Cinque proiettili di letteratura, la roulette russa dei libri. Una metafora forte per presentare 5 testi che raccontano la vita che fa rima con la morte

La roulette russa è una pratica tanto pericolosa quanto semplice. Si prende una pistola, o meglio una rivoltella, una di quelle a sei colpi. Si carica con un solo proiettile e si fa girare il caricatore, in modo da rendere ignota la posizione del proiettile, perché chi decide di partecipare alla roulette russa deve puntarsi la pistola alla tempia e premere il grilletto, facendo si che sia il caso a scegliere il proprio destino.

Il giocatore, se è fortunato, sente solo un click.

Quella che sto proponendo è una roulette russa al contrario, in cui ci sono 5 pallottole e un solo spazio libero nel caricatore. Inoltre, è speciale, perché ogni colpo è un libro e nessuno ne rimarrà ucciso. Ho voluto usare una metafora così forte perché i 5 testi che sto per proporre fanno parete di un ambiente in cui la vita fa rima con la morte, in cui la sopravvivenza è rappresentata dall’unico spazio libero nel caricatore. Ma esiste.

Diego De Silva, “Voglio guardare”

Un corpo è un solo un corpo, non prova emozioni, si adegua a ciò che vive attorno a sé. Celeste ha 16 anni e ha già questa consapevolezza. Heller è un avvocato e lui coi corpi altrui ci gioca. Celeste lo vede mentre si libera di uno di quei corpi con cui ha giocato fino a romperlo.

Fra i due nasce una strana alchimia in cui sono gli sguardi, il non detto a riempire gli spazi. La paura passa in secondo piano rispetto al desiderio di voler guardare un’altra persona nella sua intimità. È una partita a due, dove entrambi i protagonisti lentamente si mostrano per quello che sono: due esseri malati che non riescono a sopravvivere, se non incidendo la tensione superficiale che si crea fra persone che sono costrette a fingersi normali pur di non creare troppo interesse.

Diego Se Silva, prima di diventare noto per le vicende di Vincenzo Malinconico ha scritto e pubblicato altri quattro romanzi che lasciano l’amaro in bocca, “Voglio guardare” è quello che meglio scava nella profondità e nell’intimità di un vizio pericolosamente mortale.

Vinicio Capossela, “Non si muore tutte le mattine”

Un puzzle demoniaco, un cocktail infernale, un filo rosso che racconta un io devastato che si fa anche scena, metropolitana, suburbana, in cui si muove, accompagnato dall’amico di sempre, Nutless e dall’amico alcolico e diabolico, Chinaski. Dal chiuso di uno scantinato verso il quartiere e poi verso l’angoscia delle tangenziali, della piana “ipermercata” e verso un surreale interregno dove tutto può accadere. Epopea di perdenti, unica razza che ha potuto conoscere la grandezza e la bellezza. Personaggi che il lettore perde e poi ritrova, un’enorme Babele fatta di parole cantate, una cacofonia a suo modo armonica. Tutto è un rincorrersi, Capossela si denuda furiosamente e bisognerebbe prendere le sue parole a piccole dosi, a grammi, sfuse.

Vinicio Capossela, meglio conosciuto come polistrumentista e cantante, ha creato un vero e proprio universo in cui le sue canzoni nascono e vivono. Universo dal quale non si distacca anche quando si avvicina alla prosa.

Domenico Starnone, “Denti”

Il nostro corpo è abitato. Quello che sperimentiamo non finisce nel cervello. Ma si miniaturizza da qualche parte nell’organismo, nelle ossa, sotto i denti.

Il modo migliore per descrivere questo romanzo è utilizzare il suo incipit. I denti per Antonio, sono il tramite col proprio passato, quei denti che lui tanto ha odiato nel momento in cui gli vengono a mancare (la compagna gli spacca un posacenere sugli incisivi) capisce qual è il loro ruolo. Sono testimoni della sua ossessione che non a tranquillizzare, arrendendosi a quelle che sono le sue pulsioni, a cominciare da quella che sembra innocente: passare la lingua negli alveoli vuoti, luogo natio dei denti.

Dal romanzo nel 2000, Gabriele Salvatores ha tratto un film.

Starnone, oltre a essere il marito di Elena Ferrante è uno scrittore in grado di trasformare i ricordi in materiale plastico, tutto viene calibrato, rastremato, ridotto all’osso. Una prosa secca che colpisce proprio per la sua durezza.

Francesco Durante, “Scuorno (vergogna)”

Emergenza, da emergere, venire alla superficie, il venire a galla, sorgere, innalzarsi.

Il presente, il passato prossimo e quello remoto si catalizzano come una sorta di biografia a mozzichi e bocconi della città di Napoli. Con uno stile a metà fra la farsa e il resoconto giornalistico, Durante ci mostra i vizi, i pregi e i difetti della città intera e non solo dei suoi abitanti. Ma dov’è la vergogna che campeggia nel titolo? Si trova nei vicoli? Nella carta patinata di De Crescenzo? Durante non risponde a queste domande, ma si limita al racconto quasi oggettivo di quelle che sono le responsabilità di tutti i cittadini. Scuorno da leggere con la sch non è un’accusa, né un atto di difesa, è una domanda retorica.

Durante è scrittore, giornalista, traduttore, critico è uno che con le parole non solo è in grado di metterle una dopo l’altra, ma le fa ballare, le trasforma, le dirige e ne rovescia il senso.

Anna Maria Ortese, “Il porto di Toledo”

Essere adolescenti a Napoli è complicato, ma essere un’adolescente che è costretta a trasferirsi a Napoli per via della guerra lo è ancora di più. Come la stessa scrittrice afferma è “la cronaca di una vita irreale”  di una personalità intrappolata fra sogno e veglia. Un romanzo di iniziazione alla vita e di abbandono della giovinezza ambientati durante la seconda guerra mondiale che portò Napoli sul baratro della distruzione fra saccheggi e bombardamenti, periodo in cui l’uomo si è spersonalizzato, in cui ognuno è diventato figlio di nessuno. La paura di diventare grandi è ostacolato con quella di non crescere affatto.

Anna Maria Ortese si distacca dagli altri autori sia per sesso, ma anche e soprattutto per generazione. Figlia del dopoguerra e madre dell’insoddisfazione facilmente rintracciabili nei quattro autori precedenti. Una scrittrice alla quale Napoli stava stretta, come un vestito di raso mal cucito, ma che meglio di tutti ha saputo raccontarla.

 

BANG.

 

Si ringraziano Valerio Spada, Umberto Grati, Mimmo Jodice  per i contributi fotografici

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