Francesco Matarazzo fu un emigrante campano che a partire dall’inizio del XX secolo edificò dal nulla la più cospicua fortuna industriale dell’America Latina, dando lavoro a più di 30mila dipendenti

In Brasile lo ricordano tutti. Perché Francesco Matarazzo creò il più grande gruppo industriale dell’America Latina … da una lattina. (Carlo Cauti)

Un’idea può essere alla base di un cambiamento geniale, anche quella che potrebbe apparire ai più come banale, semplice, può rivelarsi fondamentale per la fortuna di un uomo o di un’intera comunità. L’idea alla quale faccio riferimento è figlia di una figura davvero particolare che ebbe i suoi natali a Castellabate, in provincia di Salerno: il nome, di quello che in tanti hanno definito lo zio ricco d’America (del sud), è Francesco Matarazzo (1854-1937), il quale, con il suo prodotto, diede vita ad un vero e proprio impero economico e industriale in Brasile, come? Conservando lo strutto in latte di metallo anziché in casse di legno. Per ora basti pensare che l’Edificio Matarazzo a San Paolo, sede del gruppo industriale, è oggi municipio della città.

Un metro e ottantatre per ottanta chili, atletico, capelli rasati a zero, di successo, facoltoso e celebre in tutto il mondo, amante del Brasile, sebbene i suoi trascorsi europei: Francesco Matarazzo fu un emigrante campano che a partire dall’inizio del XX secolo edificò dal nulla la più cospicua fortuna industriale dell’America Latina, dando lavoro a più di 30mila dipendenti. Matarazzo è tutt’oggi l’emblema del self made man del Brasile, tra gli italiani più ricchi di ogni tempo, vantando un patrimonio di oltre 30 miliardi di dollari odierni, collocandolo idealmente nella top ten degli uomini più ricchi del nostro pianeta.

Castellabate

Quale il cammino verso il nuovo mondo? Originario di Castellabate, era il primogenito di nove fratelli, figlio di una famiglia che faceva parte della piccola borghesia locale. Nel 1873, ancora molto giovane (aveva appena 19 anni), dovette lasciare gli studi e porsi alla guida e alla gestione degli affari familiari, in quanto il padre era stato assassinato dal marito di una sua amante. La crisi economica sul finire del XIX secolo, causa delle innumerevoli ondate migratorie di molti italiani verso il Nuovo Mondo, non risparmiò Castellabate. L’emigrazione del piccolo comune salernitano fu notevole, nel 1900 si contavano tremila castellabatesi in Italia e tremila a San Paolo in Brasile: nel 1881 il ventisettenne Francesco, accompagnato dalla moglie Filomena e dai suoi due figli, parte per il Paese paulista alla ricerca di fortuna. Nei primi anni del XX secolo il Brasile attraversava momenti piuttosto complessi: due terzi della popolazione risiedeva nelle campagne, il 65 % era analfabeta, malattie come il tifo, la sifilide, il morbillo e il vaiolo mietevano vittime senza distinzioni di classe sociale, la speranza di vita sfiorava appena i 34 anni.

Sebbene la sua giovane età, poteva far affidamento su una notevole esperienza nel settore commerciale. Giunto in Brasile ecco l’inconveniente: un errore degli scaricatori del porto di Rio de Janeiro è causa della perdita del carico di strutto di maiale proveniente dall’Italia, il carico finì così in mare. Matarazzo era pronto a ricominciare da zero. Si stabilì a Sorocaba, un piccolo centro all’interno dello Stato di San Paolo, al tempo importante polo di attrazione dei migranti italiani in Brasile e dove Matarazzo cominciò a lavorare come venditore ambulante, viaggiando a dorso di un mulo. Nel giro di pochi mesi riuscì nell’impresa di aprire un piccolo emporio. E, in meno di un biennio, fu in grado di fondare la prima fabbrica, un’officina allestita dentro casa, producendo strutto, ingrediente basilare per la cucina di allora. La prima pietra Matarazzo, una vera e propria leggenda, che lo vede al vertice di 365 fabbriche, tante da poterne visitarne una per ogni giorno dell’anno, un costume mantenuto fino alla fine della sua esistenza.

Quale il segreto del suo successo? Stando alle sue parole “un po’ di intelligenza, una certa capacità di gestione, molto lavoro e fortuna”. Matarazzo non si risparmiava: alzandosi alle 4 del mattino, cominciava a lavorare prima dell’alba proseguendo fino a notte fonda. Non mancò nemmeno di intelligenza e lungimiranza. Era consapevole che l’innovazione era la chiave del capitalismo, specie nel Brasile del tempo che era obbligato a importare tutto ciò di cui aveva necessità.

In quegli anni, per esempio, gran parte del grasso di maiale arrivava dagli Usa in grandi casse di legno, quali le conseguenze? Il più delle volte marciva. Matarazzo ebbe l’idea vincente: vendere lo strutto in lattine di metallo. Le scatolette aumentavano la durabilità del grasso e consentivano ai fruitori di acquistarne quantità minori. In tal modo, l’innovazione made in Italy dell’imprenditore campano mise rapidamente fori mercato le casse che provenivano dal Nord America.

Lo strutto di maiale in lattina rende bene l’idea di come l’ingegnoso imprenditore campano diede prova delle sua capacità nel corso della sua carriera: produceva a basso costo in Brasile quanto arrivava dall’estero a più caro prezzo, dando così un notevole impulso all’industrializzazione brasiliana. Due furono i paradigmi della sua attività imprenditoriale: integrazione verticale, Matarazzo gestiva in prima persona l’intero iter produttivo, dalla materia prima fino alla vendita del prodotto finito; una fabbrica tira l’altra, seguendo una logica espansionistica autarchica aprì costantemente nuove strutture per realizzare tutto ciò di cui aveva necessità per le sue attività. Confezioni, vernici, chiodi, ma anche la fondazione di una compagni di navigazione per il trasporto merci e la costruzione di centrali idroelettriche per alimentare le proprie aziende: fu denominato il fabbricante di fabbriche.

All’inizio degli anni Venti del secolo scorso, il magnate campano si era già aggiudicato una posizione di dominio in svariati settori economici avendo riunito tutte le attività nella holding Indústrias Reunidas Fábricas Matarazzo (Irfm), con sede centrale a San Paolo e filiali negli Usa, in Europa e Argentina. I milioni di dollari fatturati ogni anno erano reinvestiti nelle sue stesse aziende, alla ricerca dell’emancipazione industriale del Brasile.

L’impostazione profondamente paternalista permeò anche la gestione dei suoi affari: assunzione di dipendenti italiani, preferibilmente meridionali o campani. Ricchezza e potere non scalfirono la sua genuinità e semplicità, non fu per nulla avvezzo a maestose ostentazioni, differentemente dai suoi discendenti, noti scialacquatori. Con il gentil sesso non fu per nulla morigerato: numerose sono le storie che in Brasile circolarono sulle decine conquiste galanti, con annessi figli illegittimi. Una smisurata famiglia premessa delle future e feroci dispute per l’eredità, controversie che segnarono più tardi il dissolvimento del più grande gruppo industriale del Sud America. In Brasile fu una vera e propria celebrità. Nei primi anni del Novecento istituì la Federazione delle Industrie dello Stato di San Paolo (Fiesp), la potente Confindustria locale, e a fondare un club di calcio di lunga tradizione, Palestra Italia, meglio e oggi noto come Palmeiras, donando il terreno tutt’oggi sede sociale della squadra. Durante la Grande Guerra era in Italia, dove diede un tale aiuto (distribuzione di cibo ai civili e vettovagliamento delle truppe al fronte) che gli valse il titolo di conte del Regno, attribuitogli da Vittorio Emanuele III nel 1917. Gli elogi dovuti al Brasile di certo non mancarono, ma Matarazzo non accettò mai di naturalizzarsi, rimanendo sempre orgogliosamente italiano.

L’8 febbraio 1937, Francesco Matarazzo, a 83 anni, dopo una normale giornata di lavoro, venne a mancare. Dopo la tragedia della morte del primogenito, Ermelino, le aziende passarono all’erede e successore designato dal patriarca, Chiquinho, il quale le amministrerà per quattro decenni, in una cornice segnata da dispute familiari, divisione dei beni, infiniti processi e svendite delle fabbriche. Francesco Matarazzo: i

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