’unico esempio in Alta Irpinia ad aver conservato la caratteristica tipologia di insediamento medievale: vicoli stretti, case basse di pietra locale, davanzali intarsiati.  Il cuore del paese è sicuramente la piazza, dove svetta imponente tiglio, piantato durante il periodo della Repubblica Partenopea come simbolo della libertà conquistata dal popolo. Il luogo sicuramente più suggestivo e dal quale è possibile godere di una vista mozzafiato, è sicuramente il castello, che comprende tutto il pianoro che si trova sulla sommità della rocca. Il nucleo più antico della fortificazione è costituito dal donjon, una torre cilindrica datata XII secolo, fondata su roccia e costruita con la tecnica del riempimento “a sacco”.

Una leggenda racconta che tra i ruderi del castello, nelle notti di plenilunio, si aggiri il fantasma di Margherita d’Austria, vestita di bianco, alla ricerca del suo amato sposo e in lacrime per la dura sorte toccata a lei, al marito e ai figli, privati del trono e relegati nella solitaria prigione. L’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico II, era solito relegare i ribelli, quando non venivano trucidati, anche nelle lontane e sperdute fortezze dell’Irpinia: probabilmente il castello di Rocca San Felice fu luogo di prigionia di Enrico di Svevia, figlio dello stesso Imperatore, dal 1236 al 1242.  La colpa di Enrico fu di aver assecondato la ribellione dei feudatari tedeschi che chiedevano di diventare sovrani dei territori che amministravano, completamente indipendenti dalla sovranità dell’imperatore.
Ad Enrico fu risparmiata la condanna a morte ma venne rinchiuso in prigioni ai confini dell’Impero. A Rocca restò per circa sei anni. Ma durante il trasferimento a Martirano, un piccolo centro della Calabria, precipitò in un burrone e morì.
La moglie, Margherita d’Austria, seguiva tutti i suoi spostamenti con la speranza di vederlo e di fargli sentire, così, la sua vicinanza. Si racconta che il repentino trasferimento tra un carcere all’altro dell’illustre carcerato, abbia fatto perdere le tracce alla sposa.
Quando seppe della sua morte, non riuscendo ad identificare con precisione i luoghi, si racconta che fu vista più volte peregrinare attorno alle mura del castello di Rocca San Felice in cerca di notizie del suo amato sposo.


Da questo racconto è nata la leggenda che vuole il fantasma della regina aggirarsi, nelle notti di plenilunio, attorno al castello. Per chi volesse incontrare il fantasma di Margherita d’Austria, ogni anno, in estate, durante la manifestazione “Medioevo a la Rocca”, potrà vederlo volteggiare intorno a quei luoghi così tragicamente romantici.

Ultima tappa di questo nostra piccola avventura è Nusco, definito dall’ANCI “uno dei borghi più belli d’Italia”.

Il piccolo centro irpino vanta una storia secolare impressa nelle pietre del suo centro storico ed è legata indissolubilmente alle vicissitudini di Sant’Amato, vescovo e patrono di Nusco.

Si entra nel borgo passando da Via Croce, fino a giungere nella piazza centrale, Piazza Sant’Amato, dove si erge il palazzo Vescovile con un imponente facciata caratterizzata dal monumentale  portone d’accesso e dove all’ultimo piano è ospitato il Museo Diocesano di Arte Sacra.  Di fronte al palazzo, la Cattedrale di Santo Stefano risalente all’XI secolo, di origini romaniche andate purtroppo perdute. L’impianto attuale è settecentesco con pianta a croce latina, tre navate e cappelle laterali. Nell’ipogeo della cattedrale, la cripta, nucleo originale di età romanica. Procedendo nel borgo, dopo Piazza De Sanctis e Palazzo Ebreo, largo Trinità e l’omonima chiesa, imbocchiamo una stradina che ci accompagna ai ruderi del castello medievale, una fortezza inespugnabile, circondato da mura di cinta e posizionato strategicamente con ampia vista sulla valle Ufita. Ai piedi del Castello, la nuova strada panoramica concede alla vista ampio sollievo e regala Nusco il suo soprannome: il balcone dell’Irpinia.

A presto!

 

Ilaria Limongiello nasce ad Avellino nel 1988, ma trascorre i primi anni della sua vita in Friuli-Venezia Giulia, nella città di Trieste. Tornata nella sua terra, l’Irpinia, intraprende la sua carriera scolastica, diplomandosi, con ottimi risultati. Attualmente sta per concludere il suo percorso universitario, presso la facoltà di Ingegneria Edile-Architettura dell’Università degli Studi di Salerno. Da tre è volontaria FAI (Fondo Ambiente Italiano) e con la sua Delegazione ha collaborato in prima persona alla realizzazione di svariati eventi. La fotografia è la sua più grande passione, nata in giovane età e trasmessale dalla madre. E’ una passione che coltiva ormai da tempo, da autodidatta, partecipando a concorsi e sfruttando ogni occasione per indagare il mondo con il suo obiettivo. Ha avuto la possibilità di calcare grandi palchi della musica nazionale ed internazionale, come Umbria Jazz, il Pozzuoli Jazz Festival o il Festival dei Due Mondi di Spoleto, come fotografa di alcuni gruppi musicali campani. Obiettivi per il futuro? Lavorare NELLA sua terra, PER la sua terra.

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