Se c’è una cosa che ho imparato da Lumache, l’ultimo singolo di Gabriele Troisi, è che puoi esplodere, lasciarti andare, alzare i toni… anche se sei Indie.

Indie. Indie, Indie, e ancora Indie. Indie bello, però, quello di Gabriele Troisi, che fa una cosa che mi lascia a bocca aperta: scoppiare. Sì perché Lumache – brano di recente pubblicazione sotto l’etichetta Futura Dischi – ha questo dettaglio in più, almeno rispetto a quel che mi è capitato sotto mano nell’ultimo (lungo) periodo: parte piano, e tu pensi di aver già capito tutto di quei quattro minuti di musica che stai ascoltando. Ti senti veggente di ogni nota, di ogni scelta autoriale, di ogni immagine lirica adoperata. E poi, invece, t’acchiappi gli schiaffi per tutti gli ultimi quaranta secondi di brano. Schiaffoni, eh. Belli forti, sia quelli che acchiappi tu, sia quelli che probabilmente deve aver preso lui (e qui, la mia speranza è che, per “schiaffoni”, si rimanga sempre sul piano metaforico, ci mancherebbe altro…) per essersi caricato a tal punto, e buttare fuori tutta l’energia in modo così armonioso, equilibrato, composto pur nella sua intensità.

Troisi spiega che la canzone “parla di quando una parte di te non vuole piangere ma dentro di te provi una cosa talmente forte che alla fine piangi lo stesso”, ed io, nel mio ruolo di ascoltatore, di colui che deve recepire ciò che qualcun altro ha voluto comunicare, dico che è vero. Lumache parla proprio di quella parte di te che non vuole piangere, e non soltanto parla di quella parte di te, ma addirittura parla a quella parte di te. E ci riesce bene. E’ una scrittura sincera, e tanto basta questo per dimostrarvi il perché sia giusto concedergli una chance.

Musicalmente, l’abbiamo già anticipato, il brano parte piano. Tranquillo, seppur non certo rilassato. Bello l’andazzo, e la voce (di Troisi stesso) è veramente espressiva. L’artista si racconta, e racconta anche di quel che gli fa male, mentre la musica partecipa alle sue storie e gli sta dietro, almeno fino agli ultimi quaranta secondi; lì cambia tutto: Gabriele Troisi e le sue note stanno affiancati, urlano entrambi, si agitano, ma nella maniera più armoniosa possibile. La batteria si fa più pesante, la voce si innalza, e il pianoforte non è più solo.

Tutto porta ad un’esperienza che fa piacere aver provato, e a quel punto ben venga anche il riascolto. Gabriele Troisi ha trattato bene il suo dolore, ha trattato bene il nostro, e ha trattato bene l’Indie. In Lumache c’è tanto da scoprire.

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