Scritto durante il primo lockdown, artisticamente diretto da Gnut e pubblicato il 29 Ottobre 2021 per Apogeo Digital Hall, Via d’Uscita è il nuovo, toccante album di Cesare Isernia.

Su Cesare Isernia, e indirettamente su Via d’Uscita, mi sento di dire subito una cosa: chi vive d’arte, ne sa parlare la lingua.

Dieci brani, dieci diverse riflessioni sulla nostra interiorità messa duramente alla prova e che abbiamo dovuto imparare ad ascoltare con attenzione nei mesi in cui maggiormente abbiamo convissuto con essa. Una musica leggera, non particolarmente brillante ma in qualche passaggio orgogliosamente ariosa, aperta. Un cantautorato claudicante ma sincero, tra immagini e metafore meravigliose e qualche verso invece davvero troppo prevedibile.

Un album non perfetto, ma che sembra aver da dire, mettendo forza a sufficienza per esprimersi, seppur tramite l’ossimorica scelta di un ritmo lento, calmo, volutamente pacato (per scelta di Claudio “Gnut” Domestico, addetto alla direzione artistica).

Certo, non posso fare a meno di notare che proprio questa conduzione pacata sia all’origine delle gioie e dei dolori di questa produzione. Se è vero, infatti, che nella calma generale delle melodie e della voce si riesce a mettere in risalto la penna di Isernia, è purtroppo anche vero che nello scorrere l’elenco dei brani, a lungo andare, si soffre l’assenza di una vera e propria varietà, una cadenza, un ragionamento musicale che identifichi e distingua un brano dall’altro. Fin troppo spesso, nel procedere dei dieci pezzi, si ha una sensazione di impassibilità che è purtroppo figlia di un incedere piatto, spento, che fa interrogare l’ascoltatore su quale pezzo si stia ascoltando, se quello su cui si era concentrati sia in realtà finito e ne sia susseguito già un altro, e così via discorrendo. A nulla, ahimè, vale il porre volontariamente le attenzioni sul fronte lirico, se non riesce la musica stessa ad indirizzarti ad esso, o a qualunque altro sia il punto forte di una produzione musicale. Si finisce per non ricompensare l’attenzione che l’ascoltatore accorda alla musica.

Sottolineo comunque che la situazione non va intesa come più drammatica di quanto non sia, e sicuramente ribadisco la presenza quei momenti di musica aperta, ariosa, avvolgente e polarizzante: l’ultimo minuto pieno di Se ci penso, o anche quel curiosissimo range di una ventina di secondi (da 3.05 a 3.20 circa) in Quella parte di te. Insomma, momenti d’aria che ci sono, si sentono, fanno un bene sincero all’orecchio di chi ascolta.

Persino il ritmo è riuscito ad enfatizzarsi un po’ di più in quella che è stata la mia preferenza tra tutti e dieci i brani: la suggestiva Quando piove a Napoli.

Insomma, tirando le somme, Cesare Isernia merita che si ribadisca tutto quanto ho detto nelle prime righe di questo articolo: lui l’arte la conosce, la vive, ne conosce il linguaggio ed è stato molto vero nell’utilizzarlo. Innegabilmente, però, sui suoi lavori futuri potrebbe esserci bisogno di correggere il tiro sull’equilibrio tra cantautorato puro e composizione musicale, senza mai evidenziare troppo l’uno a discapito dell’altra, puntando ad inspessire un andamento musicale troppo piatto e dare più carisma ai propri brani, riuscendo a dare una voce diversa ad ognuno di essi e magari dando più fede a quei momenti particolarmente ispirati cui accennavo poco sopra.

Infine, un plauso sincero ad Isernia glielo dedicherei soprattutto per aver saputo parlare con sé stesso durante il tragico periodo che tutti ben conosciamo, e per aver saputo raccontare in musica ciò che la sua interiorità gli ha comunicato, compiendo così un gesto che, a prescindere dai meriti artistici, è senz’altro di esempio alla collettività.

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