Un’Accademia all’avanguardia

Oggi come oggi, su matrimoni gay, coppie dissolute, preti omosessuali o pedofili, e quant’altro, se ne dice di ogni. Televisione, giornali, web, social network, sono i canali attraverso i quali ognuno può dire la sua.
Personalmente non entrerò nel merito della questione, né tanto meno mi sembra questa la sede adatta per farlo. Potrò raccontare, però, di un’Accademia, per così dire, all’avanguardia. Una pagina davvero unica della Napoli spagnola di fine Cinquecento, che ci rende, lasciatemelo dire, ‘precursori’ di iniziative decisamente contemporanee …
Vi scrivo di un gruppo di frati, chierici, giovani e giovanissimi, colti nel 1591 dai giudici dell’Inquisizione napoletana all’apice delle loro ‘audaci’ imprese. Erano conosciuti come l’Accademia Nobilissima e Onoratissima, la quale era diretta da un chierico selvaggio di nome Giuseppe Buono, alias l’abbate Volpino.
Chi erano? Quali queste sospirate iniziative? Facevano parte di una comitiva di omosessuali, che erano soliti frequentare un vero e proprio bordello di giovanissimi ragazzi, il quale era gestito dal Volpino. Quale la loro giornata tipo? Bazzicavano gli ambienti delle commedie cittadine, tra scenate d’amore e di furiosa gelosia, reagendo ironicamente e in maniera irriverente all’intolleranza delle autorità ecclesiastiche e secolari. La loro decisione più sorprendente? Il tentativo, in parte riuscito, di legalizzare rapporti sessuali maschili. Due matrimoni gay, la prammatica di un immaginario viceré, che concedeva in modo limitato rapporti sodomitici: questa una effettiva dichiarazione d’intenti a favore della legalizzazione dell’omosessualità maschile.

‘La clamorosa cerimonia matrimoniale fu officiata, alla presenza di parecchie persone, dallo stesso presidente, l’abbate Volpino, nella sede del suo bordello. Si sposarono due eremitani di S.Agostino, fra Taddeo Imparato e fra Giovanni Battista Grasso, con due adolescenti, il tredicenne Alessandrello de Ayllar, detto Cippi Ciappe, e il diciassettenne Muzio Imparato’

La prammatica, scritta in modo burlesco da un giovane avvocato che frequentava l’allegra compagnia, intestata a un Eccellentissimo e Illustrissimo Don Priapo de Rumpiendis, Marchese delle piaghe, Conte dei sodomiti e dei gomorrei, era un’esplicita iniziativa mirata a condannare, agli occhi degli adepti , i matrimoni con le donne, e a legalizzare solo i rapporti omosessuali maschili.
Nell’Italia della Controriforma  tutto ciò non poteva passare inosservato … intercettati dal Sant’Ufficio arcivescovile napoletano furono processati. L’udienza da Napoli si spostò a Roma, poiché gli inquisitori non volevano coinvolgere le autorità secolari spagnole, preferendo lavarsi i panni sporchi in casa propria e senza troppa pubblicità. Le sentenze non tardarono ad arrivare

‘… furono tutti condannati, ma a pene non pesanti, tra il 1593 e il 1594: prevalse a fatica il convincimento che fosse una burla o che fosse più opportuno politicamente valutarla così … la protezione garantita agli ecclesiastici li tenne al riparo dalle conseguenze più gravi’

In conclusione una domanda sorge spontanea … Oggi come sarebbe andata a finire? Ai lettori l’ardua sentenza.

Fonti: G. Romeo, Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione, Bari, Laterza, 2008.

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