A Pompei anche i muri parlano: vita pubblica, fatti di cronaca, sesso e politica. La nostra conoscenza della pittura – non solo di quella parietale romana, ma in generale della pittura antica – verte per lo più sulle scoperte effettuate nelle città vesuviane sepolte nel 79 d.C .

Se i muri potessero parlare. Sarebbe sciocco pensare che questo non sia possibile. Non siate scettici quando si parla di Storia, quando si sfogliano le pagine dell’antichità. A Pompei anche i muri parlano: vita pubblica, fatti di cronaca, sesso e politica. Un universo variopinto quello raccontato dagli affreschi e dai graffiti riemersi dalle ceneri pompeiane.

La nostra conoscenza della pittura – non solo di quella parietale romana, ma in generale della pittura antica – verte per lo più sulle scoperte effettuate nelle città vesuviane sepolte nel 79 d.C.: la prima pubblicazione di carattere scientifico fu presentata nel 1882 da August Mau con la sua Storia della pittura parietale a Pompei, in cui lo studioso ha tentato di classificare i diversi schemi decorativi prevalenti nella città romana.

I) Stile ad incrostazione, stile strutturale (II secolo a.C.-80 a.C.)
Fu chiamato “primo”, dal Mau, in quanto era il più antico da lui rintracciato a Pompei. In verità non si tratta dello stile di decorazione parietale più datato esistente nel mondo greco-romano. È preceduto dallo stile “a zone”, fiorente nel IV sec. a. C. e rinvenuto soprattutto nelle tombe della Russia meridionale. 
Lo stile ad incrostazione tende ad imitare, attraverso elementi in stucco colorato, i muri in opus quadratum (muro di mattoni), o le pareti crusta, cioè rivestite con lastre di marmo policromo. L’esempio più famoso è la Casa del Fauno.

II) Stile architettonico (100-15 a.C.)
Si caratterizza per l’illusionistica dilatazione dello spazio attraverso lesene, finti colonnati e finestre oltre i quali si aprono realistici paesaggi. Rientrano nello stile anche le megalographie, schiere di personaggi di grandi dimensioni dipinti su sfondi omogenei all’interno di quinte architettoniche: esempio è la rappresentazione del rituale di carattere dionisiaco, particolare del fregio parietale in un oecus della Villa dei Misteri a Pompei.
«Questa rivoluzione è la conseguenza di un cambiamento fondamentale nell’attitudine mentale degli artisti e del pubblico. Invece dello spirito filosofico e razionale nasce da una parte uno spirito piuttosto pratico e materialistico, d’altra parte una tendenza visionaria e mistica» (H. G. Beyen,Wanddekoration,I, p. 13 ss.).

III) Stile ornamentale (15 a.C.-50 d.C.)
Si distingue per la presenza di strutture architettoniche piatte che inquadrano campiture monocrome o quadretti a soggetto classico, ricoperti di sottili ornamenti a tema vegetale o astratto. Le decorazioni perdono gli effetti illusionistici dello stile precedente. Nondimeno, non è da trascurare il dualismo, perché è classicistico non classico. La severità delle forme talvolta è come improvvisamente spezzata (vedute prospettiche nel registro superiore della parete), però senza effetti atmosferici; paesaggi impressionistici.

IV) Ultimo stile pompeiano (50-79 d.C.)
A questo stile, l’ultimo, in ogni modo, dei quattro “stili”, appartiene il maggior numero di pareti. Per la più grande parte queste si datano dopo il terremoto del 62-63 d. C.. Questo schema decorativo, ricco e fantasioso, è una summa degli stili precedenti, di cui riprende molti stilemi, per questo detto anche stile eclettico.

Maxi rissa tra tifoserie. L’immagine di un tifoso che fissa alla parete della propria cameretta un poster che ritrae una scena di violenza allo stadio potrebbe sembrare alquanto esagerato. A Pompei no. Un affresco del genere decorava il peristilio della dimora di Actius Anicetus. L’opera, tra le bellezze del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, narra la sanguinosa rissa tra pompeiani e nocerini avvenuta nel 59 d.C. in occasione dei ludi gladiatori imbastiti da Livinio Règolo. Una zuffa che ebbe luogo, stando anche agli Annales di Tacito, presso l’Anfiteatro di Pompei. Le tensioni tra le parti erano dovute a controversie territoriali, un leitmotiv nella storica e millenaria relazione tra le due città campane. La competizione contribuì ad infiammare gli animi dei “tifosi”, fu così che arrivò la squalifica: il Senato chiuse l’arena per dieci anni.

Esibire la cultura. Un capolavoro rinvenuto in Via del Vesuvio: si tratta di un affresco che ritrae l’amplesso tra Leda e il cigno, ovvero la leggendaria regina di Sparta e quel dongiovanni di Zeus, che, stando al mito, assunte le fattezze del volatile si unì alla donna. La carica erotica del soggetto come ispirazione in camera da letto: ecco che l’opera non poteva che fregiare, per l’appunto, il cubiculum.
L’ipotesi di alcuni archeologi vuole che appartenesse a un liberto che attraverso lo “sfoggio” di cultura era intenzionato a elevare il proprio status sociale: del resto la domus è ricca di decori e soggetti a tema mitologico e per gli abitanti di Pompei più abbienti ostentare erudizione, tramite rimandi alla cultura greca, era un modo per distinguersi dalla massa.

Le mani del chirurgo. L’affresco proveniente dal triclinium della domus di Sirico (45-79 d.C.) raffigura un particolare episodio dell’Eneide di Virgilio: Enea viene soccorso dal suo medico Iapige, intento a rimuovere una punta di freccia dalla coscia dell’eroe troiano. L’immagine rivela un particolare piuttosto interessante: un antico strumento chirurgico noto con il nome di “pinza ercolanense”, uno speciale forcipe multiuso utilizzato per estrarre schegge, estirpare denti, clampare vasi sanguigni. Sebbene il nome richiami la più vicina Ercolano, l’esemplare più datato fu rinvenuto a Pompei. L’ars medica da queste parti era quindi pratica avanzata.

Eros ambiguo alle terme suburbane. A Pompei, tra le tante meraviglie, le pitture erotiche sono senz’altro le più celebri. La maggior parte di questi “oggetti osceni” sono stati custoditi nel gabinetto segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, spazio allestito ad hoc nel 1819. Alcuni esemplari sono rimasti però in loco, si pensi agli affreschi dello spogliatoio delle terme suburbane (I secolo a. C.). Sedici piccoli quadri ciascuno esemplificativo di una diversa posizione sessuale. Un soggetto insolito, più consono nei lupinari, ove ebbe uno scopo più che altro pubblicitario e informativo: mostrare le prestazioni offerte dalle prostitute, stuzzicando così la libido dei clienti.
Alcuni studiosi alludono alla presenza di un lupinare clandestino nelle terme, altri ipotizzano che gli affreschi erotici abbiano avuto la funzione di segnaposti utili ad aiutare i bagnanti a memorizzare dove avessero riposto i propri abiti.

Lavanderie ante litteram. Con gli affreschi, negozianti e artigiani pubblicizzavano i loro servizi, descrivendoli con doverosa minuzia. Alcuni sono stati rinvenuti sul pilastro della bottega di Lucio Veranio Ipseo, proprietario di una delle tante e antiche lavanderie di Pompei, le cosiddette fullonicae. Le pitture, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, offrono una panoramica sulle diverse fasi di lavoro svolto in una tipica fullonica: trattamenti di finitura, spazzolamento con cardo, solfonatura su grande gabbia di vimini, stiratura sotto torchio di legno, stendi mento stoffe.

Poesie e slogan elettorali. I pompeiani furono veri e propri writer della prima ora, il loro essere grafomani ci ha permesso di poter studiare numerosi slogan, poesie e motteggi.
Un bricolage variegato di messaggi, colti e profondi, sgrammaticati e osceni, specchio del genuino modo di esprimersi di quell’epoca. I temi sono i più disparati: comunicati ufficiali, imprecazioni, frasi romantiche, coloriti insulti. Presenti anche riflessioni filosofiche di cittadini fulminati da improvvisa ispirazione, come il graffito in una taberna del regio IX:

Nulla può durare in eterno. Il sole che già brillò torna a tuffarsi nell’oceano. Decresce la Luna che già fu piena. La violenza dei venti spesso diventa lieve brezza.

Evidente anche la propaganda elettorale, i progràmmata, manifesti elettorali dipinti ad affresco, che riportano il nome de candidato e vari slogan elogiativi. La commissione non spettava agli stessi politici, ma ai loro sostenitori: cittadini influenti e facoltosi commercianti che dichiaravano apertamente il loro orientamento politico sulle facciate delle proprie case e botteghe.

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