Per quale motivo “Il postino”, film storico di Troisi, avrebbe dovuto vincere più oscar e non solo quello per la miglior colonna sonora

Nel 1994 Massimo Troisi, indimenticabile comico – anche se non amiamo etichettarlo così – e attore napoletano, ha interpretato il suo ultimo film: Il postino. La pellicola prende ispirazione dal romanzo del cileno Antonio Skàrmeta “Il postino di Neruda”.

La trama del film è semplice, come il suo stile, e il ritmo è scorrevole. Mario Ruoppolo è un disoccupato figlio di pescatori, e vive in una splendida isola del Sud Italia. È l’estate del 1952, e lo scrittore cileno Pablo Neruda è stato esiliato dalla sua terra natia. Neruda trova asilo politico proprio nell’isoletta del protagonista. Mario inizia a lavorare come postino, e le uniche lettere che consegna sono per lo scrittore. Timidamente, il postino stringe amicizia con Neruda, che gli dà alcuni, preziosi consigli per conquistare la bella Beatrice Russo, amata da Mario.

Avendo finalmente conquistato Beatrice, dopo diverse peripezie, Mario sceglie Neruda come testimone di nozze che entusiasta accetta. Durante il banchetto matrimoniale, Pablo annuncia che potrà finalmente tornare nella sua terra natia con la moglie. In una commovente scena, Neruda e Mario, uniti dalla poesia e da una profonda amicizia si salutano.

I giorni passano lenti, e Mario è deluso dal suo amico intellettuale: non gli ha scritto nemmeno una lettera. Tuttavia Mario non si dà per vinto, e in una registrazione su cassetta gli elenca tutte le cose belle della sua isola, dato che al tempo, quando Pablo glielo chiese, non lo seppe fare. Cinque anni dopo la partenza dello scrittore, quest’ultimo si decide finalmente di andare a trovare l’amico.

Ma oramai l’incontro è impossibile. Beatrice spiega allo scrittore che il marito è stato ucciso dalla polizia, durante una manifestazione comunista. La bella moglie del postino fa infine ascoltare la registrazione fatta dal marito sulle bellezze della loro terra, e che avrebbe dovuto inviare allo scrittore. Commosso, Pablo rimane profondamente colpito dalla morte dell’amico, che in realtà non aveva mai dimenticato.

Ultimo film per Massimo che, ironia della sorte, come Mario, muore a 41 anni, dodici ore dopo la fine delle riprese del film. “Il postino” è un pittoresco ritratto di una realtà differente da quella delle città: chiusa, a tratti noiosa, ma molto genuina e semplice. Mario è proprio così: genuino e semplice. Non è intellettuale, non ha avuto i mezzi per poter studiare per bene come i più ricchi e i più fortunati, ma ha una sensibilità fuori dal comune. Ed è proprio questa che lo ha fatto avvicinare ad un animo di estrazione sociale e culturalmente parlando diverso da lui, ma nell’essenza, molto simile. La storia della pellicola tratta di un’amicizia atipica, fuori dagli schemi e dai canoni. Mario vuole elevarsi. È consapevole delle sue umili origini, è un po’ frustrato dalla noia della sua terra, ma non la abbandonerà mai. Splendide le scene in cui Pablo, come un paziente maestro verso un suo alunno interessato, gli spiega la figura retorica della metafora.

Come detto dallo stesso protagonista, Mario scriverà anche delle poesie, ma non le leggerà al poeta: si sente troppo in soggezione. Per celebrare la sua gratitudine nei confronti del poeta, Mario chiamerà il figlio Pablito.

Ma per quale motivo “Il postino” avrebbe dovuto vincere più oscar, quindi? Si potrebbe pensare che il tema di fondo sia la storia di un semplice figlio di pescatori che resta affascinato da una figura intellettualmente elevata. Invece “Il postino” è molto più di questo. Dietro tale ammirazione profonda, c’è un riscatto sociale. La voglia di diventare qualcos’altro, di andare oltre le proprie radici. Si tratta di un film basato sull’abbattimento delle barriere che si creano tra gli intellettuali e le persone più umili. Pablo è gentile fin dal principio con Mario, perché il postino è innocente, puro, sincero. Vuole realmente imparare e andare oltre il proprio orizzonte prestabilito. Non solo la trama nella sua semplicità è intensa e trattata in modo naturale, lontana dai classici cliché cinematografici, ma la bellezza del film risiede anche nell’interpretazione dei personaggi. Troisi è sempre più sciupato, la malattia incombe su di lui, ma proprio in questo film, dà il meglio di sé. È malinconico, Massimo, ingenuo e di buoni sentimenti, ottimista anche quando l’amico non gli scrive più. La pellicola è stata candidata a cinque Oscar, nelle categorie di: miglior film, miglior attore protagonista (Troisi), miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora, di Luis Bacalov. Solo quest’ultima categoria si aggiudicò la statuetta. Tuttavia, “Il postino”, resta un grandissimo successo. Amato dal pubblico (è suo il record di maggior incasso nel mondo, come film italiano), e dalla critica. Del resto, come dimenticare dialoghi del genere: “Don Pablo vi devo parlare, mi sono innamorato!” “Ah, meno male, non è grave: c’è rimedio” “No no, ma che rimedio … io voglio stare malato!”.

Massimo Troisi ha quindi regalato la sua ultima, indimenticabile perla, con questo film che ritrae per l’ultima volta il suo sorriso dalle labbra sottili.

Mi piacerebbe lavorare come giornalista, amo scrivere ma la musica ha un suo spazio del tutto personale in me, in particolare lo studio del canto. Non sono pretenziosa ma nemmeno approssimativa, scrivo di ciò che vedo, leggo e sento, con un pizzico di obiettività.

2 pensieri riguardo ““Il postino” avrebbe dovuto vincere più oscar: ecco perché

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